Quando Clarice Lispector, scrittrice dalla bellezza fatale, mise in imbarazzo Pablo Neruda

Posted on Gennaio 15, 2018, 6:31 pm
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Clarice Lispector (1920-1977), ucraina cresciuta fin da baby in Brasile, è scrittrice tra le grandi del Novecento (qualche dato lo trovate qui), finemente tradotta in Italia (Adelphi ha da poco pubblicato Acqua viva; Feltrinelli ci ha dato l’imponente antologia Le passioni e i legami). In Italia, tra l’altro, Clarice atterrò nel 1944, a seguito del marito diplomatico, adorata da Giuseppe Ungaretti, dipinta da Giorgio de Chirico. Donna dalla bellezza fatale e dalla scrittura feroce, ci ha dato un capolavoro come Vicino al cuore selvaggio, di inestimabile fascino. Ciò che si conosce meno è la qualità poetica di Clarice, notevole – che già traluce dai libri in prosa. Basti leggere il frammento misterico, Dá-me a tua mão, tirato fuori dall’oblio da Buenos Aires Poetry di cui diamo un tentativo di traduzione. Non è peregrino il fascino della Lispector per la poesia: il 19 aprile del 1969 la scrittrice, che già aveva scritto i libri più grandi, intervista Pablo Neruda, ritenuto il massimo poeta latinoamericano, prossimo al Premio Nobel per la letteratura (gli sarà assegnato nel 1971). L’intervista sarà pubblicata nel 1975, nel libro De Corpo Inteiro. Traduciamo qualche scambio di battute, brevissime, scabre – dove le domande paiono più efficaci delle risposte.

Scrivere allevia l’angoscia del vivere?
“Naturalmente. Lavorare in ufficio, se ami l’ufficio, è celestiale. Altrimenti, è un inferno”.
Chi è Dio?
“Tutto, qualche volta. Nulla, sempre. Come è possibile descrivere un essere umano nel modo più completo possibile? Politico, poetico. Fisico”.
Cosa significa una bella donna per lei?
“Un insieme di molte donne”.
Qual è la sua poesia prediletta?
“La sto scrivendo. Può aspettarmi dieci anni?”
Dove le piacerebbe vivere se non vivesse in Cile?
“Mi creda, sono patriottico, come ho scritto in un poema: ‘Se dovessi nascere mille volte. Qui voglio nascere. Se dovessi morire mille volte. Qui voglio morire’”.
Mi dica la gioia più grande che le ha dato la scrittura?
“Che la mia poesia sia ascoltata in luoghi desolati: nel deserto del Cile del nord, tra i minatori, nello Stretto di Magellano, tra i tosatori di pecore, in un capannone sporco, pregno dell’odore della lana, del sudore, della solitudine”.
Che stato precede la sua creazione: l’angoscia o la grazia?
“Non conosco questi sentimenti. Ma non mi creda insensibile”.

*

Dammi la tua mano

Dammi la tua mano:
voglio dirti ora
come sono entrata nell’inespresso
che da sempre è la mia ricerca cieca e segreta.
Come sono entrata
in ciò che esiste tra il numero uno e il numero due,
come ho visto la linea del mistero e del fuoco,
una linea ambigua.

Tra due note musicali c’è una nota,
tra due fatti esiste un fatto,
tra due granelli di sabbia per quanto uniti siano
c’è un intervallo di spazio,
c’è un sentire che è all’intero del sentire
negli interstizi della materia primordiale
c’è questa linea di mistero e di fuoco
che è il respiro del mondo,
e il respiro continuo del mondo
è ciò che sentiamo
e che chiamiamo silenzio.