Clamorosa scoperta: io non sono Davide Brullo ma ‘Davide Bruscia’, ovvero, “un puledro”

Posted on Febbraio 18, 2018, 1:02 pm
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Montescudo sta in bilico sui monti riminesi come un bambino alla finestra. Rocca malatestiana, dicono vi siano fantasmi fantomatici e medioevali. Quando passò di qui Napoleone, tanto per dire della furia degli abitanti di quassù, il Tibet del riminese, i montescudesi si dissero bonapartisti, facendo sventolare vessillo francese sul colle. Ero lì a mangiare. Mentre attendo il cibo – con buona fortuna ai vegani, carne, carne, carne – sfoglio un foglio del luogo. Esperienza pirandelliana. Scopro che io – indubitabilmente io – non sono più io.

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L’articolo ‘incriminato’ in cui Davide Brullo diventa il tagliente e irriverente Davide Bruscia

Pagina tal dei tali, titolo dell’articolo: “Da Peli”, cenare con i poeti della rivoluzione. In effetti. Sono stato, un mese fa, “Da Peli”, insigne ristorante a San Giovanni in Marignano – ennesima magione malatestiana, nei pressi di Cattolica, in pianura – invitato dal probo Rodolfo Francesconi, presidente dell’Associazione culturale Impronte Adriatiche (e molto altro: poligrafo, già alto dirigente in Milano, amico, tra gli altri, dei poeti Raffaello Baldini e Bartolo Cattafi, che mi piace tanto). Prima di magnare, ho discettato dei poeti russi, presentando 1917: i poeti che fecero la Rivoluzione, il libro che ho scritto per l’editore Interno4. L’articolo pare proprio parlare di me. “Lo scorso 13 gennaio, ore 18” c’ero proprio io al ristorante “Da Peli”: la fotografia che adorna l’articolo e che ritrae Rodolfo Francesconi mi conferma che ero proprio io, Davide Brullo, ad aver parlato, un mese fa, dei poeti russi che amo tanto. Eppure. Shock pirandelliano. Il 13 gennaio scorso non è Davide Brullo ad aver discettato di poesia, ma tale “Davide Bruscia, di certo una delle menti più taglienti e irriverenti della provincia di Rimini”. Delicato refuso? Procedo nella lettura dell’articolo. Convincendomi, a questo punto, che non ero io l’esperto irriverente di poesia russa in quel brumoso 13 gennaio. “Di viva cultura, Bruscia ogni tanto esprime giudizi poco accorti, da puledro, come ben sanno coloro i quali sono stati raccontati sulle pagine della ‘Voce’, il quotidiano chiuso pochi anni fa”. In un paio di smilze colonne, l’articolista, che non si firma – eppure gioca a bowling con spericolati epiteti – allinea una serie di scombinate scorrettezze in grado di stordire i vermi che si nutrono del cadavere di Indro Montanelli. Titolo del libro presentato sballato (“I poeti della rivoluzione russa” invece di 1917: i poeti che fecero la Rivoluzione), nomi sparsi a caso, scritti indecentemente (“Majakivski” al posto di “Majakovskij”; “Block” al posto di “Blok”, manco il divo Aleksandr fosse la marca di un trapano; “Essenin” in vece di “Esenin”), mitragliata di refusi e inesattezze (La Voce era la rivista fondata esattamente 110 anni fa dal duo Prezzolini-Papini, probabilmente l’articolista enigmatico si riferisce a La Voce di Romagna, quotidiano locale nato 20 anni fa e fallito, definitivamente, non “pochi anni fa”, ma neanche un anno fa, l’8 marzo del 2017). Veniamo a me. Evidentemente il tagliente, irriverente, spregiudicato sono io, Davide Brullo: ho lavorato, è vero (o forse no, chissà), per qualche anno per un quotidiano chiamato La Voce di Romagna, prima che il quotidiano fallisse lasciandomi col deretano per strada. In effetti, ho esercitato con decenza e dovizia l’arte giornalistica: per questo, tutte le forze politiche del territorio, di ogni cangiante colore, hanno accolto con giubilo la notizia che il demonico Davide Brullo non avrebbe più rotto le palle ad alcuno via stampa.

Bruscia

Lui è Simone Bruscia, uno e trino (forse)

Il lapsus del distratto articolista è micidiale: ‘Bruscia’, probabilmente, è un riferimento a Simone Bruscia, dal 2010 guida dell’Associazione Riccione Teatro, tra i più longevi e colti istituti di drammaturgia in Italia – vi sono passati tipi, sparo a caso, come Zavattini, Franco Quadri, Luca Ronconi, Stefano Massini, Alessandro Baricco, Enzo Biagi, Dacia Maraini, Pier Vittorio Tondelli. Ometto elegante, forbito, intelligente; non certo tagliente né irriverente. A Bruscia, attualmente guru della cultura presso l’attuale amministrazione comunale in Riccione (milioni di rosari per lui, poveretto) devo l’aver avuto il coraggio di produrre per il Teatro Astra di Bellaria il mio testo agghiacciante su Benedetto XVI, Rinuncio, con furibondo Paolo Graziosi. Per il resto: gli ho ‘fatto il pelo’ più volte – senza mai fargli lo scalpo né le scarpe – l’ho ‘battezzato’ con parecchi articoli al veleno e al vetriolo. Ma sono pure andato a pigliare il caffè con lui un tot di volte parlando di massimi sistemi culturali. Insomma, tra me e Bruscia è stato un Mezzogiorno di fuoco al sole di Riccione, una ‘relazione pericolosa’ e pericolante. Letto l’articolo, perciò, contatto il Bruscia. Hai visto che razza di centauro è nato? Pare un incrocio tra Oscar Wilde e il duca della Confindustria della cultura, un imberbe amalgama tra un rutto di Rimbaud e il sonetto di un damerino. “Dovremmo iniziare a pubblicare cose con questo nome”, fa lui. Arriva la carne. Getto via l’articolo. La mente si spegne, i denti scintillano, l’intestino gorgheggia. A mangiare il superbo quarto di animale ucciso è Davide Brullo o il puledro Davide Bruscia? Maliziosi misteri. Io non so chi sono neppure quando mi chiamano per nome.

Davide Bruscia