“Spesso sono preda di folli attacchi di pietà”. Emil Cioran: il libro mistico restaurato

Posted on Luglio 17, 2020, 6:33 am
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La Bibbia è un tappeto di lacrime, la Scrittura si liquefà nel pianto. “Semina lacrime/ mieterai gioia”, insegna il salmista (126, 5). Più dei sacrifici, Dio vuole un altare lucente di lacrime: “Ho udito la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco, io ti guarirò”, 2 Re 20, 5. Il corpo deve decomporsi nel pianto; le lacrime sono anima che esonda dagli occhi e ustiona la carne. Un corpo eroso dal pianto è trasfigurato: per questo Dio lo ama e può scegliere di smussare la sua indifferenza. Si deve pregare soltanto “piangendo a dirotto” (1 Sam 1, 10).

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C’è pianto e pianto: un pianto che piata alla terra – si piange per legare gli uomini a un fatto, a un luogo, a un volto, le lacrime sono un legaccio, un nodo. E c’è un pianto che squaglia, che eleva, che semina l’uomo, da qua, nell’aldilà.

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Gesù intima “non piangere!” (Lc 7, 13), eppure piange. “Gesù scoppiò in pianto” (Gv 11, 33). Gesù piange la morte di Lazzaro: per questo Lazzaro risorge, le lacrime sono l’orizzonte della resurrezione. Le lacrime come il fiato con cui il creatore, dalla terra, eleva l’uomo. Dio è davvero Gesù, uomo, quando piange.

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Per questo, c’è una affinità – nel segno di dolore che si dora in grazia – tra lacrime e stimmate. Le lacrime sono un dono; le lacrime dei santi ustionano. Il corpo è rigato di lacrime con la stessa intensità con cui frusta e cilicio segnano la carne. In ogni caso: svuotarsi, sfibrare, estorcere acqua e sangue.

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“Sarò, un giorno, abbastanza puro da riflettermi nelle lacrime dei santi?”, scrive Emil Cioran, in un libro di claustrale bellezza, Lacrime e santi. In Italia lo ha pubblicato Adelphi, era il 1990, per la cura di Sanda Stolojan e la traduzione di Diana Grange Fiori. È un libro che, molti anni fa, ho molto segnato. Nella Nota finale la Stolojan cita Benjamin Fondane e i suoi “Colloqui con Šestov”, perciò scrivo a Luca Orlandini, che ha tradotto quel libro – così pieno di intuizioni – per Aragno, come In dialogo con Lev Šestov. Scrivo sempre a Luca quando sono disperato – o tento – perché la sua spietatezza, appresa dal contatto con le fiere, presumo, mi rincuora, è sapienza. Lui mi dice, come sempre, di badare ai dettagli. Ecco. “Lacrime e santi è stato pubblicato a Bucarest nel 1937. La versione francese di Sanda Stolojan comporta importanti soppressioni e modifiche volute dall’autore”. Quindi? Orlandini mi dice che la versione originale, rumena, è lunga il doppio di quella francese (e quindi italiana), e che è su quella che si basa la traduzione, per il mondo inglese, di Ilinca Zarifopol-Johnston: Tears and Saints è pubblico nel 1995 per la University of Chicago Press. Poco dopo, mi fa avere il volume.

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Il libro – da cui ho estratto alcuni brani non presenti nella versione italiana – è davvero straordinario. Nell’introduzione la Zarifopol-Johnston ci fa capire qualcosa sul Cioran affascinato dalla mistica, che è poi la pratica ineffabile di dire l’inaudito, filologia della contraddizione, cristianesimo ‘creativo’, attinente al ‘parlare in lingue’. “Per loro [i mistici] il fondamentale è indissociabile dall’insignificante”, scrive Michel de Certeau in Fabula mistica, testo pluricitato dalla traduttrice. Credo che quel tuffo nell’insignificante, cioè nel fondamentale, abbia esaltato Cioran, quell’oltraggio del verbo.

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“Nella Romania degli anni Trenta l’anima del giovane Cioran era tormentata da due assoluti, senza poter credere ad alcuno di essi. Vista la situazione, il prossimo passo pareva inevitabile: se non il suicidio, sarebbe stato l’esilio imposto. Nel 1937, pochi mesi dopo la pubblicazione di Lacrime e santi, Cioran abbandonò Bucarest per non farvi mai più ritorno. Quando sentiremo parlare ancora di lui, a Parigi, nel 1949, con la pubblicazione di Précis de décomposition, il primo libro in francese, egli avrà abolito la propria identità rumena, la propria lingua. Aveva realizzato un’ossessione accarezzata da tempo: essere un uomo del nessun dove, cittadino del nulla”.

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In un Midrash si racconta il pianto di Dio di fronte a Metatron, “il capo degli angeli”: “Se tu adesso non mi lasci piangere, io vado in un posto dove tu non puoi andare, per poter piangere di persona. Là mi lamenterò in segreto”. Gli angeli – come i giaguari, i pesci, le mosche, le creature – non piangono; Dio ne sente l’esigenza. Dal pianto di Dio, forse, sorgono ulteriori galassie – altre umanità. Nel pianto, l’uomo annega, vorrebbe liberarsi di sé, ma per quello non basta un’inondazione. Gettarsi è analogo a piangere, ma l’angolo di obbedienza è diverso. (d.b.)

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Potrei facilmente convertirmi a una religione che predica la morte come un fatto vergognoso. Il Cristianesimo ha lusingato a lungo la parte più intima di noi stessi, tramutando la morte in un trionfo di virtù. L’agonia è il clima naturale del Cristianesimo. Tutti muoiono in questa religione, perfino Dio, come se non ci fossero già abbastanza cadaveri e il tempo non fosse il macello dell’universo!

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Se credi in Dio, sei pazzo senza essere precipitato nella pazzia. Come ci si ammala senza soffrire di una qualche particolare malattia.

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I bambini mi spaventano. I loro occhi contengono troppe promesse di infelicità. Perché vogliono crescere? I bambini, come i folli, sono graziati da un genio innato, presto smarrito nel vuoto della lucidità.

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La vita è uno stato di ebbrezza solcato da improvvisi squarci di dubbio. La maggior parte degli uomini muore ubriaca. Se fossero sobri non oserebbero nemmeno respirare.

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Finché la musica si rivolgeva a Dio e non agli uomini – come ha fatto prima di Beethoven – era l’oppio onirico dei mortali. Una volta parlava della solitudine di Dio, e dunque della nostra. I violini erano i sospiri degli arcangeli, i flauti il pianto degli angeli, l’organo l’imprecazione dei santi. Bach e i maestri italiani di quel tempo non esprimevano sentimenti, servivano il cielo. Era facile, dunque, sospendere la propria umanità e abbandonarsi in Dio.

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“Un pensiero di Dio ha più valore del mondo intero” (Anna Katharina Emmerick). Povera santa, aveva terribilmente ragione!

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La vita non è, la morte è un sogno. La sofferenza ha inventato entrambe come una sorta di giustificazione. L’uomo, solo, è lacerato da illusione e irrealtà.

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La vita è piena a tal punto di morte per la morte che non si può aggiungere altro.

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Una volta che hai pensato a lungo alla morte, cominci a meravigliarti: forse è tutto una immensa bugia. Asceso sulla cima della morte, le verità sottostanti ti appaiono illusioni.

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In ogni caso, sono eccessivamente Cristiano. Posso dirlo dal modo in cui mi attraggono i mendicanti e i deserti, per i folli attacchi di pietà di cui sono spesso preda. Tutto ciò equivale a diverse forme di rinuncia. Abbiamo nel sangue la feccia velenosa dell’assoluto: essa ci impedisce di respirare, eppure non possiamo vivere senza.

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Che Dio pianga per l’uomo in cui non c’è più nulla che muore!

Emil Cioran