“Avere una salda reputazione, non conosco sconfitta più penosa”. Lasciate stare Cioran: lettera contro gli apologeti dell’ultima ora, che mistificano la vertigine di un grande solitario

Posted on Ottobre 23, 2020, 8:03 am
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«Uno scrittore capito è uno scrittore sopravvalutato» [Quaderni, 1965]

Si può parlare di ‘rinascimento’ nel caso di Emil Cioran? L’attenzione sul filosofo, definizione che il romeno avrebbe senz’altro accolto con sdegno («Mi fa orrore sviluppare, spiegare, commentare, sottolineare, mi fa orrore tutto quello che ricorda il filosofo, e quindi il professore. La filosofia: un pensiero che si spande – come si dice dello sterco di vacca quando si allarga. Non amo che il pensiero conciso, fulminato in una formula» [Quaderni, 1967]), ha toccato il parossismo. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1995, colui che era e, lui vivente, aveva preteso di essere un autore per palati sopraffini è stato volgarizzato con innumerevoli pubblicazioni, apologetiche o denigratorie, finanche biografie – descrivere la vita di un tanatologo è quanto meno compromissorio – tanto da rendere di attualità disarmante la sua constatazione, all’indomani della popolarità raggiunta con la pubblicazione del Sommario di decomposizione: «Il Sommario è uscito in edizione tascabile. L’ho visto alla Samaritaine. Dopodiché non resta che gettarsi in una fogna» [Quaderni, 1966]. Come è stato possibile che un autore d’élite sia oggi sulla bocca di pressoché chiunque abbia la pretesa di passare per intellettuale mordace? Assistiamo ad una glorificazione post-mortem che, anziché valorizzare il genio di questo monumentale irregolare, tende a straziarne le vertigini, a banalizzarne il pensiero già di per sé asistematico e pertanto più agevolmente citabile dal perfetto manichino da salotto.

Cioran, possiamo affermarlo senza tema di smentita, sarebbe stato il primo a rifuggire il piedistallo che tante (troppe?) blatte da dipartimento gli hanno edificato: «Non c’è niente di peggio dell’idiozia mascherata da intelligenza. (Lo si vede in tutti quelli che usano un gergo filosofico o un altro)» [Quaderni, 1966].

Ogni testo del pensatore romeno dovrebbe recare una ‘avvertenza’ ai lettori: «Permettere che questo libro cada nelle mani di chiunque mi sembra imprudente» [Quaderni, 1966 – a proposito del Sommario di decomposizione].

Se c’è stato un autore novecentesco che ha sempre osservato un isolamento volontario – in ciò analogamente a due altri monumentali dissidenti della scrittura quali Céline e Thomas Bernhard – da tutto quanto fosse ‘letterario’, ebbene questi è stato proprio Cioran: «Nutro il più grande disprezzo per gli scrittori che pretendono e credono di essere maledetti, mentre fanno a meraviglia i loro affari. C’è uno che si atteggia a solitario, ma compare nelle riviste, corteggia i giovani e non perde occasione per far parlare di sé. Il tutto con l’aria apparentemente distaccata; in realtà con un grandissimo desiderio di essere presente dappertutto. Ogni scrittore è detestabile in quanto scrittore» [Quaderni, 1966].

Vi è una formicolante, spasmodica adorazione per un autore che ha trascorso la vita e riempito migliaia di pagine nel tentativo di esistere, tra le lancinanti cicatrici dell’esserci e le ambiziose velleità di rassegnazione. Cioran era nauseato dall’umanità perché permeato del compiaciuto disgusto, in primis verso sé stesso, di chi l’umanità compatisce: «La pietà è l’unico sentimento che si dovrebbe legittimamente provare per ogni essere umano, anche per un farabutto» [Quaderni, 1966].

Ma non si confonda la ‘pietà’ cioraniana con l’umanismo sartriano; la ferocia puntuta, il sarcasmo tracimante di bile denotano una intelligenza luciferina che agonizza nella consapevolezza della propria disfatta: «La mia capacità di intenerirmi non è completamente svanita. Ho un cinismo di superficie, verbale, astratto. Quando faccio del male sono così maldestro! Novizio nell’arte di nuocere – in pratica, lo ripeto, perché in teoria mi sento capace di far concorrenza al Demonio» [Quaderni, 1966].

E quale fallimento sarebbe più compiuto e pertanto più riuscito dell’Apocalisse? Appunta Cioran nei propri Quaderni – il solo, autentico testo postumo del romeno in quanto non destinato alla pubblicazione e perciò stesso, congiuntamente agli epistolari, il più sincero, pregno come è di una commovente, titanica impotenza: «Mi sorprende il fatto che un indolente come me possa sognare così tanto la Distruzione. Non sarà perché è l’unica forma di attività che non mi sembri avvilente? Eppure costruire, crescere, edificare sono operazioni infinitamente più lente, delicate e complesse che non l’annientare, è vero – ma annientare dà un senso di potenza e lusinga in noi qualcosa di oscuro, di originale, che nessuna opera saprebbe suscitare. Non è costruendo, ma distruggendo che possiamo intuire le soddisfazioni segrete di un dio» [Quaderni, 1967].

Cioran, un funesto demiurgo che detestava il proprio culto: «La cosa per me più umiliante sarebbe avere il successo del tale o del talaltro, veder pubblicare studi, libri su di me. Sopporto infinitamente meglio la mia condizione di sconosciuto di quanto non farei se mi trovassi in quell’altra: avere una salda reputazione, non conosco sconfitta più penosa» [Quaderni, 1966]. Cioran, il divino inetto che, pur di non avere adepti, sarebbe giunto al trionfo del silenzio: «Perché ogni silenzio è sacro? Perché la parola, salvo in momenti eccezionali, è una profanazione. L’unica cosa che elevi l’uomo al di sopra dell’animale è la parola; ed è anche quella che spesso lo pone al di sotto. La parola – strumento dell’elevazione e della caduta dell’uomo. L’uomo dovrebbe avere la libertà di aprire bocca solo di tanto in tanto. E funzione primaria della società dovrebbe essere lo sterminio dei chiacchieroni» [Quaderni, 1968].

Sia messo pertanto a verbale: «Non scrivere su autori con cui ho affinità. Farlo è indecente. Equivarrebbe a parlare di sé in modo a stento dissimulato. Ma è un giochetto che non inganna nessuno» [Quaderni, 1967] poiché «Ogni lettore è un parassita che non sa di esserlo» [Quaderni, 1969].

Luca Ormelli