“La mia visione dell’avvenire è così precisa che, se avessi dei figli, li strangolerei all’istante”: discorsi intorno al libro più inquietante (e salutare) di Cioran

Posted on Aprile 01, 2019, 8:50 am
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“Se un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo:
 «A che gli è servito nascere?»,
 ora mi pongo lo stesso interrogativo davanti a ogni vivo”.

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A me l’antinatalista Emil Cioran non mette ansia, non mi fa deprimere, non lo trovo cinico, anzi, mi fa sentire meno sola, mi fa sorridere, e spesso chiarisce il mio posto nel mondo.

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L’inconveniente di essere nati è una sua raccolta di aforismi geniali, di quelli che ti fanno dire: ok, è già stato detto tutto e lui lo ha fatto nel migliore dei modi.

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L’antinatalista considera la nascita non richiesta un’ingiustizia. Se non fossimo mai nati, tutto sarebbe stato perfetto. E ci sono molti punti in comune con il buddhismo, che ambisce all’estinzione, che è un sistema ateo, che come ultimo scopo ha quello di interrompere il ciclo delle reincarnazioni proprio per non rinascere mai più, per tornare alla nostra vera essenza.

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Perché alla fine la vita è un’illusione, il nostro io è un’illusione, e allora, se si nasce, per fortuna ci si può suicidare, un’ottima via di fuga, una salvezza, una scelta che rende sopportabile lo stare al mondo – anche se secondo Cioran non vale la pena uccidersi perché ci si uccide sempre troppo tardi.  La vita non è rose e fiori, e anche il buddhismo la considera piena di sofferenze. Per vivere in maniera più serena bisogna imparare il non-attaccamento, come scrive anche Cioran: “Se l’attaccamento è un male, bisogna cercarne la causa nello scandalo della nascita, perché nascere significa attaccarsi. Il distacco dovrebbe quindi cercare di far scomparire le tracce di quello scandalo, il più grave e intollerabile di tutti”.

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I buddhisti hanno addirittura creato Il libro tibetano dei morti, una vera e propria guida da imparare a memoria e che sarà utile una volta trapassati. Eh sì, perché le anime, prima di estinguersi, attendono nel bardo – una specie di purgatorio, per capirci – ed è lì che devono seguire determinate regole, luci, colori ecc. per non rinascere, per non finire in un altro maledetto utero materno. Se si sbaglia, niente nirvana, bisogna sopportare un’altra vita, sperando di rinascere al livello più elevato, quello degli uomini e non certo degli animali.

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Sempre da L’inconveniente di essere nati: “La verità rimane nascosta per colui che è abitato dal desiderio e dall’odio. (Buddha)… Cioè per ogni vivente”.

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Essere antinatalisti non vuol dire odiare i bambini, non vuol dire essere d’accordo con lo smettere di fare figli anche per risolvere il problema della sovrappopolazione. Anche se…

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“Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L’uomo si estende. L’uomo è il cancro della terra”.

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“L’uomo ha detto ciò che doveva dire. Ora dovrebbe riposarsi. Si rifiuta – e benché sia entrato nella sua fase di sopravvissuto, si dimena come se fosse alle soglie di una carriera mirabolante”.

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Essere antinatalisti vuol dire essere arrabbiati per essere venuti al mondo senza poter scegliere, dato che tanto si deve morire.

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“Perché temere il nulla che ci aspetta quando non differisce da quello che precede: questa argomentazione degli antichi contro la paura della morte è inaccettabile in quanto consolazione. Prima, si aveva la fortuna di non esistere; ora esistiamo e proprio questa particella di esistenza, quindi di sventura, teme di scomparire. Particella non è la parola esatta, giacché ognuno si ritiene superiore o, almeno uguale all’universo”.

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Se ci pensiamo, chi l’ha detto che non si stava meglio prima? Chi l’ha detto che non sia meglio la morte? Anche nello Zhuangzi, uno dei più importanti testi filosofici cinesi, nel “Discorso sull’uniformità delle creature”, c’è un passaggio che dice: Come posso sapere se l’amore per la vita non sia una illusione? Come posso sapere se l’avversione per la morte non sia il sentimento di un bimbo smarrito, che non sappia tornare a casa?”.

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E ancora: “Come posso sapere se il defunto non si è pentito di aver prima bramato la vita?”.La vita è un germogliare, la morte è un tornare a casa. L’inizio e la fine tornano entrambi -all’elemento che è privo di princìpi eppure nessuno sa in che modo il processo si estinguerà”.

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C’è un’altra citazione che mi piacerebbe sottoporvi, anche se meno colta, ed è tratta da una delle serie TV più belle di tutti i tempi, la prima stagione di True Detective. Chi l’ha vista saprà che il protagonista Rustin Chole (Matthew McConaughey) è un vero nichilista che addirittura crede nella teoria dell’eterno ritorno. Anche lui è un antinatalista, e anche lui a un certo punto parla della morte in questi termini liberatori: “È di questo che sto parlando, è questo che intendo quando parlo del tempo e della morte e della futilità. Ci sono considerazioni più ampie all’opera, principalmente l’idea di quello che ci è dovuto in quanto società per le nostre reciproche illusioni. Durante le nostre quattordici ore filate a guardare corpi morti, questo è quello a cui pensi. Lo avete mai fatto? Li guardi negli occhi, anche in una foto, non ha importanza se siano vivi o morti, puoi comunque leggerli, e sai cosa capisci? Che loro l’hanno accolta. Non subito ma, proprio lì all’ultimo istante, un sollievo inequivocabile. Certo erano spaventati e poi hanno visto per la prima volta quanto fosse facile lasciarsi andare. L’hanno visto in quell’ultimo nanosecondo. Hanno visto quello che erano, che noi, ognuno di noi, in tutto questo grande dramma, non è mai stato altro che un cumulo di presunzione e ottusa volontà e allora puoi lasciarti andare, alla fine non devi aggrapparti così forte per capire che tutta la tua vita, tutto il tuo amore, il tuo odio, la tua memoria, il tuo dolore, erano la stessa cosa, erano semplicemente un sogno, un sogno che si è svolto in una stanza sprangata, e grazie al quale hai pensato di essere una persona. E come in molti sogni, c’è un mostro che ti attende alla fine”.

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Ma L’inconveniente di essere nati non parla solo del senso del nostro essere nel mondo, ma anche di filosofia, di scrittura, di storia. È un saggio nel saggio, è uno di quei libri che si legge e rilegge, in cui si sottolineano strenuamente delle parti. Un libro che si riaprirà negli anni a venire, un libro di cui fare tesoro. È un libro sulla meditazione, sulla consapevolezza, sulla pericolosità del proprio passato, un libro sul concetto di tempo, sulla saggezza, sulla depressione, sulla noia, sulla malattia, sulla perdita, sulla solitudine, sull’amicizia, sull’insonnia, sul senso di eterno e di finitudine, sul concetto di bene e male, su Dio e le religioni.

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“È chiaro come il sole che Dio era una soluzione e che non ne troveremo mai una altrettanto soddisfacente”.

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È una specie di I Ching cui chiedere risposte quando si hanno tendenze suicide, con il risultato che si potrebbe pure cambiare idea e finire a scoppiare a ridere.

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“Il grande torto della natura è di non aver saputo limitarsi a un solo regno. In confronto al vegetale, tutto appare inopportuno, fuori luogo. Il sole avrebbe dovuto imbronciarsi all’avvento del primo insetto e sloggiare all’irruzione dello scimpanzé”.

“L’uomo accetta la morte, ma non l’ora della propria morte. Morire in qualunque momento, tranne quando bisogna morire”.

“Il diritto di sopprimere tutti quelli che ci infastidiscono dovrebbe figurare al primo posto della costituzione della Città ideale”.

La sola cosa che si dovrebbe insegnare ai giovani è che non c’è niente, diciamo quasi niente, da aspettarsi dalla vita. Sogniamo una Carta delle Delusioni che elenchi tutti i disinganni riservati a ognuno, da affliggere nelle scuole”.

“Se è vero che con la morte si ridiventa quello che si era prima di essere, non sarebbe stato meglio limitarsi alla pura possibilità, e non uscirne? A che serve questa deviazione, quando si poteva rimanere per sempre in una pienezza irrealizzata?”.

“La mia visione dell’avvenire è così precisa che, se avessi dei figli, li strangolerei all’istante”.

E avanti così.

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Perché la vita è un gioco, perché è tutta una grande presa in giro, e visto che ormai siamo saliti sulla giostra, giriamo.

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Eppure, a volte, tutte queste persone che vedono nella morte una liberazione, il vero senso del tutto, mi fanno pensare a una cosa: forse sono proprio loro i più grandi amanti della vita, quelli che temono la morte più di chiunque altro, quelli che non se ne fanno una ragione perché la vita, in fondo, sa essere bella e piacevole, perché morire è immorale; quelli che venderebbero la propria madre per ottenere l’elisir dell’immortalità, proprio come scrive Cioran: “Nessuno più di me ha amato questo mondo, e tuttavia, me l’avessero offerto su un vassoio, anche da bambino avrei esclamato: «Troppo tardi, troppo tardi!»”.

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Nessuno sa chi avrà ragione. Se di là non c’è niente, forse tanto valeva non nascere, ma anche se di là c’è soltanto vuoto ed estinzione, forse la vita può essere comunque vista come un dono, sempre meglio del nulla, come scriveva anche Oriana Fallaci nel suo Lettera a un bambino mai nato. Forse è soltanto questione di fede, di punti di vista. Forse non lo sapremo mai.

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“Se si potesse dormire ventiquattr’ore su ventiquattr’ore, si raggiungerebbe presto l’inerzia primordiale, la beatitudine di quell’ininterrotto torpore anteriore alla Genesi – sogno di ogni coscienza esasperata di se stessa”.

Dejanira Bada