“Poiché è il contrasto ciò che m’interessa”. Una chiesetta sperduta nella valle di Gressoney vince, per dolcezza, il Duomo di Milano

Posted on Agosto 10, 2020, 9:57 am
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Sono anni, addirittura troppi, che mi dico che un giorno o l’altro scriverò un racconto su una chiesetta che sta in montagna e il duomo che sta a Milano. In realtà, ora che mi sono deciso a parlarne, m’interessa sottolineare cosa accomuna in maniera differente una chiesetta sperduta nella valle di Gressoney e una cattedrale straordinaria in piazza Duomo a Milano. Nulla di che, in realtà. Ma in fin dei conti il particolare è tutto. Difatti, una scritta campeggia su entrambe le facciate d’ingresso. Due parole, unicamente due parole a sottolineare una credenza, un monito, un ricordo, un meditare continuo, che è poi preghiera e ringraziamento; se non fede e mistero. Mi ha sempre colpito, infatti, il Mariae nascenti sull’imponenza del Duomo, in contrasto con il Mariae dolenti nella pochezza di una chiesetta qualunque, tra le tante, posta ad un bivio stradale di montagna. Come se la tua esistenza messa lì all’improvviso davanti a quella chiesetta ‒ che la sera indossa un lumino acceso, quasi a dirti che non sei per niente abbandonato nel buio, non solo della notte, che stai affrontando ‒ fosse chiamata a scegliere, giorno per giorno e sera per sera, la strada da percorrere. Perché quel bivio in realtà è l’allegoria della vita.

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Le volte che mi capita di stare davanti allo sfarzo del Duomo di Milano, lo sguardo immediatamente si rivolge alla Madonnina. Ma subito dopo, quel Mariae nascenti mi rimanda alla chiesetta gressonara. E viceversa. Quando sto nella valle del Lys (questo grande e imponente fiume che porta il nome di un fiore, la cui acqua gelida e ripida ricorda, per chissà quale altro mistero, il nome del giglio), la pochezza e tristezza, se vogliamo, di un Mariae dolenti, mi fa intendere che posso scegliere se ritornare a casa o se prendere la strada a destra, quella, sì, che porta al Castel Savoia della Regina Margherita, ma che poi prosegue, va oltre, e se decidessi di intraprenderla, mi porterebbe dentro la foresta accanto al lupo. E la mia ombra, le mie ali nere si acqueterebbero? Oppure i diecimila ricordi d’oro e d’argento che la mia povera vita presuppone, si annienterebbero in un urlo nella notte che rimbomba per tutta la valle del Giglio?

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Quel che scrivo e racconto è fantasia da poeta. Non ha dunque importanza il significato seppur sacro e profondo che viene attribuito alla Madonna, poiché è il contrasto ciò che m’interessa, come a significare che si nasce nello sfarzo e si soffre e muore nella pochezza, nella dimenticanza e nella sofferenza. Perché, vedete, se nella città è l’uomo a creare le trame e i tradimenti; nella montagna più selvaggia, è la natura stessa a determinare nell’istante il tuo destino.

Certo, tu potrai portare tutta la tua esperienza quassù. Potrai avere anche una o cento muse, ma alla fine quello che conta è la risposta al destino che da sempre ti chiama, ancor prima che tu esistessi. E allora, per me, essere poeta della lontananza significa essere legato al paradosso di due chiese totalmente opposte per magnificenza, sfarzo, pochezza e silenzi che, rimandandomi come dicevo l’una all’altra, mi fanno altresì capire quanto dovrei essere fortunato di poter vedere ancora con i miei occhi dei luoghi altrettanto stupendi quanto distanti, proprio perché non mi appartengono e io non appartengo a loro, se non unicamente in quanto il mistero ci lega per sempre ad un compito. Ed il compito del poeta, checché se ne dica, è anch’esso sacro.

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Lontano da tutti, vicino all’assoluto e all’estremo; quando me ne torno la sera verso casa, ubriaco di vino o birra, di sentieri e fonti, di parole e parole, marmotte, stambecchi o vuoti incolmabili, quando mi avvicino a quella chiesetta ed il lumino nel buio della notte diventa faro consolatorio e carezzevole, allora, soltanto allora, mi rendo conto di quanto la nostra vita sia un istante, come quell’urlo scagliato e rimbombante che fa capire a tutti quassù che è tornato il loro poeta, se mai, nell’estremo dell’assurdo, in mezzo a montagne che ti stringono stretto stretto quasi a toglierti il fiato, qualcuno se ne fosse mai accorto o ricordato. D’altronde, l’assenza, è soprattutto questo.

Giorgio Anelli