“Chi ha oggi le palle di scrivere (e di pubblicare) un libro come questo?”: 30 anni dopo la condanna a morte comminata a Salman Rushdie

Posted on Febbraio 28, 2019, 7:54 am
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La scrittura è sempre in contrasto con la Scrittura – il grande scrittore è Dio, chi sei tu, misero scrivano, che vuoi competere con Lui? Per essere ammesso al pubblico, ogni scrittore deve limitarsi a stare nel recinto della Scrittura, deve limare quel mondo, divino. Mi sembra normale che i grandi sistemi religiosi, attraverso sistemi più o meno deliziosamente coercitivi – dall’Indice dei libri proibiti alle esecuzioni pubbliche – abbiamo castrato gli scrittori: ogni scrittura offre delle vie di uscita dall’egida divina, ci fa scappare dall’algido giardino di Eden. Ogni scrittura che non sia la Scrittura, dunque, è apocrifa, è cosa occulta, che va occultata.

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Se al piano celestiale sostituiamo quello terrestre è lo stesso, state tranquilli, cambiano soltanto, drasticamente, le altezze. La politica ha bisogno che sia apocrifo – cioè glassato nell’indifferenza – il poeta; la scrittura va bene purché non leda la scrittura del codice civile, le norme del convivere civile, è accettata se declinata in una qualche inoffensiva scuola di scrittura.

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Il giorno di San Valentino di trent’anni fa l’Ayatollah Khomeyni, Guida Suprema dell’Iran, compie una azione estetica che non si vedeva dai tempi di Stalin, scocca l’anatema, la fatwa: “Informo tutti i coraggiosi Musulmani del mondo che l’autore dei Versi satanici, un testo scritto, editato e pubblicato contro l’Islam, il Profeta e il Corano, insieme a tutti gli editori consapevoli del suo contenuto, sono condannati a morte. Invito i valorosi Musulmani, ovunque siano nel mondo, a ucciderli senza indugio, così che nessuno osi insultare le sacre credenze dei Musulmani da ora in poi”. Dio – o il regno del Caso – decise da che parte stare: quattro mesi dopo Khomeyni lasciò questa terra. I Musulmani non scherzano: da allora Rushdie vive sotto scorta, ha cambiato casa decine di volte. A subirne le conseguenze sono anche i traduttori dei Versi satanici: il traduttore giapponese viene ucciso, a Tokyo, quello italiano, Ettore Capriolo (che ha tradotto anche Camus e Bellow, Thomas Wolfe e Norman Mailer, Truman Capote, Vladimir Nabokov e Joseph Conrad), viene pugnalato nella sua casa, a Milano, nel luglio del 1991. Oggi i Versi satanici sono stampati da Mondadori in economica, ci sono, ma non è semplice trovarli in libreria.

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In fondo, trent’anni dalla condanna a morte di Rushdie sono il grande discorso sul fraintendimento. Khomeyni fraintende un romanzo, ritenendolo un libro a tesi, contro il Corano – e così non è. D’altra parte, i sostenitori del romanzo lo citano per perorare l’illuministica necessità della libertà di opinione e di stampa, senza averlo letto. Un’opera d’arte – tale è un libro ascritto al genere ‘romanzo’ – va giudicata per i suoi aspetti formali – cioè: qualità di scrittura e rotondità di trama – non per le attese morali. Ma è proprio la forma, il discorso sul bello – che può essere la catabasi nell’osceno – a spaventare. Che poi una ‘forma’ possa scatenare una scelta, possa scaraventare nella conversione direi che è auspicabile – l’opera d’arte sovrasta il suo esecutore e le sue intenzioni.

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Ogni atto scritto fomenta il fraintendimento: con le parole Dio crea il mondo, con le parole il serpente travia l’uomo, lo perde. Bisogna obbedire alla parola di Dio o dotarsi di una personalità propria, scrivendola? Ogni costruzione della personalità ha il fine di strangolarla.

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Di Salman Rushdie ricordo I figli della Mezzanotte, letto con funerea furia, e una delle mogli, Padma Lakshmi. Non penso che I versi satanici sia un grande libro: preferisco le scudisciate narrative di Naipaul, per dire. Per me il discorso si chiude dove per gli altri si apre. Sottilmente, i vili dicono che se l’è cercata, Salman – per altro, perpetuando la vendita dei suoi romanzi, a volte troppo laccati – perché certe cose non vanno scritte e certe intimità e identità non vanno solleticate. Al contrario, lo scrittore dovrebbe scrivere sempre ciò che non vorremmo leggere, dovrebbe mostrare le pudenda di Dio e metterle in piazza: può non prendere posizione su nulla, nella vita reale, ma dare tutto – anche la vita – per assegnare una pazza autorevolezza alla sua creazione.

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Lo scrittore ha a che fare con il puzzo e con l’oscuro – ha riverenza nei riguardi della gioia. Non è un tiepido operaio della scrittura. Nel canone biblico, d’altronde, il massimo erotico – il Cantico dei Cantici – è accolto di fianco al nichilista assoluto – Kohèlet – il libro della vitalità associato a quello della rassegnazione e del cinismo. Gli ebrei lo sanno – e ci sguazzano. Leggete Isaac B. Singer, per dire. Noi pensiamo che il ‘cattolico’ sia lindo, dimori sotto un sudario: di Manzoni squalifichiamo la dostoevskijana indagine nel male e di Testori accettiamo solo il neorealismo da brigante brianzolo.

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In una articolessa pubblicata su Aeon, “Islam after Salman”, Bruce Fudge ribadisce ciò che intuiamo già. Attacca con una frase pronunciata dieci anni fa – dieci! – da Hanif Kureishi – “Nessuno avrebbe oggi le palle di scrivere I versi satanici, figuriamoci pubblicare un libro del genere” – giungendo, quasi subito, a una conclusione sconfortante. “Tre decenni dopo, il romanzo è ancora ristampato, facilmente disponibile, e il suo autore cammina ancora come un uomo libero. Se la battaglia dei Versi satanici è stata vinta, tuttavia, una guerra più importante è perduta. Chi oserebbe oggi scrivere un romanzo provocatorio sulle origini dell’Islam?… Qualche scrittore di origine musulmana potrebbe ricavare dalla vita del profeta Maometto una storia innovativa, irriverente e risolutamente senza Dio?”. La risposta è scontata.

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In una ragionata recensione pubblicata il 23 febbraio del 1989 sul The New York Times, dal titolo “The Satanic Verses: What Rushdie Wrote”, Michiko Kakutani, che ha capito subito il carattere formale del libro (“gran parte della rabbia che ha animato i primi libri, in particolare La vergogna, si è dissipata, sostituita da un lirismo che pare nostalgia”), ricalca alcune parole di Rushdie. “Racconto il disagio di una identità plurima. Ciò che si dice nel romanzo è che dobbiamo trovare un accordo con questo disagio. Stiamo diventando un mondo di migranti, fatto a pezzi, con milioni di frammenti, qua e là. Siamo qui. Ma non siamo realmente lontani da dove eravamo, da dove veniamo”.

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Le parole di Rushdie, rilette trent’anni dopo, impressionano. Disagio, migrazione, impossibilità di piantare davvero radici altrove. Sradicati, non abbiamo nulla da dire – ci dicono gli altri, ci misurano i soldi. Per questo ci vorrebbero tutti sradicati, felici a Roma come a New York, è uguale (ma non è uguale nulla, né la scansione della luce, né la stagionatura dell’ombra: la ‘natura’ non è la nostra anima di polistirolo e testosterone). Lo scrittore raccoglie i suoi frammenti, disciplina le sue identità.

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Allah pare essere più volubile e permaloso di Dio. I grandi scrittori ebrei americani hanno giocato spesso le loro armi narrative per setacciare le ambiguità di Dio, per cavargli l’iride dalle orbite. Per sua natura, Cristo ha accettato tutte le umiliazioni, anche quelle dell’arte. In questo lato letterario – la provincia Italia, dove è incapsulato il Vaticano – gli scrittori non sembrano avere gli strumenti culturali e formali per azzannare alla giugulare Cristo. Restano indifferenti, in una palude narrativa politica o inevitabilmente sociologica. Ma la sfida a Dio è necessaria allo scrittore perché è anche la sfida contro la morte, la faccia cruenta dell’aldilà. Proprio perché abbiamo dei limiti dobbiamo sfondare l’illimite. I musulmani sono intoccabili, i cristiani sono impalpabili. La scrittura, se brandita per auscultare le voglie dell’io o per promuovere la buona integrazione, non ha proprio senso – la scrittura è una legione di lupi gettata in faccia ai buoni di cuore. (d.b.)