“Chi avrebbe potuto resistere alla tentazione di scrivere una storia così straordinaria?”: dialogo con Simon Winchester

Posted on maggio 07, 2018, 6:59 am
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L’illuminazione ha una data. 1967. Simon Winchester ha 22 anni, è in Uganda. Londinese, una certa irrequietezza nel cuore, studia geologia, viaggia tra Canada e Usa, fa esperienza in Groenlandia. Dopo la laurea, trova lavoro per una compagnia mineraria canadese. Nel corpo montuoso africano, cerca giacimenti di rame. I suoi enigmi paiono forgiati da Joseph Conrad. Nella giungla, tira fuori dallo zaino un libro che ha acquistato per caso. Coronation Everest. Lo ha scritto James Morris. Racconta la spedizione inglese sull’Everest, nel 1953. Più tardi Simon parlerà di “conversione paolina”. “Ho scritto a James Morris immediatamente, gli ho chiesto come avrei dovuto fare per essere un giornalista come lui. Siamo ancora amici. Presto, la mia vita cambiò per sempre”. Proprio così. Due anni dopo Simon Winchester è ingaggiato dal Guardian, scrive pezzi dall’Irlanda del Nord. Gli va bene: è il cronista del ‘Bloody Sunday’. Nel 1972 è a Washington, segue il ‘Watergate’ e le dimissioni del Presidente Nixon. Simon raffina la penna e viene notato da un editor importante, Charles Monteith, lo stesso di Philip Larkin e di William Golding. Nel 1975 pubblica il primo libro, In Holy Terror, un resoconto della sua esperienza in terra d’Irlanda. Di lì a poco, avventuriero, un po’ avventato, sorridente, vagando per il globo – nel 1982 cerca di raggiungere le Falkland assediate dagli argentini, ma viene arrestato in Patagonia e imprigionato in Terra del Fuoco per tre mesi – diventa quello che è. Il massimo scrittore di non fiction del mondo occidentale. Che vuol dire, in mondi più civili, questo: trovare una buona idea, farsela pagare, fare tanta ricerca, scrivere in modo impeccabile. E vedere come va. Il libro a cui Winchester tiene di più s’intitola Il fiume al centro del mondo, è stato pubblicato in Italia da Neri Pozza, nel 2006, “commercialmente, è stato un mezzo disastro. Eppure… ho viaggiato per 4mila miglia tra Cina e Tibet, lungo lo Yangtze, un viaggio che mi ha insegnato molto, che mi ha portato ad amare moltissimo l’Asia, è stato una straordinaria avventura”. Il libro più bello di Winchester, parere di chi scrive, è Atlantico, il tentativo – riuscito – di scrivere “la biografia di un oceano”: lo ha stampato Adelphi, nel 2013. Sempre Adelphi, quest’anno, ha pubblicato “il libro a cui devo di più, che mi ha davvero cambiato la vita”, Il professore e il pazzo (Milano 2018, pp.262, euro 19,00). La storia, in effetti, è formidabile. Il più illustre collaboratore della più imponente impresa culturale inglese, l’Oxford English Dictionary, si chiamava William Chester Minor, chirurgo americano di buona famiglia, combattente durante la guerra civile, sessomane, assassino, recluso da anni in un manicomio inglese, con uno spiccato genio filologico. Il libro, pubblicato vent’anni fa, fu un successo strepitoso: Mel Gibson ne acquista i diritti per un film che forse si farà, chissà (nel cast compare, nella parte del pazzo, Sean Penn). A Winchester (con cui entrate in contatto dal suo sito specifico) in effetti, piacciono due cose. La natura violenta (ha scritto, tra l’altro, un libro sull’esplosione del Krakatoa, ancora inedito in Italia). E i personaggi minimi, dimenticati, anomali, eccezionali, con storie fragranti in dote (leggetevi L’uomo che amava la Cina, la storia del biochimico Joseph Needham, stampa sempre Adelphi). Tutto, tuttavia, dipende da altre due cose. La disciplina. Winchester lavora con energia impeccabile. Disseziona la giornata, studia, non ammette le vie semplici. Passa mesi a raccogliere le informazioni necessarie a dare sostanza alla sua storia. Poi si chiude a scrivere. In austera clausura. Fino all’antipatia. La seconda è. Letteratura. Winchester è un maestro di stile – la composizione quasi ‘liturgica’ dei suoi libri lo dimostra: il punto, mi dice, è trovare la chiave di volta che risolva la struttura del libro. Legge Philip Larkin, ama George Perec e Jorge Luis Borges, vorrebbe riesumare dal regno dei morti W. H. Auden e Anthony Burgess per il gusto di invitarli a cena. Nel mondo inglese ha appena pubblicato The Perfectionists, la storia, dal XVIII in poi, di “come l’ingegneria di precisione ha cambiato il nostro mondo”. Lo blocco, nella “fattoria sperduta sulle colline del Massachusetts occidentale” dove abita, dove scrive. Ama parlare con gli uomini. Ma ama la solitudine. Non crede in Dio, è risolto in una specie di stoicismo di fabbrica inglese. Winchester è disponibile, generoso, sornione. La vita, priva di sostanza verbale, è un suono ottuso, nullo.

winch professoreQuali sono i suoi principali criteri nel momento della scelta dei suoi progetti letterari? Come nasce l’idea di un libro? Com’è nata un’idea così particolare come quella de “Il professore e il pazzo”?

Il “Professore” nacque nella vasca da bagno. Stavo leggendo un libro sull’origine dei dizionari e, fortuitamente, lessi una nota a piè pagina che faceva riferimento a William Chester Minor, “uno squilibrato omicida americano, che fu uno dei maggiori collaboratori dell’Oxford English Dictionary”. Chi mai avrebbe potuto resistere alla tentazione di scrivere una storia così straordinaria? – ciononostante la mia editor di allora vi vedeva solo un pezzo da rivista, per il New Yorker o per l’Atlantic. Io, invece, pensavo dovesse essere raccontata con un libro e fortunatamente un editor della HarperCollins si trovò d’accordo con me. Iniziai quindi il lavoro di ricerca (che durò sei mesi circa), e poi di scrittura (impiegai solo sei settimane!); il resto è storia. Accorgersi di quella nota mentre leggevo durante il mio bagno mattutino fu un vero colpo di fortuna. Lo scrittore di quel libro, un famoso esperto di dizionari che si chiama Jonathan Green, mi ha maledetto per aver sottratto una misera riga del suo saggio e averne fatto la mia nuova opera – ma abbiamo fatto pace ormai e ora siamo buoni amici.

Lei è uno dei maggiori autori di “non-fiction”. Qual è il suo metodo di lavoro? Prima raccoglie le informazioni, una miriade di informazioni, viaggia, studia e successivamente cerca la forma letteraria più appropriata? Come funziona?

Solitamente passo un anno intero a viaggiare, leggere e fare ricerca prima di accendere la “modalità scrittura”, periodo durante il quale divento antisociale ed estremamente noioso. Scrivo praticamente ogni giorno senza fermarmi, dalle 5.30 di mattina alle 6 di sera e lo faccio proprio qui, in questa stessa fattoria sperduta sulle colline del Massachusetts occidentale. Attualmente sono in “modalità ricerca”, sto svolgendo del lavoro preliminare su quello che spero possa essere il mio prossimo lavoro: The History of The Possession of Land.

Nell’ultima parte di “Atlantico” lei scrive che una “nuova Pangea” verrà costruita. L’unica certezza è che l’uomo è destinato a sparire, mentre l’oceano a restare”; è così? Qual è la sua visione del mondo? Secondo lei è pura contingenza o il risultato del volere di un dio? Crede che sia importante per uno scrittore avere un punto di vista sul mondo o è invece inessenziale?

Credo, come del resto fanno molti geologi, che l’esito dell’idiozia dell’uomo sarà la sua estinzione e che questo accadrà molto presto. Non siamo abbastanza importanti – non lo siamo mai stati – per avere un impatto a lungo termine sul nostro pianeta. Tuttavia, esso si riprenderà dai deleteri effetti della nostra presenza, sopravvivrà a lungo dopo che saremo scomparsi e sarà la casa di altre creature assai più sensibili di quanto siamo stati noi. Non credo in alcun Essere Superiore, penso che tutto sia frutto del caso e, per quanto mi riguarda, ritengo che tutto questo sia un miracolo.

winchester perfectionistsQual è stato il libro più difficile da scrivere? E quello che le ha fatto scoprire le cose più inaspettate?

Si dice che il libro più difficile sia sempre il prossimo. Onestamente, direi che è stato The Perfectionists, appena uscito negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Si tratta di uno studio della storia della precisione, ed è stato particolarmente difficile perché, ad una prima occhiata, sembrava essere privo di un arco narrativo. Mi ci sono volute diverse settimane di riflessione per trovare un modo efficace di organizzare il materiale – alla fine ho deciso di ordinare i capitoli secondo il sempre crescente grado di tolleranza meccanica, partendo da 0.1mm agli albori della precisione, a 1×10-15 mm di tolleranza richiesti da alcuni dei più precisi dispositivi odierni. Una volta stabilito il criterio di organizzazione, mettere insieme il libro è stato molto più facile. Tutto ciò conferma la mia teoria che nello scrivere non-fiction le cose più importanti sono, in ordine: 1) l’idea; 2) la struttura; 3) lo stile. La struttura è cruciale e questo libro ne è la prova inconfutabile.

Ha raccontato le storie di Alice Liddell, di William Chester Minor e Joseph Needham; ha raccontato la biografia di vulcani e oceani… Cosa la affascina dei personaggi di cui scrive?

Mi piace raccontare storie di persone e cose dimenticate, di eroi senza fama e di chi credo meriti un posto di maggiore riguardo nella storia.

Mi parli del suo ultimo libro, “The Perfectionists”. Poi mi dica su cosa sta lavorando o su cosa le piacerebbe lavorare.

La precisione è ovunque, oggi la diamo per scontata. Non è sempre stato così, però. Tutto ebbe inizio quando un uomo di nome John Wilkinson realizzò un cilindro in ferro per un motore a vapore nel 1776. Lo fabbricò con tale ragionamento e precisione da creare, a tutti gli effetti, la Rivoluzione Industriale. La storia non ha un vero e proprio finale, oggi gli ingegneri continuano a lavorare con tolleranze tanto trascurabili da scontrarsi con la realtà della meccanica quantistica, all’interno della quale è letteralmente impossibile muoversi e misurare. Ma il finale della storia – la realtà stessa della fisica – deve essere considerato. Eppure, mi chiedo, conta davvero qualcosa? Dovremmo davvero continuare ad adorare la precisione fino a renderla un feticcio? – o dovremmo, come io credo, dare lo stesso valore all’artigianato – in altre parole, dovremmo dare lo stesso peso al bambù come al titanio.

(traduzione di Giacomo Zamagni, servizio di Davide Brullo)