“Non avrai una vita Ernesto Che Guevara, ma un destino”. Una mostra inattesa sul “Che”, il corpo della Storia

Posted on Ottobre 19, 2019, 6:22 am
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Dunque il corpo della Storia è quello. Un corpo immobilizzato sulla barella, terreo, gli occhi come selci che separano ricordo a codardia. La barba caotica conferisce al corpo, il corpo della Storia, un’ambizione cristica – un Cristo con la divisa da guerrigliero. Giovanni Bellini in Bolivia saprebbe trarre una fatidica Deposizione, con stuolo di estatici visitatori.

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Quelli non sono discepoli, però – ma nemici, forse traditori (anche in questo, si rispetta il cliché evangelico). Uno per tenacia ricorda Tommaso – il fucile al posto dell’indice. Insieme agli altri ammira il corpo, il corpo della Storia, con un certo timore: e se non fosse morto? Quante vite può avere un mito, quante può valerne? Due soldati, uno con una granata appesa alla giacca manco fosse un fazzoletto da tasca, fissano la camera, complici, severi. Pensano di poter sostituire quel corpo, certi di aver fatto la Storia. Ma la Storia – e la Storia, si sa, ha un odore laido, la Storia non è di chi attraversa i giorni nuotando, facendosi bombardare da un sospiro di stelle – non si fa imbragare dai briganti di terz’ordine. Il morto ha un viso così indelebile da essere replicato – manco fosse il Crocefisso – in centinaia di migliaia di bandiere e di t-shirt. Si può dire che il giorno della morte, in realtà, coincida con il giorno della nascita di quel corpo, il corpo della Storia.

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Il ‘Che’ fotografato da Osvaldo Salas (1914-1992): “Nel 1959, mentre Castro conduce con successo la rivoluzione cubana, lo chiama a Cuba. Osvaldo Salas, accompagnato dal figlio Roberto, allora diciottenne, ritorna e diventa capo del dipartimento di fotografia del quotidiano Revolución ed illustrerà per ventitré anni l’evoluzione dell’avventura cubana”

Questo è l’enigma: la gloria bacia qualcuno, ma la Storia ha bisogno di un morto per compiersi. Un morto dalla natura immortale – così quei colpi che bucano il collo, in realtà, sono stimmate, e subito, qualcuno, come i venditori di reliquie del Medioevo, misura e prezza il dito mignolo del ‘Che’, il naso, l’occhio destro, la fibbia della cintura, la rotula, il prepuzio. C’è chi pensa di fatturare reliquie fasulle, tratte da un misero calco, e di venderle nell’imbuto sudamericano, e poi a Nord. Anche qualche adepto della Cia non rifiuta l’acquisto dell’unghia del ‘Che’, perché al netto delle infamie – la Storia è così, eleva dal niente i bastardi per ergerli a re – conta l’eroe, e chi non preferisce una giungla all’ombra di un grattacielo di Manhattan, e chi non imbraccerebbe la prima, perfino la più misera, guerra ‘per la libertà’ pur di sfilarsi dalla frustrazione quotidiana. Meglio il massacro che timbrare il cartellino, osa dire, qualcuno, ingoiando quella vigliaccata.

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Disposti a tutte le guerre perché il sangue è eros e la parola magica, ‘popolo’ è come falangi di visionari straccioni al casino, estasi, eutanasia dell’ordinario.

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La spavalderia prima dello spavento: la Storia è un lebbrosario. Assurgere a simbolo è una dannazione, per un uomo – ogni scelta è una finestra sul fraintendimento. La fotografia del ‘Che’ ucciso sembra una deposizione bastarda: la t-shirt al posto del sudario, i comizi al posto del sepolcro schiantato, La guerra di guerriglia al posto del Vangelo. Qualcuno è stato Giuda – di certo, risorgerà. Uno sbaglio della giovinezza, l’avventatezza dell’avvenire, fece dell’avventuriero un castrista che castrava. Anche uccidere, nella foga ideale, può essere disciplina. Non gli restò che morire per dare autenticità alla Storia – della sua resta un corpo, parte di ceramica, il ‘Che’ non era più lì, era una medaglia, una canzone, una bestemmia, una utopia, un sibilo.

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Il libro più bello sul ‘Che’ lo ha scritto un irredimibile scalmanato, che ha fatto il salto dalla gauche all’abisso, Jean Cau. Nel 1978 firma, per Juillard, Une passion pour Che Guevara, poi pubblicato dalla risorta (per poco) Vallecchi nel 2004, con prefazione di Pino Cacucci, poi scomparso. “È il ritorno dalla battuta e i cacciatori hanno finalmente ferito e catturato la più temibile di tutte le fiere. Ti hanno obbligato a camminare, malgrado le tue ferite, ma il ritorno verso il villaggio di La Higuera assumeva un’andatura troppo lenta di processione. Inciampavi, somigliavi a un Cristo che due centurioni portano o trascinano, non si sa. Le tue braccia passate sopra la spalla dei due ‘berretti verdi’ che ti tenevano, così sistemato, per i polsi. I tuoi piedi che sfioravano il suolo. ‘Pesa…’, ha detto uno dei soldati all’ufficiale. ‘Pesa mucho…’. Allora l’ufficiale ha detto di portarti con una coperta. Ecco fatto. Quattro soldati serrano tra i pugni i cordoni di questo drappo funebre che ondeggia come un’amaca al ritmo della loro marcia. Stelle rosse vi nascono: il tuo sangue che inzuppa la coperta”.

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Con la profezia della morte che avvampa, Jean Cau racconta la storia del ‘Che’ (“Ciò che mi affascina e mi commuove è la serietà che metti nel recitare una parte di politico rivoluzionario che non è tua. Sono affascinato perché so che hai un appuntamento a La Higuera e che la luce alla Rembrandt del tuo cadavere nudo – della pelle così bianca, del petto imberbe e così mortalmente lattiginoso – spostato (era sul lavello) per collocarlo su questa sorta di tavolo-barella, e la luce che illumina questo libro, decompone l’universo della tua vita… Non avrai una vita, Ernesto Che Guevara, ma un destino”). Riesce a essere fermo all’estasi, Cau (“Mi piace ammirare. Mi piace rispettare. Mi piace arrendermi, quando sono vinto dall’angelo. Ebbene, ti amo e ti rispetto, ma con un’irritazione che mi indigna. Quanto ad arrendermi a te, no, anche se per un omaggio respingo la terra della mia salvezza”); legge nel ‘Che’ l’ulteriore fine di un mondo, come se l’assassinio (di spalle) chieda d’essere temprato nel reiterare. “E i giovani dell’Occidente… Sono così giovani ed io, sulla mia sedia di paglia, improvvisamente così vecchio. Avrò saputo leggere e scrivere. Amare, non so. Vivere? Oh, non c’è di che vantarsene quando non si è morti a vent’anni. Come te, Ernesto, figlio mio, che non avesti mai un’altra età. E i giovani dell’Occidente che non la finiscono di sognare la Rivoluzione hanno appuntato il ‘poster’ del guerrigliero al muro della loro stanza. Per alimentare gli ultimi fuochi del forno che si spegne, non hanno altro che questo rettangolo di carta, lambito dal languore delle fiamme e che si contorce sotto la carezza”.

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Spesso, sul corpo morto del ‘Che’ s’impalca la metafora cristica – quel corpo a Jean Cau pareva dipinto dal Mantegna, aveva la torsione luminosa di Rembrandt. Qualcosa di pittorico e di preordinato, comunque – forse perché il destino è un artista. “Da tremila anni muore lo stesso toro nero che ho visto mille volte rotolare e il sole girava tra le sue alte corna. Da duemila anni il Crocifisso agonizza e rinasce ogni giorno sino alla fine del mondo. Si dice. Topi, tori e Gesù Cristi, ce ne sono sempre a bizzeffe”.

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Il ‘Che’ ammorba la Storia, frate nel convento del proprio ego. Nelle lettere pubblicare da poco a Cuba come Epistolario de un tiempo. Cartas 1947-1967, il ‘Che’ si districa dai ruoli governativi (“Abbiamo commesso molti errori in ambito economico. Il primo, il più importante, è stata l’improvvisazione con cui abbiamo portato avanti le nostre idee, tramite una politica estemporanea”, scrive a Castro), percorre il preludio di una filosofia anarchica (“A Cuba non viene pubblicato nulla, se escludiamo i ‘mattoni’ sovietici che hanno l’inconveniente di non farti pensare, dal momento che sono stati scritti perché tu debba soltanto digerirli… Abbiamo fatto molto, ora dobbiamo imparare a pensare”, scrive ad Armando Hart, Ministro dell’Educazione cubano). Ma la Storia lo ha avvinto, divorando il suo volto, per renderlo riconoscibile a tutti.

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Pensando al ‘Che’, prediligo lo scarto, il ‘pazzo in Dio’, che adempie la fede nel fango dell’irriconoscenza, nel gargarismo dell’incomprensione. Scacciato da tutti, cacciato da ogni luogo, senza l’armatura della tunica, il ‘pazzo in Dio’ indossa quei versetti scanditi e sconvolgenti di Paolo: “Andavano, vestiti di pelli – senza niente – bastonati – bistrattati – il mondo non è degno di loro. Perlustravano i deserti, le montagne, s’inoltravano nelle grotte della terra” (Lettera agli Ebrei 11, 37-38). Radicalità che abbaglia per eccesso di precisione, che ha dettaglio in questi versetti intagliati della Prima lettera ai Corinzi (3, 18-19), che qui segno secondo la traduzione di Giovanni Testori:

Non cedete
a seduzione.
Chi di voi
secondo le regole del mondo
si sente sapiente,
s’annulli
e si faccia demente.
Solo allora
si sentirà
veramente sciente.
La scienza di questo mondo
presso Dio
è totale insipienza.

Al corpo della Storia antepongo il suo opposto: la carne. Allo stremare dell’azione, lo spreco.

Davide Brullo

*La mostra “Che” inaugura a Domodossola, martedì 22 ottobre 2019, dalle ore 11 alle 13, in via Mellerio 2, per cura dell’École des Italiens. Verranno mostrate fotografie di René Burri, Alberto Korda e Osvaldo Salas, da collezione privata. L’interesse particolare riguarda alcuni scatti, presi da anonimo a La Higuera, Bolivia, il 9 ottobre 1967, che mostrano il ‘Che’ morto, finora mai visti in Italia (una di queste campeggia in copertina)