Charles Dickens al Polo Sud. In una mostra, la copia del “David Copperfield” che Sir Robert Falcon Scott leggeva tra i ghiacci antartici. Ovvero: sui libri come strumento di salvezza

Posted on Maggio 13, 2019, 8:51 am
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Il romanzo David Copperfield di Charles Dickens era uscito a puntate in Inghilterra, nel maggio 1849. E, a puntate, come una medicina, il capolavoro, edizione 1910, venne letto ad alta voce, ogni sera, un capitolo a notte – due capitoli, la prescrizione medica, in caso di tristezza profonda – dal gruppo di uomini della spedizione Terra Nova di sir Robert Falcon Scott, intrappolati dentro una grotta di ghiaccio nell’Antartide. Il libro, correlativo oggettivo della rovinosa e fatale conquista del Polo Sud di Scott, sarà protagonista della mostra “Global Dickens: For Every Nation Upon Earth” che aprirà il 14 maggio al Charles Dickens Museum (48-49 Doughty Street) di Londra, per celebrare la gloriosa vitalità di David Copperfield, a centosettant’anni dalla nascita.

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La lettura fervida illuminava la notte polare, sul libro ancora oggi si leggono le nere impronte digitali, le mani macchiate dalle lampade a olio di foca, il vago odore di fumo, la puzza di pesce. Del gruppo faceva parte anche un geologo Raymond E. Priestley, che si rammaricava di doversi separare dal romanzo, quando la storia volse quindi al termine. Il singolare gruppo di lettori polari dell’ottavo e celebre romanzo di Dickens, diversamente da Scott, non raggiunse mai il Polo Sud, ma ebbe in cambio il dono della vita. La salvezza. Erano stati costretti a nutrirsi di pinguini e di foche, il tempo era assolutamente spietato, quei lunghi giorni dell’inverno 1911. Eppure. Gli uomini che avevano letto, appassionatamente, la storia di David Copperfield riuscirono a tornare indietro. Se Sir Scott avesse avuto con sé il romanzo di Dickens, sarebbe sopravvissuto?

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Il “David Copperfield” maneggiato da Robert Falcon Scott, per portare la luce della letteratura tra i ghiacci

Uno studioso francese di storia polare, Edouard Peisson, scrisse di un rimpianto di Scott: il fatale errore di non aver portato con sé i cani. La conquista dei Poli era diventata di colpo una sfida fra il norvegese Roald Amundsen e Sir Robert Scott. La spedizione britannica a bordo della nave Terra Nova, composta dal comandante della Royal Navy Scott, Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e dal tenente Henry Bowers, era partita il 1° giugno 1910. Scott raggiunse il Polo Sud tra il 17 e il 18 gennaio del 1912. Ma l’Aquila bianca della Norvegia li aveva preceduti, il temibile Amundsen; sul ghiaccio sventolava la bandiera norvegese, legata ad un pattino della slitta. Che cosa avrà pensato, in cuor suo, Scott, allo stremo delle forze, nel vedere le foto scattate che regalavano per sempre la conquista del Polo Sud al suo rivale? Scavando nella neve, nel punto in cui Amundsen aveva piantato le tende, gli inglesi avevano rinvenuto delle pellicole, si poteva scorgerne il volto. La prova della conquista norvegese dell’Antartico. Accecati dalla bruma, feriti dalla sconfitta, scossi dalle tempeste, gli inglesi che aveva raggiunto il Polo Sud erano tutt’altro che in stato di grazia. La disperazione era tangibile, le riserve al lumicino. Evans accarezzava il baratro della follia. Lo stesso Evans cadde nella neve, il suo cadavere venne sepolto poi nel ghiaccio.

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Dopo un mese, le mani e i piedi di Oates furono prigioniere del ghiaccio. Il 16 maggio dichiarò: “Preferirei non svegliarmi più”. Uscì dalla tenda nel mezzo di una tempesta di neve. Generosamente suicida. Scott ne scrisse sul suo diario: “è un atto da uomo di coraggio, da gentiluomo da inglese”. Fierezza regale, britannica. I sopravvissuti erano ora i marinai Scott, il dottor Wilson e il tenente Henry Bowers. Forse, in questo preciso momento, gli inglesi rimpiansero le gioie salvifiche di una slitta trainata dai cani. A diciotto chilometri da un grande deposito di viveri, una violenta tempesta di neve trasformò la tenda inglese in un sepolcro, una bara di cristallo. Se solo avessero avuto qualche goccia di petrolio in più da ardere, per sciogliere e bere la neve. Il piano aveva previsto il ritorno della Terra Nova a McMurdo Sound ai primi di gennaio. In allarme, il capitano della nave, ormai schiava di una trappola di neve, aveva mandato due uomini in ricognizione con i cani. Avevano sfiorato, senza saperlo, un punto a una giornata di cammino dai compagni agonizzanti. Solo sette mesi e mezzo dopo, furono ritrovati i corpi di Scott e degli altri.

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Il diario di sir Scott, le foto. “Robert Falcon Scott è morto di fame, quasi un anno fa, a duecentosessanta chilometri dalla sua base di McMurdo Sound, dopo aver raggiunto anch’egli il Polo Sud. Sono stati trovati il suo corpo ed il suo taccuino di appunti. Tutti i suoi compagni sono morti”. Robert Scott era seduto al centro della tenda, appoggiato al sostegno, la testa irrigidita dalla morte, accanto ai suoi compagni, immobili fantasmi nella posa di una tragica conversazione postuma. A leggere pagine e pagine del corredo di Amundsen per la spedizione al Polo Sud, si scorge un certo pragmatismo norvegese. Al contrario, accarezziamo un ideale romanticismo nell’equipaggiamento britannico, nel loro animo squisitamente (eroicamente) letterario. Portare con sé i libri come strumento di salvezza. La letteratura come balsamo contro lo scorbuto, contro i mali dell’anima. Un anelito. Leggere per sopravvivere alla morsa del ghiaccio. Resistere alle tempeste di neve.

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Dopo le dieci slitte scelte a Oslo simili a quelle usate da Nansen, Amundsen, nei suoi scritti (La conquista del Polo Sud, edizioni Whitestar) si dilunga a parlare degli sci, sottili ma molto lunghi (due metri e mezzo), di legno americano, bastoni da sci in ebanite, con dischi speciali, parla delle tende. “Le sei tende da tre persone forniteci dall’arsenale, di tela resistentissima e cucite con cura, erano perfette sotto tutti i punti di vista. Spesso nei resoconti di spedizioni polari si legge di gravi difficoltà incontrate nel piantare una tenda durante una bufera e come, dopo ore di lavoro faticoso, si debba temere continuamente di vederla rovesciata e strappata dal vento. A noi non capitò mai”. Abiti in pelli di renna, sottovesti di lana, la camicia e i vestiti di burberry e di tela grezza impermeabile. E ancora: “I congelamenti possono far fallire miseramente una spedizione e perciò è necessario far bene attenzione alle calzature prima di adottarle”. Dopo aver raccontato la partenza del Fram per il Polo Sud, Amundsen ritorna nuovamente all’importanza degli sci nell’equipaggiamento polare, in un inconsapevole affondo: “Di speciale attenzione furono oggetto gli sci, la nostra arma migliore nella lotta che ci accingevamo ad affrontare. Dopo aver letto le relazioni di Scott e di Shackleton non si capisce davvero come questi due autori possano sostenere l’inutilità degli sci sul continente antartico. Noi invece, convinti che quel terreno come lo conoscevamo attraverso le descrizioni, fosse il più adatto per questo genere di marcia, ci munimmo di un equipaggiamento completo di sci affidandolo alle cure di Olaf Bjaaland, uno specialista ben noto per la sua abilità”.

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Certo, anche a bordo del Fram non mancavano i libri, i classici del genere: “una biblioteca completa su questo tema, da James Cook e James Clark Ross, fino al capitano Scott e a sir Ernst Shackleton”. Mancavano, forse, i classici della letteratura. Non un cenno alle opere di Charles Dickens. I libri più letti erano, secondo Amundsen, proprio i libri di Scott e Shackleton. Il primo tentativo di raggiungere il Polo Sud era stato, appunto, il loro. Il 1º novembre 1902, Scott, accompagnato da Edward Wilson e da Shackleton, con 5 slitte e 19 cani, aveva lasciato Hut Point per dirigersi a sud. Nonostante lo spettro dello scorbuto e delle rivalità, la spedizione britannica, pur non raggiungendo il Polo Sud, aveva esplorato tutto il massiccio montagnoso e vulcanico della “South Victoria Land” e della “King Edward VII Land”. A centonovantasette chilometri dal Polo. Dal suo sguardo feroce, mortale.

Linda Terziroli

*In copertina: Robert Falcon Scott, mentre legge