“Io non so nulla, se non che voglio meticolosamente farmi a pezzi”: Charles Bukowski è ancora un problema per perbenisti e cronachisti in tutù. (Sul nuovo libro in stato di ebbrezza)

Posted on Agosto 20, 2019, 10:34 am
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Non so se abbia ancora la stessa potenza liberatoria di allora. Storie di ordinaria follia – titolo crudo: Erections, Ejaculations, Exhibitions – era un residuo letterario pieno di ruggine anche ai tempi miei, è pubblico nel 1972, Feltrinelli lo stampa nel 1975. Nella mia edizione le cosce serrate di una tizia irrompono da una porta, stretta – al posto della vagina, si spalanca un fiore. Letto al liceo, da una periferia amazzonica, Storie di ordinaria follia era una specie di droga. Corse di cavalli, fancazzismo, rivolta al canone del benessere sociale, emorroidi, donne. Bere. Annientarsi nel bere e nella scrittura. Scrittura alcolizzata.

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Inevitabilmente Charles Bukowski ti porta all’apice della svolta: allora si può vivere così, dissennatamente, scrivendo. Bukowski, intendo, è il manifesto della ‘scrittura come vita’, dello scrivere vivendo. Bukowski pare perseguire il mito di Hemingway: ma Hemingway si è costruito la leggenda fino a spararsi in bocca. Intendo: a ‘Papa’ piaceva la frase pulita, l’ordine delle cose in una esistenza non ordinaria, entrava nella macelleria della vita con eleganza, raccontava come si ‘mata’ il toro, ma non era lui a uccidere la bestia – la bestia, semmai, depressione, paura di invecchiare, retaggi d’infanzia (il padre suicida), la tigre del dover corrispondere all’immagine che gli altri hanno di te, l’ha ucciso, senza pietà, leccando anche il sangue, che opera di cinica pulizia. Bukowski, invece, è un Hemingway sbracato, senza mutande, che fa Iliade del proprio culo, un Achille delle smargiassate, che non ha bisogno dei safari e dell’arena, gli è sufficiente farsi incornare dalla vita comune, il sottosuolo dei giorni. Inoltre. In Hemingway c’è la tragedia; Bukowski, infine, è un comico, scoreggia sul dramma.

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Per questo, in un istante bituminoso della nostra vita, ci è parso di poter vivere come Bukowski – perderci negli inferi del vivere, per scriverlo.

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Quasi subito ne ho capito la posa. Ogni scrittore scrive la propria leggenda ubriaca – scrivere, comunque, è stare sul palco per l’arco di un’opera, tramortisce il narcisismo di fragilità – lo scrittore vuole essere accolto e raccolto, è un feto, qualcosa che puoi rifiutare, scacciare, schiacciare, bere, inghiottire. Ma. O si scrive o si vive. La scrittura ingurgita la vita. In ogni caso, la scrittura non è un fatto sociale, ma una solitudine privata, che ustiona. Lo scrittore vive in cella.

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Bukowski, giocando, scompisciandosi di whiskey, è diventato un modello. E crea problemi – lo scrittore è un segno di contraddizione, porta la divisione, non la quieta soddisfazione e mani che lavano mani con la liscivia di una pelosa accondiscendenza. Per HarperCollins è uscita “la raccolta definitiva di opere dedicate al tema che ha ispirato costantemente Charles Bukowski: l’alcol”. Si intitola On Drinking, appunto, ed è curata da Abel Debritto con tutti i criteri del caso perché Bukowski, nonostante lui, è musealizzato con la museruola dei classici. Soprattutto, vende.

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“Se vai al Cole’s, uno dei più antichi bar-ristoranti di Los Angeles… e ti trovi nel bagno degli uomini, puoi notare una targa di bronzo che urla, Charles Bukowski ha pisciato qui. La gente va matta per quella targa, la fotografa di continuo. Eppure, nel 2019 lo stile di vita e le opere dissolute di Bukowski – per non parlare del suo attestato razzismo e della sua misoginia – gli avrebbero creato dei problemi. Perché allora piace a così tante persone?”. L’articolo di Jason Diamond, Thirst Trap, pubblicato da “Poetry Foundation” oscilla tra indignazione e ammirazione. Tentativo di risposta. A) Lo scrittore non è Osho né Coelho. Non chiedetegli la buona morale, egli s’impantana nel male, nel fittio dello scandaloso (per altro, da San Paolo ad Agostino a Dostoevskij, la dinamica è quella: della vita reperire gli scarti, i frantumi, ciò che ferisce). B) L’uomo è bruto, brutale, cattivo, razzista, misogino. Ogni ragionamento sull’uomo deve partire dalla realtà non dall’ideale: l’uomo, anche quando è buono, è malvagio, ha quell’intaglio dove fiotta il male. L’entità del male si misura dagli atti, ovviamente: un tizio può essere silenziosamente misogino, un altro un bastardo omicida. Bukowski non ha ucciso nessuno.

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Bevo da solo.
Bevo con me stesso e brindo a me stesso.
Bevo alla mia vita e alla mia morte.
La mia sete non è ancora soddisfatta.

Non è un grande poeta Bukowski – a me non importa altro. Funziona meglio come narratore. “Questo è il problema con il bere, pensavo, versandomi da bere. Se c’è qualcosa di brutto bevi sperando di dimenticare; se c’è qualcosa di buono, bevi per festeggiare; se non c’è nulla, bevi per far accadere qualcosa”.

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Leggendo l’articolo mi ricordo di Barfly, il film scritto da Bukowski, diretto da Barbet Schroeder – quello de Il mistero Von Bulow – e prodotto da Francis Ford Coppola. Anno di grazia 1987, a interpretare Henry Chinaski, l’alter ego di Bukowski, c’è Mickey Rourke (troppo bello per essere vero); la bella è Faye Dunaway. Il film ebbe una nomination a Cannes, ma… chi l’ha più visto?

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“Bukowski gode di vasta popolarità, ma la sua eredità è complessa. Per alcuni è la reliquia di una trasgressione passatista, passata, per altri è una specie di santo, che evoca una passione settaria” (Diamond).

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Muore di leucemia, 25 anni fa, Bukowski. “Alla mia morte sono pronto – sono le morti degli altri a infastidirmi”, aveva detto nel 1990. Nonostante la posa, si posizionava su un crinale letterario, Bukowski, voleva trovare, come Céline, la sua musica.

formiche strisciano sulle mie braccia ebbre
e mandano Rimbaud
a smerciare armi e guardare dietro le rocce
mettono Pound in un manicomio
e fanno saltare Crane in mare
in pigiama

Jack London si beve la vita mentre
scrive di uomini eroici e bizzarri.
Eugene O’Neill si beve fino all’oblio
mentre scrive i suoi oscuri e poetici
lavori.

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Al di là delle pose, dei gentili esecutori dell’ovvio, la verità è rivoltante. Chi scrive, edifica un mondo distruggendo se stesso. C’è sempre un distillare il sé, verbo per verbo – una lenta opera di scuoiamento. Ci si fa lo scalpo. Si beve sempre il proprio sangue. In una lettera a Douglas Blazek, 25 agosto 1965, pubblicata in On Drinking, Bukowski è piuttosto chiaro. “E Miller si preoccupa delle fonti della mia ispirazione? Io non so nulla, davvero, io non so nulla se non che voglio meticolosamente farmi a pezzi. Bere è una specie di suicidio, posso uccidermi e tornare in vita. Bere è una specie di impasto che mi tiene su, braccia, gambe, testa. Scrivere è solo un foglio di carta; e io sono solo uno che cammina e guarda fuori dalla finestra. Amen”. Scrivere è un sacrificio – sei il coltello e l’agnello, il sacerdote e il cannibale. Poi, potete leggere altro. (d.b.)

*In copertina: Charles Bukowski, Mickey Rourke, Faye Dunaway sul set di “Barfly” (1987)