“Arato in orfanità l’istante scende”. Storia lirica di César Vallejo, il poeta indimenticabile

Posted on Ottobre 13, 2020, 8:10 am
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A Katia

Quella di César Vallejo è stata senz’altro la più indimenticabile voce poetica della piccola ma preziosa letteratura peruviana, arricchita, solo dieci anni fa, dal suo primo premio Nobel, quello attribuito a Mario Vargas Llosa. Ma la sua figura travalica i confini del Perù e va a sistemarsi accanto ai più grandi poeti di lingua spagnola del secolo passato, con Lorca, che di Vallejo fu amico, con Neruda, che di lui disse, “In Vallejo si manifesta una sottile forma di pensiero, una forma di espressione che non è diretta, ma obliqua. Io non la ho”.

In questo stesso mese di ottobre, nel 1922, veniva data alle stampe, a Lima, la sua raccolta per molti aspetti più importante, Trilce, gonfia di ben settantasette poesie. Inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Crani di bronzo, titolo rimpiazzato con una parola inventata, per la quale lo stesso Vallejo in vita mancò di fornire una convincente spiegazione, si tratta forse dell’unione di triste e dulce, ma esistono interpretazioni anche più complesse. Ottobre è per il Perù e segnatamente per Lima un mese speciale: il mes morado, cioè viola, dal colore che domina le celebrazioni per il Signore dei Miracoli. Non è dunque magari stato un caso che Vallejo abbia stabilito di pubblicare il suo poemario in tal momento.

Con Trilce egli abbandona il modernismo della sua prima raccolta, Gli araldi neri (1918), e si lascia abbracciare dalle influenze del più nuovo ultraismo poetico, movimento (in cui era coinvolto pure il giovane Borges) che conferiva massima centralità alla metafora ed esaltava l’ambiguità dei versi, così che potessero accogliere in sé più immagini, più interpretazioni insieme. (Per nostra comodità si potrebbe definire l’ultraismo come una via di mezzo fra l’ermetismo nostrano e il surrealismo: ad ogni modo il lettore ricordi che le cosiddette correnti letterarie sono quasi sempre semplici convenzioni di comodo e pertanto riescono spesso fuorvianti). L’ultraismo, questo azzardo verso per verso, lo aveva portato a scrivere, assieme a passaggi talvolta troppo oscuri per risultare apprezzabili, anche righe di turbinosa, obliqua potenza. Come esempio citiamo qui tre versi di Sotto i pioppi, tanto pregni di significati, suoni, evocazioni che meriterebbero, da soli, una trattazione di svariate pagine:

Arato in orfanità l’istante scende
tra rumori d’interro, sul campo in preghiera
s’autunnano d’ombra le squille.

(traduzione di Piera Mattei)

Trilce è complesso non soltanto per lingua e sintassi, ma anche e forse soprattutto per riferimenti. Esso è difatti un libro estremamente intimo. Si riconoscono tre macro-temi, corrispondenti ad altrettanti fondamentali eventi nella vita di César Vallejo.

Il primo è quello della morte dii sua madre María, richiamata in numerosi componimenti (una delle ragioni per cui alcuni commentatori rifiutano l’influenza ultraista: la corrente teoricamente respingeva i temi autobiografici). Ella è definita, nel frammento LXV, morta immortale; in generale la figura materna consente la rievocazione di tutto il mondo d’infanzia del poeta, Infornata ardente di quei miei biscotti,/ puro tuorlo d’infanzia innumerabile, madre (XXIII).

Il secondo tema è quello dell’amor perduto. La ragazza in questione si chiamava Otilia Vilanueva, giovane che egli aveva conosciuto solo quindicenne, figlia d’un suo collega presso il collegio Barrós di Lima, del quale Vallejo era diventato, nel 1918, direttore. Rifiutandosi di sposare colei che nel frammento VI definisce la sua lavandaia dell’anima, egli dovette lasciare il posto di lavoro. Forse in Trilce è possibile peraltro sovrapporre, all’immagine di Otilia, anche quella dell’amore giovanile María Rosa Sandoval, già ispiratrice de Gli araldi neri e morta di tisi ancora nel 1918.

Terza grande tematica è l’esperienza del carcere. Nel quadro dei tumulti seguiti ad una festa popolare (durante i quali si consuma pure un omicidio), Vallejo viene accusato – ingiustamente, secondo ogni ricostruzione –, d’avere istigato l’incendio di una casa del popolo a Santiago de Chuco, sua città natale. Egli trascorrerà nel malfamato carcere di Trujillo centocinque giorni (in un componimento dei successivi Poemi umani si legge: Il momento più grave della mia vita fu la mia prigionia/ in un carcere del Perù). Esistono vari testi dedicati al processo di Vallejo. In italiano è stato tradotto, per Gorée, Vallejo all’inferno (per la bibliografia generale rimandiamo a più in basso), dell’avvocato González Viaña. Egli valuta l’intera vicenda come dettata soltanto da ragioni politiche. Già all’epoca, infatti, Vallejo era a fianco dei movimenti socialisti, avvicinandosi a quelli che poi sarebbero confluiti, dal 1924, nell’Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana (partito tuttora esistente). Oh le quattro pareti della cella./ Oh, le quattro pareti di bianco/ che senza scampo danno lo stesso numero (XVIII), ricorda il poeta in Trilce.

Rilasciato di prigione grazie alle numerose proteste levatesi dagli ambienti culturali di mezzo mondo, sempre col timore di potervi rientrare (il processo non verrà mai chiuso), Vallejo deciderà poco dopo, nel 1923, di lasciare il Perù. Non vi sarebbe più rientrato.

Gli ultimi quindici anni di vita di César Vallejo sono un lungo affannarsi, logorarsi in giro per l’Europa, mantenendo come baricentro la sua nuova casa, Parigi. Ecco dunque compiersi il passaggio definitivo, per il poeta, da Santiago de Chuco – meno di quindicimila anime, egli ultimo di undici figli, in seno ad una non ricca, assai religiosa famiglia (suo padre s’augurava che avrebbe fatto il prete), nipote d’una discendente Chimú – alla più splendida città del mondo. Qui lo attendeva un mondo culturale straordinariamente stimolante: stringerà amicizia, fra gli altri, con Cocteau ed il compositore Satie, Huidobro e Neruda, ma pure entrerà in contatto con numerosi artisti come lui sudamericani, come lui emigrati sotto la Tour Eiffel (nel 1987 uscirà a Lima un corposo volume, Dall’Europa. Cronache e articoli. 1923-1938). Bazzicherà il Café de la Régence (frequentato, nel corso del tempo, da personaggi come Diderot, Rousseau, Napoleone; è luogo mitico per qualunque appassionato di scacchi: ai suoi tavolini sedettero alcuni fra i maggiori personaggi del periodo romantico del gioco, su tutti Paul Morphy ed Adolf Anderssen), leggerà Marx (del 1928 è l’iscrizione al partito socialista peruviano, in seguito divenuto comunista), incontrerà la giovanissima Georgette Philippart, che sposerà nel 1934.

Non pubblicherà più poesia, persuaso che il ruolo dello scrittore debba consistere, ai tempi tormentati che vive, nel dedicarsi alla rivoluzione in modo per così dire più diretto. Da tre suoi viaggi in Russia vedrà la luce il reportage Russia nel 1931, nonché il romanzo di denuncia sociale Tungsteno (tradotto in italiano per la casa editrice SUR), che si rifà alle sue esperienze giovanili nelle spaventose miniere peruviane.

Nel frattempo, le sue simpatie socialiste gli hanno alienato quelle delle autorità francesi, che lo espellono nel 1930 per “attività sovversive”. Dopo due anni in Spagna (dove conosce Federico García Lorca), ottiene di poter rientrare a Parigi con un permesso di soggiorno provvisorio, a patto di abbandonare qualsiasi attività politica. Si mantiene impartendo ripetizioni di spagnolo, vivendo con Georgette in camere ammobiliate. A dispetto del divieto impostogli, assiste al primo Congresso degli scrittori antifascisti per la difesa della cultura, nel 1935. L’anno seguente scoppia la guerra di Spagna, forse l’estrema occasione di salvezza per l’Europa, e Vallejo compone le quindici poesie della raccolta Spagna, allontana da me questo calice, il libro della sua ultima maturità letteraria. Aveva scritto:

Morirò a Parigi, con una grande pioggia,
in un giorno di cui ho già il ricordo.
Morirò a Parigi – e non mi sbaglio –
forse un giovedì, come oggi, d’autunno.


Sarà giovedì perché oggi, giovedì, che in prosa scrivo
questi versi, ho indossato gli omeri
in malo modo, e mai come oggi, mi sono girato
per vedermi solo, dopo tanto cammino.

César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui gli avesse fatto niente;
lo picchiavano forte con un bastone e forte


anche con una corda; testimoni
per i giorni i giovedì e per le ossa gli omeri,
la solitudine, la pioggia, il cammino…

(traduzione di Piera Mattei)

Non morirà di giovedì, ma di venerdì, César Vallejo, a Parigi, il 15 aprile del 1938, invocando, con le ultime parole, dapprima sua madre, poi la Spagna: “Spagna, vado in Spagna!”, disse. All’anno seguente è datata la pubblicazione dei Poemi umani, nel complesso novantuno componimenti suddivisi in tre raccolte, scritti fra il 1923 e il 1937. Il testo vede la supervisione di Georgette, la quale nel 1970, quando i resti del poeta vengono traslati dal cimitero di Montrouge a quello di Montparnasse, fa incidere sulla sua pietra l’epigrafe, adesso ancora leggibile: J’ai tant neigé/ pour que tu dormes/ Georgette. “Ho nevicato tanto, perché tu dormissi”.

Andrea Maffei

*Bibliografia. In italiano esiste, riguardo Vallejo, una buona bibliografia, che qui si potrà riepilogare solo molto succintamente. Si segnala la minuta e magnifica edizione d’una minuta e magnifica casa editrice (che consigliamo a chiunque sia appassionato di poesia): Vallejo C., Pietra nera e altre poesie, a cura di Mattei P., Pistoia, Via del Vento edizioni, 2011. Per una lettura complessiva dell’opera in versi vallejiana è senz’altro da indicare Vallejo C., Poesie, a cura di Paoli R., Monticiano, Gorée, 2008. Per studi critici riguardo Trilce rimandiamo a Paoli R., Alle origini di ‘Trilce’: Vallejo fra modernismo e avanguardia, Verona, Palazzo Giuliari, 1966. Circa lo stile letterario di Vallejo, invece: Meo Zilio G., Stile e poesia in César Vallejo, Padova, Liviana Editrice, 1960. In spagnolo la letteratura su Vallejo è sterminata, così come assai nutrita è in lingua inglese. Per un’ultima chicca: consigliamo di cercare, su qualsiasi motore di ricerca, l’audio (datato 1965) di Ernesto Che Guevara che recita la poesia Los heraldos negros alla moglie Aleida e ai figli. E se non piangi, di che pianger suoli?