Caro Davide, nel cuore di Ulan Bator c’è un antico palazzo, è enorme e sembra disegnato col pennello. Fuori è appeso un cartello che reclamizza una serata a cena col Gran Khan. A pagamento, s’intende. Di solito non faccio queste cose. Troppo turistiche. Ma il prezzo è d’occasione, super-scontato, e ho prenotato. La lista per oggi era piena, perciò la prenotazione è per domani sera.

Passo il giorno a leggere e a passeggiare per la steppa. Il giorno dopo visito il monastero buddhista di Gandan, che credo sia l’unico sopravvissuto alla rivoluzione comunista, e a sera mi presento alla cena col Khan. Indosso i miei soliti pantaloni da trekking, una camicia, un maglione spesso e una giacca a vento. Nel palazzo la temperatura è ideale, posso spogliarmi. Vengo ricevuto con ogni riguardo. Sono molto efficienti, non me lo aspettavo.

La sala è enorme, quasi come un campo da calcio. Vengo fatto accomodare a un lungo tavolo, accanto a dei turisti australiani e polacchi. Allungo lo sguardo e vedo il trono del Khan, in fondo alla sala. Il khan, ci spiegano, siede più in alto di tutti, lo sguardo rivolto a meridione. A sinistra, più in basso, siede la moglie più anziana; poco più in là la preferita; a destra i figli, una ventina, e i parenti. Sono tutti attori, ovviamente. Nessuna testa deve superare in altezza i piedi del khan. Tutti i tavoli, posti a varie altezze secondo il rango, spiega la guida, prima in inglese poi in spagnolo, devono essere visibili dal khan, che in tal modo può sorvegliare ogni cosa, ogni movimento.

L’enorme statua equestre di Gengis Khan, a cinquanta chilometri da Ulan Bator

“Questa sala” dice “può contenere fino a seimila invitati”.

Non stento a crederlo.

Su un lato, ci viene spiegato, siedono a gambe incrociate, su dei tappeti arabescati, i cento baroni della corte. Entrano di continuo persone a offrire doni al khan. La ricostruzione di come doveva svolgersi un banchetto del Gran Khan mi sembra molto scenografica.

Su ogni tavola è stesa una tovaglia di pelle di capra, ci viene spiegato, e al centro tre coppe: una di vino, l ’altra di latte di giumenta, la terza contenente latte di cammello. Assaggio quest’ultimo, molto nutriente, ricco di vitamine, a quanto dicono, ma non fa per me: troppo salato.

I baroni si alzano di continuo per servire il khan. Gli versano da bere, gli sminuzzano la carne, le verdure, sempre con un velo di seta sul viso, per non infettare col respiro i suoi cibi.

Ogni volta che il khan alza la coppa per bere l’orchestrina, su un palchetto, comincia a suonare e tutti devono interrompere quello che stanno facendo e inchinarsi. Il khan, ci spiega la guida, non sfiora mai il boccale con le labbra. Si versa la bevanda in bocca da una certa distanza, sollevando la coppa sopra la testa. Per nessuna ragione al mondo toccherebbe con le labbra un boccale da cui hanno bevuto altri. Molto igienico, specie di questi tempi.

A quei tempi, per la sua sicurezza i vari ingressi della sala erano presidiati da alani armati di bastoni, ci dice la guida, pronti a colpire chiunque entrando sfiorasse la soglia coi piedi, cosa che era ritenuta di cattivo augurio. Il divieto non valeva per chi lasciava la sala. Dall’alto della sua saggezza il khan aveva previsto che molti ospiti a fine serata sarebbero stati ubriachi e ben difficilmente avrebbero potuto dirigere i passi con attenzione.

Egli teneva sempre attorno a sé, continua la guida, una schiera di astrologi tibetani che si adoperavano con incantesimi per tenere lontano dal palazzo il maltempo, le disgrazie e le malattie. Quando qualcuno veniva giustiziato per ordine delle autorità, i maghi lo cuocevano nei pentoloni per ricavarne pozioni magiche per il khan e la sua famiglia.

A un tratto l’attore che interpreta il Gran Khan batte le mani: da una credenza poco discosta dal tavolo attorno al quale sediamo le caraffe contenenti il vino si sollevano in aria e volano fino a noi per riempirci i bicchieri. Tutto senza che nessuno le sfiori. Alcune, dopo aver volato per una ventina di metri, finiscono nelle mani del khan, che ci guarda con un sorriso.

Sono allibito. Dove sta il trucco?

Il giovane polacco alla mia destra si gira verso di me e dice in inglese: “Non è la prima volta che assisto a una cosa simile”.

“E come se la spiega?”.

“Non lo faccio. Accetto il mistero. Non dimentichi che siamo in Oriente, dove tutto è possibile”.

“Non diciamo fesserie”. Ma lo dico in italiano, in modo che nessuno capisca. In inglese, invece, dico: “Ci deve essere qualche filo invisibile sopra di noi, un gioco di carrucole”.

“Non saprei dirlo” interviene una signora inglese, seduta di fronte a me. “Ma so che sono i tebot a farlo”.

“Chi?”.

“Gli stregoni tibetani di cui il khan si circonda. Li vede, laggiù, a quel tavolo? Vivono tutti nella Celeste Torre cibandosi solo di sensin, una specie di semola mescolata con acqua calda”.

“Mi prende in giro?”.

Mi volto e vedo degli uomini dal cranio rasato con indosso abiti celesti pieni d’intarsi, tutti molto composti e solenni nel portamento.

Per un attimo ho l’impressione di essere stato catapultato indietro nel tempo e di trovarmi davvero alla corte del Khan.

Il khan soffriva di gotta, ci spiega la guida, perciò aveva sempre accanto a sé un medico. Ma il medico non si vede.

A un certo punto entrano nella sala dei giocolieri, delle ballerine e un prestigiatore. Il Kahn amava essere intrattenuto con vari spettacoli mentre mangiava, ci viene spiegato. Nella mezz’ora successiva, tutti insieme danno vita a uno spettacolo modesto, come quelli ai quali si assiste sulle navi da crociera.

Poi di colpo entrano degli uomini dal volto e i capelli come imbrattati di argilla.

“Sono gli incantatori” dice la guida.

A un semplice gesto delle loro mani, nella sala, sulla parete di fondo appaiono il sole e la luna,

uno di fronte all’altra. Per un attimo cala il buio. Rimango immobile, sento degli strani rumori, come di zoccoli di cavallo. Quando la luce torna nella sala ci sono dei cavalieri, una decina, e ha inizio una giostra.

I cavalieri fingono di scontrarsi, e alla fine il vincitore si avvicina al trono del khan per ricevere il premio, una finta corona di alloro.

A un certo punto il khan inizia a sbadigliare, si alza e se ne va.

Sono stupefatto. Ho finito quello che avevo nel piatto, tutto molto buono: montone arrosto, orecchie di vitella nell’aceto, gnocchi di carne cotti al vapore, frittelle imbevute nella vodka e altre pietanze misteriose.

Me ne vado che traballo, per via di tutto l’ajrag che ho bevuto: si tratta di una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del latte di giumenta. Davvero eccellente. E sai bene che sono sommelier!

Mi fermo qui, ti riscrivo presto, un abbraccio,

Gianluca

*Sul testo copyright Gianluca Barbera