“Céline ha avuto la stessa sorte della verità. L’élite non ha voluto guardare in faccia l’uno più che l’altra; ha chiuso gli occhi”: Drieu La Rochelle esalta il dottor Destouches

Posted on Maggio 24, 2018, 8:22 am
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L’eroe da romanzo: da Goya e Barrès ad Aragon e Céline è una piccola selezione di testi di Pierre Drieu La Rochelle che ho curato per la collezione “A lume spento” diretta da Luca Gallesi per le edizioni Mimesis.

Si tratta di una serie di scritti raccolti, in lingua originale, nel volume Sur les écrivains curato da Fréderic Grover per la collezione “Blanche” di Gallimard, edito nel 1964, cui ho aggiunto una recensione dello scrittore a una mostra del pittore Francisco Goya, testo che nel 2016 Alessandro Gnocchi mi chiese di tradurre per il Giornale in occasione della più recente edizione di Gilles.

Quello che segue è uno stralcio del profilo di Louis-Ferdinand Céline firmato da Drieu e che venne pubblicato sulla Nouvelle Revue Française nel maggio 1941, durante l’occupazione di Parigi da parte dei tedeschi.

Dunque non uno ma due collabò, il che m’induce a proporre un frammento tratto della voce “Collaboration” del “dizionario biografico” di Julien Hervier, Drieu La Rochelle: Une histoire de désamours, uscito per la collezione “Blanche” Gallimard, fondamentale per la comprensione di quello che fu il ruolo di Drieu in quegli anni, nel quadro del milieu letterario francese.

La questione non è il revisionismo, bensì il dato di fatto per cui l’immagine che la storia ci consegna non è mai in bianco e nero, come vuole la vulgata, ma è fatta d’infinite sfumature di grigio che restituiscono il reale:

“Gaston Gallimard, che teme un’interdizione della rivista e ancor più una chiusura della sua casa editrice da parte dei tedeschi, conta sulla buona immagine di Drieu presso di loro affinché gli assicuri una sorta di cauzione morale collaborazionista. Paulhan – grande resistente che Drieu salverà più tardi da un arresto da parte della Gestapo – non accetta, malgrado la sua proposta, di diventare codirettore della rivista assieme a lui, ma si mostra del tutto disposto a spalleggiarlo assumendo ufficiosamente la responsabilità dei compiti rispetto ai quali Drieu si sente poco qualificato.

Permettendo il rilancio della N.R.F., Drieu è cosciente del grande favore che fa a Gaston Gallimard e alla sua casa editrice per la sopravvivenza di un’attività letteraria non clandestina nella Francia invasa, ma una nota del suo diario, datata 21 giugno 1940, ci rivela anche dei sentimenti molto meno nobili: esulta e cede a una specie d’euforia di rivincita all’idea di tornare da padrone in un’istituzione in cui Gaston gli sembrava l’unico a provare una qualche simpatia per lui. […] La sua violenza contro il milieu letterario non gli impedirà d’intervenire in soccorso di alcuni di loro”.

Marco Settimini

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célineDa alcuni Céline è stato detestato, disprezzato, negato sin dal primo giorno. Quando apparve bruscamente sulla scena letteraria, ci fu immediatamente, tanto nelle cappelle quanto nei diversi strati del pubblico, un moto di paura. Ai tempi non era una questione politica.

Céline ha avuto la stessa sorte della verità. L’élite non ha voluto guardare in faccia l’uno più che l’altra; ha chiuso gli occhi sulla forza di Céline come sulla forza degli eventi. E indubbiamente continua a farlo. Può continuare a farlo.

Si può sempre negare un qualcosa di vivo, basta attendere alcuni secoli per aver ragione. Gli ebrei che hanno scritto le Apocalissi avevano, se vogliamo, ragione: l’Impero romano ha finito col venir meno. Non ci ha messo che cinque secoli in Occidente e altri cinque secoli a Bisanzio. Quando si nega la vita, basta attendere: la morte sopraggiunge sempre.

Non importa che quei successi di alcuni secoli i quali fanno sorridere i sardonici dei muri del pianto siano i più grandi successi umani e che condizionino tutti gli altri. Non si concepiscono i venti secoli di cattolicità cristiana senza il lavoro preparatorio dell’Impero romano.

Non importa che Céline abbia proferito il suo grido. E che a dispetto dei mezzi silenzi o degli sdegni della critica sarà stato letto in abbondanza e assaporato almeno quanto Maurois.

Sarà stato negato e letto, come altri buoni scrittori. […]

C’è del religioso in Céline. È un uomo che sente le cose seriamente ed essendone attanagliato è costretto a gridare sui tetti e a urlare agli angoli delle strade il grande orrore di queste cose. Nel Medioevo sarebbe stato un domenicano, cane di Dio; nel XVI secolo, monaco antiprotestante. C’è del religioso in Céline nel senso ampio della parola: è legato alla totalità della cosa umana, sebbene non la veda che nell’immediatezza del secolo. E, in senso più stretto, c’è forse del cristiano in lui? Quell’orrore della carne… Ma tutto sommato no. Quell’orrore non è che per la carne avariata. Al di là Céline vede una carne lavata, lustrata, salvata, spumeggiante di gaiezza, sfolgorante di gioia. Cosa che esplode, tra le altre, nelle ultime pagine del suo libro, La bella rogna.

Non vede la carne definitivamente condannata come Bernanos, del quale del resto tutta la robustezza protesta contro l’anatema che da essa fuoriesce. È più vicino a Giono.

Chi scriverà il libro di generosa critica di cui abbiamo bisogno, l’elogio approfondito dei grandi scrittori di temperamento, dei grandi stilisti che rendono onore alla nostra generazione: Bernanos, Giono, Céline, Montherlant? Questi quattro, nonostante le loro parziali manchevolezze, la fretta o la precarietà di alcune delle loro opere e le vena- ture di corruzione che ricevono dall’epoca, rappresentano l’elemento maschio nella nostra anima. […]

I buoni scrittori attraversano così, insoliti e sconvenienti, il vivo della mischia; è attraverso quest’effimero che raggiungono l’eterno, come per ventura.

Céline non è soltanto un autore di pamphlet. Ha scritto un grande romanzo: Viaggio al termine della notte. E un altro, disgraziatamente mutilo: Morte a credito. E un altro, disgraziatamente inedito: Casse-pipe. Anche in quei casi si colloca in una tradizione molto chiara, quella del realismo francese che, lungo la strada, a furia di allentarsi le briglie, si supera e si soprassa e diventa una sorta di surrealismo, ma un surrealismo che rimane solidamente ancorato all’umano. È la linea di Charles Sorel, di cui non si legge mai nella sua versione integrale La vera storia comica di Francion, di Marivaux, il quale non ha fatto soltanto delle commedie da salotto, tra l’altro molto acute, ma anche Il villan rifatto e La vita di Marianna, e di Restif de La Bretonne. È anche la vena dei romanzi di Hugo.

Lo stile stesso di Céline si giustifica con la necessità. Come mostrare la verità del nostro tempo in tutta la sua deboscia democratica e primitiva, nel suo immoralismo a breve termine, nel suo epicureismo da sobborgo, nella sua oscena incultura da salotto, nella sua disperazione che finge d’essere impudente, se non rompendo con ogni accademismo, se non riconoscendo mediante un processo patente della sintassi il disastro dell’essere logoro e ritorto?

Céline maneggia il linguaggio popolare con scienza consumata e astuzia superiore. Céline si serve del célinismo come gli ultimi pittori si sono serviti del fauvismo o del cubismo. In tempo di decadenza, coloro i quali la accettano francamente, e la dichiarano, sono gli unici che possono ancora esprimersi.

Céline non è indietreggiato di fronte agli strumenti decisivi per mostrarci a noi stessi tali e quali siamo, francesi dello sfacelo. Savonarola innalzava i suoi roghi, sui quali consumava una delle arti più raffinate del mondo, pochi anni prima della presa di Firenze.

Ma al di là della sua psicologia implacabilmente esatta di francese e di uomo moderno, al di là di quest’altissimo surrealismo che esplode in certi episodi del Viaggio al termine della notte, Céline vede la vita risplendere di nuovo. Sta a noi vederla a nostra volta, e dargli l’occasione di cantarla.

Pierre Drieu La Rochelle

Nouvelle Revue Française, maggio 1941