“C’è gioia in tutto”: la spudorata bellezza di Meri Testa è come le poesie di Anne Sexton, la rockstar della lirica americana

Posted on Dicembre 23, 2018, 9:37 am
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Secondo il mito Clizia è una ninfa che si innamora del Sole, tanto che “il suo amore per il Sole era sfrenato”. La passione verso l’entità irraggiungibile strugge Clizia finché la ninfa, come narra Ovidio nelle “Metamorfosi”, si trasforma in girasole, il fiore che si muove guardando l’astro che nessun occhio umano può vincere né sostenere. “Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore”. Clizia, figura terrena dell’amore solare, sfrontato e immutato, viene ripresa da Eugenio Montale, in una delle sue liriche più belle, “La primavera hitleriana”: “Guarda ancora/ in alto, Clizia, è la tua sorte, tu/ che il non mutato amor mutata serbi”. Questa è la ragione del titolo che abbiamo assegnato a questa rubrica, ‘Clizia’: la bellezza in ogni sua variante, la solarità di un viso, ci portano al concetto di un amore immutabile, che non cambia mentre ogni forma, preda del divenire, morsa dal tempo, inevitabilmente muta. L’amore che non muta è ciò che permette all’uomo, tramite la visione di una forma vana, di vincere la morte.

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CliziaLa fotografia fa questo. Rende marmorea la carne – eterna il corpo, senza renderlo estraneo. Magnifica la bellezza, che per sua natura è istantanea: è il volto che abbiamo visto di sfuggita, è lo sguardo che continua a stordirci perché non è nostro, perché fugge. Amare, in fondo, è comprimere la separatezza in una mano, cogliere la distanza – io ti vedo, tu forse non ti accorgi di me – e sfidarla. Meri Testa ha un viso che non sfugge, s’impone, è di spudorata potenza. Non può non sorprenderti: la sua bellezza non va spigata e scoperta, ti sigilla gli occhi. Per questo, nel gioco di celebrare un gesto fotografico, la vitalità di un corpo, con la poesia, dobbiamo leggere Anne Sexton, grande poetessa statunitense, una specie di rockstar della poesia, donna di abbagliante, virile, mefistofelico fascino. Considerando il modo in cui Meri definisce se stessa – “nulla mi rappresenta meglio della frase ‘stella ricordati di splendere’, questa frase la sento mia, penso esprima al meglio la mia voglia di sorridere in ogni situazione, di sprigionare luce” – scegliamo la poesia Il buon mattino della Sexton, che comincia così: “C’è gioia/ in tutto:/ nei capelli che spazzolo ogni mattina/ nell’asciugamano fresco di bucato/ col quale mi strofino ogni mattina,/ nelle cupole d’uova che cucino/ ogni mattina,/ nel fischio del bollitore/ che scalda l’acqua per il mio caffè/ ogni mattina/ nel cucchiaio e nella sedia/ nella divinità che abita il tavolo/ sul quale appoggio posate, piatto, tazza/ ogni mattina”. Un inno alla gioia – come un inno è il viso di Meri. “Alimento la mia felicità cercando di far sorridere altre persone, penso non ci sia cosa più bella”. Il bello associato alla felicità: non è questa la quintessenza della gioia?

*Le fotografie sono realizzate da Antonio Tonti.

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