Gambe e caula sono state a lungo i miei mezzi di trasporto al rifugio in alta Val Formazza, dove ho vissuto per oltre dieci anni. Quel luogo, a 2045 metri di quota, non è raggiungibile con mezzi meccanici, quindi in estate ci si deve andare a piedi; in inverno, essendoci moltissima neve (tra i 13 e i 18 metri di precipitazione ogni inverno e primavera), con gli sci e le pelli di foca.

La “caula”, in dialetto ossolano, è un’antenata dello zaino ma ha l’intelaiatura in legno e a me è stata utile per trasportare materiali fuori misura. Nel recente libro di Mauro Corona e Matteo Righetto Il passo del vento. Sillabario alpino , manca questa voce e al suo posto c’è lo “zaino”. La caula veniva intagliata a mano e, le piccole assi che costituivano il telaio, erano tenute insieme da giochi d’incastro fatti dai nonni con una manualità impareggiabile. L’Ugo poi (papà di Cecilia, guida alpina e mia convivente) ne riparava di buone. Oggigiorno ci sono ditte di materiali di montagna che le costruiscono in metallo, con lo stesso scopo ma minore memoria. Intendo la memoria silenziosa del legno che porta incisi i graffi del tempo. A me è capitato di usarne di legno e di metallo. In italiano viene chiamato “zaino porta materiali”. Il termine “caula” non esiste: il dialetto dell’Ossola, tra le Alpi Lepontine e le Pennine, cioè fra il Gottardo e il Monte Rosa, aveva parole che indicavano oggetti d’uso necessari al lavoro, non cose amene per le merende e le passeggiate dei signorotti italiani della pianura. E il caso della “caula” è esattamente questo. Consente di trasportare ciocchi di legna tagliata, assi, pacchi voluminosi, insomma tutto ciò che non potrebbe stare in uno zaino. 

I miei trasporti avvenivano in estate e durante la stagione della neve, con gli sci. Capitava allora che la progressione doveva essere regolare, senza sbilanciamenti a destra e a manca, perché la legna e i grossi pacchi con pane, biscotti, bottiglie di vino e formaggi, non cadessero divenendo cibo per le volpi o vapori nel vento. Gli oggetti trasportati erano tenuti insieme in modo un po’ precario da cinghie tirate e fissate con asole e contrasole. D’inverno andava tutto bene: la neve era abbastanza dura e la progressione quindi regolare. Era la primavera a giocare i peggiori scherzi con la caula: all’improvviso si aprivano delle voragini nella neve, sotto uno dei due sci, col risultato di cadere io e tutto il ben di dio che trasportavo. 

Ma oggi, quando guardo le cose portate al rifugio, a parte quelle andate in fumo (perché la legna non la conserviamo e, a dire il vero, nemmeno il vino), penso soprattutto alla caula. Questa avrà imparato a memoria le maledizioni (benché non siano incise nel legno) ripetute come l’aurea preghiera del santo salitore.

Lorenzo Scandroglio