14 Gennaio 2020

“Scrivere allora è la speranza di un folle di Dio, è stare nel pianto inconsolabile di Rachele”. Il romanzo di un critico: Andrea Caterini

Alëša non ha dubbi: risorgeremo e ci racconteremo tutto nella gioia. Fëdor si sbagliava, forse volutamente, (o è solo Alëša?) quella pacificazione troppo umana è un rimandare ancora il suo tormento sull’esistenza di Dio senza risolverlo: lo affida ancora a un romanzo che sa non scriverà mai, né lui né un altro – “Sono un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio e, lo so, tale resterò fino alla tomba…”. Credo che l’atto di fede sull’esistenza di questo romanzo impossibile racchiuda il senso drammatico della ricerca di Andrea Caterini. Quella gioia è l’unico romanzo che non possiamo ma vorremmo scrivere, illudendoci che sarà il prossimo perché tutto ciò che abbiamo fatto o scritto è sbagliato, andrebbe bruciato. È forse per questo che delle letture sempre così penetranti degli Autori contenute in Ritratti e paesaggi (Castelvecchi, 2019) rimane alla fine un gusto amaro, che non è l’aver svelato qualcosa, come se l’arte fosse un gioco a nascondino, un trucco più o meno riuscito; caso mai punta al contrario: comprendere e lasciare che il mistero resti un mistero, perché ogni esistenza si dona all’incompiuto, all’indicibile, tramite la perfezione della letteratura che non può che dimenticare la bellezza senza scopo di un gesto, una parola, una carezza inutile dello sguardo, il capire la sofferenza nel profilo di una persona amata che è rimasta accanto a noi e si è addormentata, mentre un libro aperto ora ci pesa tra le mani e vorremmo solo essere felici e non ci riusciamo senza capire bene perché: intuiamo solo che la teniamo nascosta in una parte inaccessibile di noi stessi, come fosse una vergogna. Ecco, il gusto amaro è questa assenza della felicità, dello scrivere nella gioia, questo si prova alla fine della lettura di ogni Autore. Forse deriva da quella filosofia inevitabile di Gombrowicz, “Se di filosofia si può ed è necessario parlare nell’opera di Gombrowicz, questo succede perché la stessa filosofia nasce da un fatto naturale, nel senso di insito alla natura umana, cioè qualcosa da cui è impossibile prescindere, di «fatale»”. Non a caso è Autore cui dedica pagine di rara intensità, forse perché sente suo lo stesso paradosso: “Eppure, ammettere che la filosofia per l’uomo «è fatale» significa radicarla a un paradosso. Voglio dire che in Gombrowicz lo strumento primo di conoscenza di se stessi e della realtà è strettamente connesso al fato (da qui «fatale»); un fato però che mai si sottrae alla logica, anzi, si materializza proprio a partire dalla logica”.

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Bisognerebbe fare un balzo ontologico per superare questo circolo vizioso del pensiero, ma Caterini non lo fa, non vuole cambiare le regole che il gioco della vita ha stabilito, oppure rifugiarsi nel relativo, nella parodia, nel nichilismo ma è quanto di più lontano da lui, convinto dell’esistenza della verità rivelata agli uomini come un mistero da comprendere per far sì che rimanga un mistero: questa è la conoscenza disperata di Caterini, la cui incrollabile fede è che l’arte e il pensare siano l’unico modo per far sì che il pianto di Rachele inconsolabile sia ciò che obbliga Dio a una promessa di salvezza che però, ripeto, non è la gioia. Si leggano i paragrafi che chiudono le serrate analisi di ogni Autore: sempre perentorie e convincenti, ma non per una vittoria del pensiero, quanto per una violenza della vita che è già andata oltre, lì dove non ci sono parole. Tutto e niente. Caterini cammina su questo confine affilato con i suoi Autori che non sono ritratti, ma diventano personaggi del suo impossibile quanto ineludibile romanzo critico. Già nel saggio di apertura la necessità filosofica è ‘fatale’, come affermava per Gombrowicz, nel senso che il punto di arrivo coincide con l’inizio, come se la scrittura disegnasse il futuro, creando una tensione che non conosce quiete, perché la vita è sempre spezzata da un nuovo itinerario destinato all’oblio, inteso come Benjamin lo usava per Proust, opponendolo alla memoria. È la trama già svelata dentro la quale trovano libertà gli autori visti da un destino già compiuto: solo tornando indietro si ricostruisce la biografia, assume un senso, trova una libertà in ciò che diventa irripetibile proprio perché osservato dalla fine, quando nulla si può cambiare.

Un assillo, mi pare infatti di poter dire, è alla base dell’attività critica di Caterini: una vocazione, la sua come degli Autori che studia, si accorge che non è conseguenza di nessuna biografia, al contrario è il momento in cui la divide in due parti, asimmetriche, atemporali, avviene in un luogo che resta lo stesso ma non riconosciamo e ricomporre tale scissione in unità è impresa impossibile e per questo l’unica da tentare, se non si vuole abitare nel regno del dissimile: la letteratura, l’arte, la vita, forse non sono altro che questa ricerca e la scoperta che ogni biografia è per sua natura incompiuta, mancata. Ma questa mancanza è ciò che ha permesso l’esercizio di cercare la verità, cioè il senso profondo della nostra esistenza, forse occultato in un gesto che abbiamo dimenticato, incapaci di descriverlo o timorosi di distruggerlo con una parola o un pensiero.

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Per Ritratti e paesaggi non si pensi a una serie di medaglioni, accostati in modo occasionale: è un itinerario da seguire nelle sue riprese, nei suoi slittamenti di significato, come se ogni Autore avesse qualcosa di non detto che insieme mostra, invitando a comprendere che il tempo in cui ogni opera, grande opera, aspetti il momento di essere capita: Caterini diventa il loro futuro, rilanciando ancora, sognando un tempo che dovrà esistere grazie a questo atto di irrazionale fede.

Per comprendere come questo libro sia volto al futuro e non al passato di quanto già scritto, va letto alla luce del primo inedito e fondamentale saggio: “La tela del critico”. Qui ci confessa più o meno volontariamente, la sua guida nascosta: Wittgenstein. Come tutte le vere guide ci rendiamo conto che ci hanno accompagnato partendo dalla fine, da un nostro fallimento, da una nostra dimenticanza o disattenzione, dal vortice di una vita che ci confonde; ricordate? Perché non sali il dilettoso monte, oppure Non sapei tu, che qui è l’uomo felice? Bisogna capire che i nostri mostri esistono perché siamo i soli a vederli, bisogna accettare che ci attenda un rimprovero, un ritardo sul futuro.

Ma torniamo a Wittgenstein. Un uomo che non smetteva di interrogarsi, continuamente minacciato dai propri sensi di colpa («La mia coscienza mi tormenta e non mi lascia lavorare»).

Bisogna comprendere come Wittgenstein sia la sua guida, non perché lo abbia tenuto sempre al suo fianco, ma perché lo ha trovato alla fine, era lì che lo aspettava. È una mossa decisiva, perché è quanto si ripeterà con ogni Autore affrontato. Il rifiuto del non detto, la sua ingannevole presenza o aspirazione, l’assenza di un mistero che non sia ciò che si vede: fatti, parole, immagini, direbbe con il maestro austriaco.

Cosa nella parola divida il detto dal non detto crea il campo di forza entro cui si muove ma, e forse è la sua più profonda lettura di Wittgenstein, come se volesse negare vie di uscita, soluzioni, per lui letteratura rimane in questa incompiutezza, si comporta come la talpa di Kafka, ogni strada per uscire può essere quella dove può entrare l’avversario. In questo senso tragico, per lui letteratura rimane in questa ambiguità che è un’attesa e una eterna contraddizione. Leggiamo dal primo fondamentale saggio sulla Woolf, “«Non posso scriverlo», «non posso rileggere». Eppure aveva fatto entrambe le cose. Non era affettazione. Non si trattava di una delle infinite revisioni delle pagine dei suoi romanzi – riletture e correzioni che la sfinivano. Sembra piuttosto che la riscrittura della lettera fosse un modo per confermare che davvero era la scelta giusta; che l’addio alla vita era irrevocabile; che neppure scrivere le avrebbe più garantito una possibilità di liberazione”.

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Non separare la vita dalla scrittura, o meglio da come quest’ultima prema sulla prima per essere più vera senza riuscirci, in uno scacco che non può essere che inevitabile; eppure in questa sconfitta si fissa lo sguardo di Caterini, consapevole che proprio l’impossibilità di unirle sia il compito vero della letteratura: questa diventa vera e la prima finalmente incomprensibile ma visibile (ancora Wittgenstein, quello estatico), come solo così svelasse mostrando la sua innocenza sovranamente indifferente ai nostri sforzi di capirla, di dare un senso ai nostri dolori gioie o sofferenze.

Cosa cerca? Felicità o disperazione? Difficile separare le due cose in Caterini, che una si rispecchi nell’altra mutando forma è la sua utopia, ciò che lo porta avanti, l’alternativa che non vuole risolvere perché ognuna da sola annullerebbe il mistero dell’esistenza rendendo la prima un’ebete contemplazione la seconda una arrogante angoscia.

E si ritorna a Wittgenstein, a cosa ha fatto suo del grande filosofo: di chi sta parlando Caterini se non di se stesso, di quello che cerca negli autori che studia e che ama? “Era da questi eccessi che trovava la forza di ristabilire un contatto intimo coi suoi pensieri; da questi tormenti nasceva la sua necessità logica”. Allora, di chi sta parlando? E come è cambiato Caterini? Perché in fondo dietro il corpo a corpo con gli Autori, sempre rigoroso, mai impressionistico, sta cercando in loro quello che sente è capitato o sta capitando anche a lui.

È necessario un sommario sguardo retrospettivo, scusandomi per l’alternarsi del ‘tu’ all’impersonale nome dell’Autore: ma il tono di una lettera, più che di una critica di cui non sono capace, prende spesso il sopravvento, e non mi dispiace.

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La vita e la ragione dovrebbero avere una sola condivisa verità, ma la prima zittisce la seconda, la seconda umilia la prima, questo è il circolo incandescente del suo pensiero che trovava il momento esemplare in Lord Jim (nel libro di saggi Patna. Letture dalla nave del dubbio, Gaffi, 2013), in quell’attimo in cui volevi/a tenere sospese entrambe: ma non poteva bastare. Nell’annullare la divaricazione in nome di una scelta, stava chiudendo la libertà, non le stava dando respiro, non la stava facendo uscire dal recinto mentale: a ben vedere cosa sarebbero state dopo vita e ragione, esistenza e verità? Una colpa di cui sentirsi pienamente responsabili, un circolo vizioso. No, non doveva fare spazio alla libertà, ma alla vita o alla ragione, cercare una verità con una faccia sola. La via di uscita era spingere sulla autobiografia, inventare la propria vita sperando che la sua incomprensibilità giustificasse la ricerca della verità, quella sorpresa sui libri, quella amata sulle pagine, che in fondo ti sembrava sempre quella vera e inconfutabile perché sfuggente. La vita così usciva da se stessa, andava alla ricerca della verità senza che questa però se ne accorgesse o tu te ne accorgessi e ci voleva una maschera enorme: Proust e una scrittura al quadrato, non metaletteraria, sia chiaro, ma al quadrato, cioè che si moltiplica per se stessa, crea l’aldilà che è solo suo. Con Proust (in Vita di un romanzo, Castelvecchi, 2018) Caterini scriveva le sue Confessioni, esibendo una crisi profonda assai bene occultata, favorita da quel distacco dalla sofisticata intelligenza di Proust che volevi fare tua, ma in modo diverso: con un’altra vita. No Proust, su cui ha scritto uno dei libri più belli di un’immensa bibliografia, non conteneva la tua vita, non la spiegava, le dava un senso volontaristico. Ma c’era qualcosa di più luminoso del tuo ombroso quanto lucido Proust, un vero bagliore: il commento a Dostoevskij: Il sogno di un uomo ridicolo (Ianieri, 2015). Una scrittura felice perché commentare quel testo voleva dire annunciare prima di tutto a te stesso che un’opera attende di essere capita, che il suo tempo coincide con il tuo, con la sua glossa, il sapere felicemente provvisorio proprio perché esaustivo: una saturazione che non lo conclude, ma al contrario apre a un nuovo paradigma. Era un libro dedicato al futuro che si realizza, grazie a te, dove sentivi di poter proiettare te stesso, chiuso in quelle glosse, che finalmente ti spiegavano. Un immobile mutare, certo, come non averlo già pensato e colpevolmente abbandonato? Così, al pari del recupero di un vecchio amore finalmente compreso, ecco allora Morandi, ecco il felice accecarsi dello sguardo. Le immagini hanno qualcosa che non mente e più delle parole paiono tenere insieme la vita e la verità, facendo della loro disperante separazione due mondi che si rispecchiano, quasi aspettando uno sguardo esterno, il tuo. Ma pretendi troppo, vuoi che un’opera guarisca la nostra esistenza e l’opera si allontana, rimanendo immobile davanti a noi e nella tua testa, perché il divenire della vita segue altre regole, anzi non le segue, per la disperazione tua e del tuo amato Wittgenstein e tu non vuoi abbandonarla per un senso superiore che la giustificherebbe, vuoi affrontarne lo scandalo, le offese, tutto ciò che ci spinge a pensare che non sia umana, che non potrà mai essere quello che vorremmo e non risponde nemmeno a un’altra volontà, più grande di noi, è una innocente quanto aliena verruca che si sposta sul tuo viso e ti cambia il volto. Di nuovo la tua eterna lotta con l’angelo, in una notte che si prolunga oltre il dovuto, perché quell’angelo non puoi riconoscerlo, e in questo modo non fa mai giorno. Spesso scrivi, magari con lievi varianti: “Può capitare che…”. Quanti mutamenti nasconde quel poter capitare? Una biografia che ora devi occultare, nonostante, o al contrario proprio grazie ai rimandi a episodi del passato, visti così come un futuro anteriore, come nelle glosse, nel commento: è arrivato il tempo in cui sono capiti. Ma c’è altro; parti da qualcosa che è accaduto per poterlo definire una possibilità, ma è una possibilità post factum, eppure è questo che ti fa smuovere il pensiero e fa andare avanti la tua vita. Non vuoi creare un mistero, vuoi impedire che rimanga tale, mi ricordi Forest; il gatto di Schrödinger serve per imbastire una storia e non di quel mondo sospeso tra vita e morte finché non lo apri, ma di quello che conosci avendo aperto, tu come lui, la scatola, cioè l’unico gesto umanamente possibile; sai cosa è successo, altrimenti con quale decenza e onestà scrivere? E scrivere allora è la speranza di un folle di Dio; ciò che più è vicino a Dio (come lasci dire al tuo Cézanne) è la lontananza massima e la creazione, è il momento irripetibile in cui le cose sono di due mondi, con il corollario che appartengono, disperatamente, solo a questo e ciò le rende inconoscibili quanto descrivibili: e questo è quello che cerchi, solo questo ti dà una lucida disperazione, l’abbandonarsi alla rivelazione che è sempre una isolata metà. È il tuo Wittgenstein mistico chiuso nel cerchio magico delle parole per capire che queste non danno senso al mondo, ma almeno delle regole consapevoli di essere parziali, perché esaurire le possibilità permette di spostare il senso altrove. Torna l’algebra: qual è la potenza, meglio: il quadrato di un evento qualsiasi? In realtà ogni volta sei costretto a avvicinare ciò che deve toglierti ogni speranza, perché solo allora fai scattare la promessa di una salvezza, vuoi forzare, costringere a questa promessa, la disperazione in te chiede questo, anche se non sai a chi sia rivolta: cerchi una salvezza non per il futuro ma per il passato.

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Se anche un critico ha il suo stile, quello di Caterini è sicuramente apodittico, ma il procedimento è rovesciato: deve bruciare la necessità logica per affermare una confutabilità estrema, che metta in gioco tutto il senso o non senso di una vita, è la scelta, lo stile di una disperazione, non è verità argomentata e vuole cogliere l’autore e se stesso quando si trovano con le spalle al muro, perché solo allora scoprono la autenticità, o meglio scoprono di esistere, di essere ciò che nessuno potrà ripetere, perché le disgrazie sono personali come i lamenti le accuse le debolezze le colpe le imprecazioni la follia della felicità che abbiamo rifiutato persino un attimo prima. Messo all’angolo, nessuno farà la stessa domanda nemmeno nella propria vita, se pure ne avesse occasione.

Prendiamo il saggio su Lowry: “Spingersi ancora più a fondo, trascendere il passato nel presente, cioè farlo rinascere come cosa viva, riaprire la ferita già cicatrizzata, tornare a piangere per essere capaci di rivolgersi a chi la vita ce l’ha donata, e infine pregare; perché questo Lowry cerca tutta la vita, una forma espressiva che sia la ricerca di una voce che lo faccia sentire di nuovo accolto, salvo nel territorio del possibile: sarà chiaro allora che non è sterile provocazione dire che il suo capolavoro non è ‘Sotto il vulcano’ ma ‘Buio come la tomba’”.

Inutile passare in rassegna gli Autori presenti: è ricerca che ogni lettore deve condurre a modo suo.

Allora, di nuovo, cosa è cambiato da Patna, da Lord Jim?

Dovessi dire cosa cerca è ciò che appare inconsolabile, la vera voce di ognuno, una speranza folle che unisce Dio a una promessa, lo costringe a riparare a un dolore che per l’uomo non ha senso, e non è una prova (Giobbe di Roth è tra i saggi presenti e inizia questo rifiuto di una prova a cui un Dio e satana scommettono, entrambi perdenti): oggi non abbiamo altra speranza di salvezza, i tuoi figli torneranno dall’esilio, è costretto a dire Dio, cioè dalla morte, solo allora ogni storia sarà obliata. Per questo deve cercare lo stesso in ogni autore ed è compito che riparte sempre daccapo, nell’accerchiamento intorno ai libri, le lettere, i diari. Ma anche questa varietà, che riprende e sviluppa temi dominanti, ha un corollario fondamentale e di cui pare crescere pagina dopo pagina la consapevolezza: questa varietà è infinita anche nella vita di un solo uomo, se intendiamo l’essere nel mondo come condizione di una colpa: una colpa incomprensibile e ingiusta finché non ci accorgiamo che non si trova all’origine, ma lungo il corso della nostra vita, è l’esito che la invera, i nostri gesti e pensieri, che la rendono originaria ma diversa per ognuno, come non appartenesse alla natura umana ma al singolo uomo, uno scandalo ancora più incomprensibile, proprio perché è il futuro di ogni uomo fissato in un istante, un urlo, un grido. Allora comprendiamo come Caterini abbia utilizzato Barthes: «Cambiare, vale a dire dare un contenuto alla “scossa” del mezzo della vita – vale a dire, in un certo senso, un “programma” di vita (di vita nova). Ora, per colui che scrive, che ha scelto di scrivere […], non può esserci altra vita nova (mi sembra) che la scoperta di una nuova pratica di scrittura». E certo questo valeva anche per lui, che aveva esperito quel «mezzo della vita» solo tre anni prima di morire, nel 1977, con la scomparsa di sua madre, mentre scriveva il suo romanzo diaristico, i suoi veri frammenti amorosi, il suo strazio linguistico”.

Dietro Barthes, Caterini si nasconde, perché non esplicita quanto afferma nei suoi saggi e in realtà sposta in avanti le riflessioni del critico francese: la vita nova presuppone un fallimento e il rinnovamento non lo oblia, ma lo evidenzia perché incancellabile, perché è quella via sbagliata che è unica per ognuno di noi. Il pianto di Rachele resta inconsolabile. Nella gioia della resurrezione non avremo più niente da dirci.

Paolo Del Colle

In copertina: Rembrandt, “Autoritratto con capelli scompigliati”, 1628 ca.

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