“Ora siamo qua, in un’epoca tremenda per i malati dell’anima. E sai perché? Perché son pazzi tutti, tutti!”. Dialogo con Caterina Cavina. Un viaggio delicato e feroce nel disagio psichico

Posted on Agosto 12, 2020, 9:57 am
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Arianna è albina. Ha “pelle di marmo e occhi rosati”. È bianca di pelle e di capelli, molto magra, piena di cicatrici, è bella e brutta insieme. Vive sola in una vecchia casa piena di gatti. Nel passato Emilia, una madre anaffettiva, paranoica, che vedeva in lei la causa di tutti i suoi fallimenti. Nel presente David, un uomo violento, che non riesce a lasciare perché “in certe vite, per un istante decente si può ammazzare, o farsi ammazzare”. Arianna, la protagonista del romanzo Le radici dei fiori, di Caterina Cavina, edito da Pendragon, ha una dipendenza dall’alcol, una tristezza profonda che non riesce a definire, e il vago ricordo di una vita quasi normale, in cui usciva, mangiava il giusto, dormiva regolarmente e aveva iniziato a studiare medicina. Ora c’è solo l’anziano Wogler, vecchio amico di sua nonna, a occuparsi ogni tanto di lei, a costo di svegliarla con un secchio d’acqua gelata. Ma Arianna non ha rinunciato a vivere, così a un certo punto entra, per sua decisione, in una clinica psichiatrica, Villa Glicine, detta Villa Triste. Qui incontrerà una serie di personaggi, perlopiù “definiti dalla loro diagnosi”, che amano, litigano, competono, combattono, diventano amici, si tradiscono e non sono poi tanto diversi da quelli che stanno fuori. Con loro Arianna inizierà il percorso per uscire dal suo labirinto. Un romanzo duro e delicato, feroce e poetico, ricco di quell’ironia che smaschera e conforta, svela la realtà e al tempo stesso dalla realtà ci salva. Ne parliamo con l’autrice.

La prima domanda è il prezzo da pagare, quello che chiunque, anche chi scrive un libro sui serial killer dal punto di vista del serial killer, si sentirà porre. Quanto c’è di autobiografico nei personaggi di questa storia, e in particolare nella protagonista, Arianna?

È autobiografico, ma non nel senso convenzionale del termine, io non sono Arianna, non le assomiglio per aspetto, carattere e indole, abbiamo solo alcuni tratti in comune. Ma sono stata ricoverata più volte in clinica psichiatrica per problemi simili e quasi tutti i personaggi del libro sono veri, esistono e hanno nome e cognome (che ovviamente ho cambiato) o sono comunque un mix dei vari tipi di persone che ho incontrato durante i ricoveri. Devi sapere che nelle cliniche c’è un po’ di tutto, un miscuglio di personalità, patologie e dipendenze. Dall’ex carcerato che deve togliersi la dipendenza da metadone, passando per il fighetto da discoteca dipendente dalla cocaina, alla signora “bene” che soffre da anni di depressione maggiore. C’era anche una signora anziana dipendente dai lassativi, ricordo, molto simpatica, faceva dei lavori a maglia stupendi, mentre magari nel tavolo accanto uno ti raccontava di quando aveva ucciso su commissione o come si taglia la “roba”.

Il tuo romanzo è ambientato per la maggior parte in una casa di cura per malati psichici e dipendenze patologiche. I tuoi personaggi sembrano vivere le stesse identiche pulsioni dei “normali”, ma in una dimensione altra e alterata, a volte portata all’estremo della drammaticità, altre volte attutita, come anestetizzata. Dove sta secondo te il confine tra i normali scossoni della vita e la patologia vera e propria? E la medicina oggi riesce a identificare questo confine in modo oggettivo?

Basaglia diceva che “nessuno visto da vicino è normale”, postulato in cui credo fermamente. Innanzitutto, la “normalità” non esiste e ognuno di noi ha delle “patologie” in fieri che situazioni sfavorevoli, genetica, destino (usiamo pure questo termine), possono slatentizzare. Pensa solo all’effetto lockdown, i dati statistici parlano di un aumento di depressioni, attacchi di panico e ansia sociale. Molti miei amici farmacisti vendono molti più psicofarmaci di prima (non che prima ne vendessero pochi). Non tutti reagiamo allo stesso modo ai drammi della vita, c’è chi riesce a mantenere comportamenti autoconservativi e chi no. Non è nemmeno una questione di “forza di carattere” o “forza di volontà”, la “forza” è considerata spesso come concetto assoluto, mentre ho notato che è una caratteristica relativa, spesso determinata dalle condizioni ambientali e dalla consapevolezza dei propri limiti. Se uno arriva a conoscere se stesso (lavoro che dura tutta una vita), ad accettare i propri limiti, diventerà all’istante una persona più forte per il semplice fatto che si metterà meno in pericolo, in una situazione “fragile”. Non dico di rimanere stipati nella “comfort zone”, ma di affrontare la vita, “sani” o “malati” che si sia, con consapevolezza. A parte che in psichiatria non c’è una netta demarcazione tra “sano” e “malato”; si dice in genere “funzionale” o “disfunzionale”. Che vuol dire? Vivi abbastanza bene? Sei soddisfatto? Riesci a provvedere a te stesso e magari agli altri? Riesci ad avere relazioni significative con il prossimo? Non dico di tirare fuori la piramide dei bisogni primari di Maslow, un po’ troppo schematica, ma a volte basta dare un’occhiata a quella per capire se siamo in una fase patologica o meno.

Cosa pensi dell’utilizzo di farmaci? Molte persone non affrontano i propri problemi psicologici proprio perché temono di diventarne dipendenti, di vedersi modificata la personalità in modo artificiale.

I farmaci aiutano e molto, e c’è uno stigma sbagliato su di loro. Ho sentito persone inveire contro la “chimica” che cambia il cervello mentre magari fumavano o bevevano vino. Non è chimica anche quella? Non è tossica? Gli psicofarmaci dovrebbero essere considerati come tutte le altre medicine. Hai la febbre alta? Prendi il paracetamolo. Sei depresso? Prendi un antidepressivo. Certo, la diagnosi psichiatrica è più difficile da fare di una febbre alta, ma non impossibile. Gli psicofarmaci non sono più invalidanti come una volta, non trasformano tutti in vegetali, conosco schizofrenici perfettamente lucidi, consapevoli delle loro visioni e persino delle “voci” che sentono, le hanno accettate e ci convivono. Sono casi rari, ma esistono.

Oggi è sempre più difficile parlare di malattia senza venire messi al muro dai nuovi dettami del linguaggio, quelli del politicamente corretto. Da un lato è un bene che aumenti il rispetto verso ogni forma di diversità o disagio, dall’altro diventa sempre più difficile chiamare le cose con il loro nome. Si insiste ad esempio sul fatto che la disforia di genere non è una malattia ma una condizione, e contemporaneamente si insiste nel dire che la depressione è una malattia e non uno stato d’animo. Sembra di stare in bilico tra negazione della malattia e necessità di cura. Andare dall’analista è diventato di moda, da Woody Allen in poi, ma solo se non se ne ha davvero bisogno, mentre il disagio psichico reale è ancora fonte di emarginazione tra le più feroci. Come vedi questo dualismo?

Sulla non conformità di genere il discorso è complesso. L’Oms l’ha tolta dall’elenco delle malattie e l’ha inserita nei “disordini mentali”. Per semplificare la cosa, il ragionamento fatto in anni di studi è questo: mentre la depressione maggiore ha cause spesso endogene, interne (poi esiste anche quella “reattiva” a episodi esterni), si pensa che i disagi procurati dalla non conformità di genere, soprattutto negli adolescenti, avvengano a causa della reazione sociale al loro comportamento, alla non accettazione sociale, insomma siano esogene. Quindi non è una malattia vera e propria dell’individuo. Permettere la transizione di genere evita il suicidio di molti adolescenti transgender durante l’età dello sviluppo (infatti vengono assunti ormoni per bloccare la crescita dei caratteri sessuali secondari) e dà loro il tempo di capire bene cosa vogliono essere. Credo che l’accesso a questo tipo di percorso sia importante, proprio per salvaguardare la loro sanità mentale. Se guardiamo la storia delle culture più antiche, scopriamo che il genere è sì una realtà biologica imprescindibile, ma ha anche una forte componente culturale. Per quanto riguarda il discorso della malattia mentale come “moda”, si nota sempre più sui social usare parole “sono bipolare”, “sono border”, “paranoico”, quasi fosse una cosa figa e glamour, peccato che poi quando la malattia si presenta nella vita reale, di tutti i giorni, lo stigma riappare. La malattia mentale fa paura perché, come dicevo prima, è in fieri in tutti noi.

Il tuo libro non parla solo di anime, ma anche e soprattutto di corpi. Corpi quasi sempre troppo magri o troppo grassi, spesso abusati, feriti, cicatrizzati. Ricorre molto il tema degli odori, della sporcizia e della pulizia, elemento primario di socialità, di incontro con l’altro, primo spartiacque tra inserimento ed esclusione sociale. Alzarsi dal letto e lavarsi, il primo passo per vivere. È una metafora o qualcosa di più?

Non è una metafora, è la realtà. Se sei depresso smetti di lavarti. Ho incontrato molti idrofobici nel corso delle mie esperienze che urlavano come matti al solo contatto con l’acqua. Ma senza arrivare a questi estremi è proprio una rinuncia a tutto, il voler dimenticare tutto, l’acqua sul corpo ti dà coscienza di te, il toccarti per lavarti ti dà coscienza di te, il solo vestirti e stare seduto richiede uno stato di coscienza che spesso si rifiuta. È un effetto della ricerca dell’oblio che molte persone in difficoltà hanno. Lo stesso dicasi per le dipendenze. Arriva un momento in cui si diventa idrofobici e si inizia pure a odiare la luce del sole. Si vuole semplicemente scomparire, ma il corpo c’è, resiste, e puzza.

Un altro tema ricorrente è l’amore per sé stessi, così difficile da provare, specie per chi fin dall’infanzia è stato abusato o comunque non ha vissuto una crescita equilibrata. Specie nei personaggi femminili, ricorre il colpevolizzarsi anche quando si è vittime, il chiedere amore a chi non può darlo. In questo senso, mi ha ricordato alcuni passi del saggio Donne che amano troppo, di Robin Norwood. Mi viene in mente anche Franca Leosini, che di recente è stata accusata di maschilismo per aver detto che una donna, al primo schiaffo del compagno, se ne deve andare. La complicità nelle violenze subite è in realtà un tema importante, da non censurare. Secondo te come possiamo evitare l’auto colpevolizzazione ma anche la negazione di certe forme di complicità con i carnefici? E se questo meccanismo riguarda più le donne che gli uomini, secondo te perché? Sempre e solo l’educazione patriarcale o c’è qualcosa di innato?

Io sono stata vittima di violenza domestica e avevo appena scritto un libro sul femminicidio (La Merla), comico, vero? Anch’io ho preso il primo schiaffo e non me ne sono andata. Perché non te ne vai? Perché ti senti in colpa, perché credi di essertela cercata, perché speri che sia un episodio singolo che non si ripeterà, che potrai contenere magari modificando il tuo comportamento. Fai dei patti con te stessa “dai resisto un altro giorno”, “speriamo che oggi sia una giornata buona per lui”, “se mi comporto così non lo farà più”, spostando l’asticella della violenza tollerata sempre più avanti. Vivi dei ricordi dei primi tempi (in genere queste persone si rivelano dopo un periodo dove sono dei veri “principi azzurri”, il love bombing che crea dipendenza), sperando che sia solo una fase. E sopporti. Poi c’è la vergogna, la paura di dire: “Mi picchiano”. Ricevevo pure io reazioni negative, anche dai parenti: “Ma come tu, proprio tu, colta, femminista, hai potuto portarti un individuo simile in casa?”. Fare sentire in colpa le donne perché non scappano non è la soluzione. Riconoscere che si è vittime, ma anche responsabili di se stesse lo è. Sviluppare abbastanza amor proprio, autostima, minor bisogno di dipendenza affettiva da saper lasciare chi ci fa del male, anche “solo” psicologicamente, è una strada lunga e tortuosa. Quante amiche infelici abbiamo che comunque rimangono in una relazione tossica pur di non stare sole? Che incorrono sempre nello stesso modello di compagno (o compagna) narcisista? Vampiro emotivo? Ce ne sono tante e il meccanismo che sta sotto è il medesimo. Prendersi la responsabilità di se stessi e della propria salute, chiedendo aiuto, denunciando, non è facile, perché lo stigma di vittima non piace a nessuno. Completando la risposta, più che innato c’è qualcosa di antropologico nel masochismo femminile, il sopportare tutto pur di avere un tetto sulla testa, del cibo e una posizione sociale. Ora in Occidente non abbiamo più queste catene “materialistiche” legate alla sopravvivenza, ma esistono ancora quelle psicologiche.

All’interno della clinica nascono relazioni, sentimentali e sessuali, e a un certo punto anche l’amore, tra un infermiere e una paziente. I tuoi personaggi sembrano chiedere di essere accettati come sono, con amore incondizionato, ma l’amore incondizionato è spesso a sua volta parente stretto dell’abuso, del poco rispetto per sé. È possibile amare in modo sano qualcuno che vive un disagio psichico, e a che prezzo? Potrà mai essere un rapporto paritario?

Certo che ci si può innamorare di un malato psichiatrico. Un bipolare compensato farmacologicamente, per esempio, può avere delle relazioni anche equilibrate (ma esistono relazioni equilibrate?). Certo, ci sono delle attitudini, persone più empatiche che trovano soddisfazione nel prendersi cura del prossimo e persone più bisognose di attenzioni, sono gli incastri di un rapporto, codipendenze le chiamano e io credo che il 90% dei rapporti anche cosiddetti “normali” sia una codipendenza. Vedo poche persone libere che stanno con un’altra persona non per bisogno ma per reale e consapevole scelta. Se un uomo s’innamora di una malata psichiatrica che non si cura (ma anche viceversa), evidentemente anche lui ha delle carenze, dei bisogni di riconoscimento, che non ha avuto. Un desiderio di sentirsi utile, un bisogno d’identità che riconosce solo nel prestare cure, bassa autostima, ed è spesso lui vittima di violenze psicologiche. Anche una comodità: “Ho la moglie matta quindi posso fare quello che mi pare (tradotto: tradirla)”. Sono rapporti complessi dove il ruolo di vittima e carnefice, di malato e infermiere, spesso si rovesciano. “Se non mi ami io non ti curo, se non mi ami io mi ammalo”. Sono ricatti affettivi che possono avvenire all’interno della stessa coppia a fasi alterne. In genere il malato di mente è solo un sintomo della famiglia disfunzionale, tutta la famiglia è malata. Lo stesso vale per le coppie.

I tuoi personaggi sono malati psichici, ma a tratti parlano con grande equilibrio e saggezza. È un espediente letterario o l’hai riscontrato dal vero? Da dove proviene secondo te questa curiosa forma di sapienza folle? È un luogo comune o c’è del vero, nel detto che solo da pazzi si è davvero liberi?

Molti insegnamenti li ho avuti dai “matti”. Nei loro momenti di lucidità possono esprimere concetti profondi o dare importanti lezioni di vita. E poi non sono tutti “non presenti a se stessi”, molti sono coscienti della loro malattia e ne parlano con padronanza e profonda umanità e persino compassione. Altri invece continuano a lamentarsi delle violenze subite da bambini, dei torti, delle sfortune, delle disgrazie, in un loop che racconta sempre la stessa tragica storia e non riescono a uscirne. Nemmeno quella è una colpa. C’è una cosa che dicono spesso gli psicologi: “Chi riconosce di avere un problema e chiede aiuto è già molto più sano di tanta gente che non lo fa, che si ritiene “normale””. Non posso che confermare. Ho conosciuto più “matti” fuori dalle cliniche che dentro.

Un altro elemento ricorrente nel tuo romanzo è l’umorismo. Penso ad esempio a “Orlando, l’uomo che non picchiava le donne con cattiveria”, e a numerosi dialoghi tra le pazienti, di comicità stralunata e tagliente.  Al di là del fatto che è a mio parere uno degli aspetti più riusciti del romanzo, quanto l’umorismo può aiutare a sopravvivere, anche in situazioni difficili come queste? E può diventare anche qualcosa dietro cui nascondersi?

No, l’umorismo è fondamentale, sempre. Salva la vita.

Il tuo romanzo d’esordio, Le ciccione lo fanno meglio, è un best seller. In un certo senso ha precorso i tempi, poiché parlava di fat shaming e di body positive quando non erano ancora termini di moda. Viviamo in un mondo che pretende il bell’aspetto anche per mestieri non d’immagine, e che continua perlopiù a far coincidere la bellezza con la magrezza. Oggi un po’ si eccede pure dall’altra parte, passando dalla schiavitù della taglia 42 (se non di meno) a improbabili elogi dell’obesità, nonostante i problemi oggettivi di salute che porta con sé. In quest’ennesima dualità dei nostri tempi, dov’è a tuo parere il punto di equilibrio in cui collocarsi?

La cura è una scelta (la salute meno perché se ti ammali di tumore al cervello di certo non lo hai scelto). Auguro sempre a me stessa di essere la versione più sana possibile, ma anche che se non ci riesco ciò non deve intaccare la mia capacità di essere felice e di godere della vita. In generale non apprezzo tutta l’attenzione dei media al corpo della donna, sia che sia magro, sia che sia grasso. Hanno un po’ tutti rotto le palle. Lavorerei più sulla formazione dell’identità, sul chi sono io, cosa voglio e come ottenerlo, che sulla taglia che porto. L’obesità è una malattia anche mortale, ci si può convivere ma anche no. Sono, ripeto, scelte. Il movimento delle modelle XXL gnocche, penso alla bellissima Tess Munster, è un po’ ipocrita secondo me. Non tanto per quello che rappresentano queste ragazze, ma per il semplice fatto che non è libertà nemmeno quella, è sempre soggetta a un mercato, a un apprezzamento o non apprezzamento del corpo femminile, insomma siamo sempre lì.

Una curiosità letteraria: da dove viene il mantra che Arianna ripete a sé stessa nei momenti più difficili, “io sono io sono io sono”? Ho letto nei ringraziamenti finali Sylvia Plath, ho pensato alla sua poesia Io sono verticale, che rimanda anche in qualche modo ai fiori del titolo. Ho visto giusto?

Quasi, la citazione viene dal suo romanzo autobiografico La campana di vetro ambientato in parte in clinica psichiatrica.

È passato molto tempo tra il tuo penultimo romanzo, La merla, un noir gotico rurale molto interessante, poi vi è stato il seguito di “Ciccione”, e questo nuovo libro. È stata lunga la gestazione artistica o la storia editoriale, o entrambe? Oggi si parla molto delle difficoltà dell’ambiente letterario, della difficoltà di emergere a prescindere dal merito. La tua penna è, almeno a mio parere, una delle migliori in Italia, e questo ultimo è forse il tuo romanzo più bello. Eppure esordisti con un grande editore, Baldini&Castoldi, e oggi esci con uno piccolo, Pendragon. È stata una scelta o un obbligo? Che cosa è cambiato da allora?

Sono cambiate molte cose. Il pubblico è calato, i lettori sono sempre meno e l’editoria è sempre più in crisi. Le cifre di vendita che ho realizzato con i miei primi romanzi oggi sono considerate esorbitanti. Spesso gli editori stessi le gonfiano per non ammettere che si vende pochissimo. Per quanto riguarda Le radici dei fiori, la gestazione è stata lunga di per sé, perché non è stato un romanzo semplice da scrivere. Poi ho ricevuto il rifiuto di alcuni agenti ed editori. Mi dicevano: “È molto bello, ma la malattia mentale non vende”. Ora si cercano soluzioni facili. Vedo fin troppi scrittori seguire delle “ricette preconfezionate”, quasi dei vademecum per il “romanzo che vende”, e fare prodotti seriali senza alcun coraggio, invenzione e spesso non lasciano niente al lettore che li dimentica dopo poco. Se non scrivi letteratura di genere poi non sanno come definirti. Le case editrici piccole possono anche garantire una buona distribuzione, ma purtroppo è la visibilità sui mezzi di comunicazione che viene spesso a mancare e deve fare tutto o quasi lo scrittore. Organizzarsi presentazioni, trasferte, ecc. Ai tempi della Baldini (oltre dieci anni fa) mi venivano pagati viaggi (anche in aereo), pernottamenti, cene, tutto. Le televisioni e i giornali si occupavano di più di libri. Ora per noi scrittori poco conosciuti è tutto più duro e dispendioso.

Come ultima domanda, ti faccio la stessa che i medici della clinica “Villa Triste” fanno ai loro pazienti: quando è stata l’ultima vota che sei stata assertiva, secondo la splendida definizione di assertività espressa nel libro da uno dei pazienti, e che subito ho fatto mia: “è quando se mi rompono le palle non mi incazzo, faccio valere con calma le mie ragioni”?

Diciamo che tento sempre di essere assertiva, perché l’assertività va allenata giorno dopo giorno. Vediamo… oggi un uomo mi importunava mentre stavo parlando con un mio amico, chiedendomi: “Ma è tuo fratello?”. E io: “No, è mio marito”. Forse più che assertiva sono stata manipolatrice, non so, ma fa lo stesso, è il risultato che conta!

Viviana Viviani

Editing di Luisa Baron

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Un estratto da Le radici dei fiori (Pendragon, 2020)

“Se fossimo nate ricche e nell’Ottocento saremmo state sempre distese su materassi di crine e lenzuola di seta, agitando il fazzoletto con una mano, aspettando la cameriera con i sali… di litio ovviamente. Purtroppo è passata la moda delle languide sfaccendate. Ora siamo qua, in un’epoca tremenda per i malati dell’anima. E sai perché? Perché son pazzi tutti, tutti! Anche quelli che ci curano, quindi come facciamo noi a guarire?”