Antonio Moresco, Silvio Castiglioni e Takeshi Kitano. Uno spettacolo teatrale rompe i confini tra la vita & la morte, riempie la notte di meraviglia

Posted on Novembre 27, 2019, 1:22 pm
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Il suo talento è questo. Inavvertito. Inattuale. Perfino, una corona nel nitore.

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Fa così, dico. Entra in scena. Tutti sappiamo cosa accade, il rito è risolto dal mercato: abbiamo pagato un biglietto, siamo su una seggiola, in un luogo che si chiama teatro, la cui etimologia, imparo, riguarda il guardare, certo, ma soprattutto il meravigliarsi – un guardare che comporta il meraviglioso; il teatro è il luogo del meraviglioso, di ciò che va ammirato, è cosa prossima al tempio, all’ostensione sospesa di un’ostia. Tutti sappiamo di essere a teatro. Poi arriva un uomo in scena. È lui. Ma non sai mai se è lui. Né cosa è lì a fare. Ha – sempre – una apparenza anonima, apparizione anomala, pare sul palco per caso, potrebbe essere uno che ha sbagliato strada – ops, dov’è la platea? Forse è un tecnico. Forse è il marito di una di quelle che deve salire in scena, colto da apprensione.

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Quasi sbadatamente, dall’abisso di un purissimo pudore, Silvio Castiglioni, poi, si siede e comincia a parlare. Eccolo, l’incanto. Un uomo che narra. All’improvviso il palcoscenico – quella specie di astioso altare – si disintegra: Silvio è proprio vicino a te, sulla seggiola di fronte, ti racconta una storia che forse sai anche tu, non vuole irrompere nel tuo sapere, nella tua memoria. Non offende – ti affronta. Entra. Come acqua. D’altronde, le storie si raccontano attorno al fuoco, ma le parole sono acqua. Narrare è un travaso da un recipiente all’altro. Lento. Si sente il fruscio di velo dell’acqua.

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Questa povertà – non saprei come dirla in altro modo – rompe lo schema retorico: pensando che tutto, in quella storia, sia attuale e disponibile, ti rendi conto che soltanto lui, il narratore – che è sempiterno, ma il caso, incardinato in cronologia, ha chiamato Silvio Castiglioni – è disposto a raccontare quella storia, la sa raccontare.

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Silvio Castiglioni, per questo, è straordinario nel dare voce ai grandi narratori. In formule teatrali diverse, Castiglioni ha raccontato Alessandro Manzoni (la Storia della colonna infame, uno dei suoi lavori più alti) e Osip Mandel’stam, Silvio D’Arzo e i Karamazov di Dostoevskij, Andrea Zanzotto e Raffaello Baldini, Pietro Ghizzardi, Nino Pedretti, Jack London. Lo ascolto da tempo, conosco il suo desolato amore per la letteratura, ho imparato che Castiglioni sta più comodo tra gli autori minimi, tra le storie che nascondono il miracolo sotto la tovaglia, in sala da pranzo (i lavori su Pedretti, D’Arzo, Ghizzardi sono miliari). Castiglioni, come i grandi attori, intendo, si ‘fa fuori’, è un mezzo, uno strumento, un flauto per le parole dei grandi narratori. Per questo, dopo lo spettacolo, è stravolto: non sa più chi è. Con tenerezza quotidiana, fa il lavoro del contadino e dello sciamano.

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L’ultimo spettacolo di Silvio Castiglioni – l’ho visto allo ‘Snaporaz’ di Cattolica – è tratto da La lucina, uno dei libri più belli di Antonio Moresco. Ci lavora da tanto, come si ipotizza una sedia dal legno crudo. D’altronde, ogni messa in scena ha geologia e genealogia. Prima è stata una mera lettura preparatoria, poi c’è stata la revisione teatrale del testo – lavoro decisivo: la commutazione dell’opera piamente narrativa in ‘oggetto’ teatrale, in sceneggiatura – poi le piccole strategie. La prima è mirabile: mentre Silvio racconta, Georgia Galanti, in un angolo della scena, sotto telecamera che riproduce il suo lavoro su uno schermo, disegna, nel suo modo strampalato, straordinario, infantile. Così, ascolti Silvio e guardi i disegni di Georgia, una didascalia all’onirico. Infine, c’è la musica, in scena. I musicisti – pianoforte, violino, flauto – non creano soltanto un ‘diversivo’ – per altro, efficace – sono anche loro lì che ascoltano la storia, in attenta tensione.

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La storia riguarda un uomo e un bambino che si è ucciso. Nel dire di Castiglioni non c’è cupezza né rassegnazione, al contrario, è un tunnel nel candido, nel bianco. Così dice la dida: “Un uomo si è ritirato a vivere in solitudine, lontano da tutto, in una casa di pietra in mezzo al bosco. Ogni notte, però, un mistero turba il suo isolamento: sempre alla stessa ora, il buio del bosco è perforato da una lucina che si accende dall’altra parte della valle. Che cosa sarà? L’abitante di un altro paese deserto? Un lampione dimenticato che si accende per qualche contatto elettrico? Un ufo?”. Alla fine dello spettacolo, Antonio Moresco ha parlato con Silvio Castiglioni, sul palco, sembra sempre fuori luogo. Ha parlato della vita e della morte, del suo ultimo romanzo, Canto di D’Arco, soprattutto della Repubblica Nomade, il progetto di vaste camminate, a forte valore simbolico, che è iniziato nel 2011 con una marcia da Milano a Napoli-Scampia e si è coagulato in opera nel 2014. Vincere i limiti del corpo e dunque quelli della mente, ha detto Moresco.

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L’uomo e il bambino, la vita e la morte, lo sfiatare dei confini tra vita & morte, tra esistere & uccidersi. Fin da subito, sarà per certi estremismi di delicatezza, per la musica, mi vengono in mente le atmosfere di Sonatine, il film di Takeshi Kitano del 1993, retto dalle armonie di Joe Hisaishi. In ogni caso, è tutto molto bello, terso, giusto – dopo lo spettacolo la notte non ci inghiotte, è piena di corpi, grassa di morti, alcuni sono perfino felici, alcuni stanno raccolti, ginocchia negli occhi, sul comodino di fianco al letto. (d.b.)

*In copertina: Silvio Castiglioni dallo spettacolo “Casa Ghizzardi” (photo Paolo Castiglioni)