“Dobbiamo ascoltare la nostra paura, trattarla con compassione e abbracciarla come faremmo con un bambino ferito”. Dialogo con Elisa Castiglioni: ha scritto una favola per vincere la quarantena

Posted on Agosto 11, 2020, 9:32 am
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“Siamo fiori dello stesso giardino”. Era scritta questa frase sul primo rifornimento di materiali sanitari spediti dalla Cina, nel cuore della pandemia. Me lo ricorda, per telefono, la scrittrice Elisa Castiglioni. Si occupa di narrativa per ragazzi, il suo romanzo La Ragazza che legge le nuvole (Castoro, 2012) ha vinto il premio Cento nel 2013 e, qualche anno fa è stato pubblicato in Cina e, sempre con il Castoro, sono usciti Le Stelle Brillano su Roma e Desideria, In Punta di Piedi sull’Orizzonte. Proprio durante la quarantena, è nato il suo ultimo racconto Giallo primula, pubblicato gratuitamente in ebook nei giorni più bui della quarantena.

Quando mi parla di come è nato questo progetto, si commuove. E anch’io, devo ammetterlo, leggendo. “Le storie vanno scritte quando le parole non bastano” mi dice mentre mi spiega che, quest’anno, sarebbe andata proprio in Val Seriana. Gli incontri erano stati fissati per marzo. Avrebbe dovuto presentare In punta di piedi sull’orizzonte. E invece no. E invece è nata una cosa più grande, dall’amicizia con il Festival La Vallata dei Libri Bambini. Elisa Castiglioni sarebbe andata in quei luoghi, avrebbe partecipato al festival. Ma in quei giorni e, soprattutto, in quei luoghi, la situazione era più che drammatica. Elisa e l’organizzatore del festival hanno iniziano a sentirsi spesso. Lei gli chiedeva: “come stai?”. Quando, un giorno, lui le dice: “Non so più cosa dire ai miei figli”, nel cuore, Elisa sente un macigno. Anche lui ha due figli, gemelli, della stessa età – 13 anni – di Isabella, la figlia di Elisa. Affrontare questo tema con i ragazzi è difficile, già è stato difficile per noi elaborarlo, figuriamoci per loro, mi dice al telefono. Ma, poi, ad un tratto, Elisa si domanda: “Non sono un medico, un infermiere, un cassiere al supermercato, un fattorino. Insomma, un lavoratore essenziale. Tutti vorremmo fare qualcosa, grandi e piccoli. Ci siamo sentiti tutti schiacciati da una profonda solitudine. Che cosa posso fare io? Così ho deciso di scrivere una storia. Il potere delle storie è come quello delle favole; serve a rielaborare il vissuto. Così, ho parlato con la mia casa editrice, il Castoro, e loro hanno deciso di pubblicarlo gratuitamente in digitale”.

Allora il digitale serve? Forse l’autrice, come la mamma di Nico, la prof del suo racconto, si è ricreduta. “Ho scoperto che puoi arrivare ai lettori immediatamente. Abbiamo lavorato, intensamente e poi, per Pasqua, il racconto è stato diffuso”. Insieme al disegno di sua figlia, i fiori di Isabella Giudici. “È stato un regalo anche per me e per mia figlia. Lei ha disegnato questi fiori, li ho fotografati e ho mandato la foto alla casa editrice. L’idea che, nel racconto scritto dal punto di vista di una ragazza, ci fosse un disegno di una ragazza della stessa età è piaciuta subito”.

Che cosa è successo, dopo la pubblicazione?

“Sono stata chiamata da diverse scuole di Italia, per cercare di capire, attraverso il racconto e collegamenti on line, quello che stavamo vivendo. Mi sono arrivate molte fotografie di fiori, di primule, da tutta Italia. Un messaggio di speranza”.

Hai mai avuto paura?

“Sì. Pratico da tempo yoga e meditazione e lo yoga ti insegna che a stare con quello che c’è e che devi trovare una posizione confortevole. Ci ho provato”.

Com’è la situazione attuale dei ragazzi nella cosiddetta fase due?

“È vero che non c’è una rete strutturata che può dare aiuto, ma ci sono molte persone che, anche in forma anonima, danno il proprio sostegno. È vero, questa situazione ha accentuato le fragilità, soprattutto di natura economica, ma è stato fatto del bene”.

Che cosa pensi della riapertura delle scuole a settembre?

“Le scuole devono riaprire. Sono il fulcro della vita delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Questa emergenza sanitaria può essere l’opportunità per rivedere gli spazi e le metodologie di insegnamento, lo si è detto tante volte. Sicuramente la pandemia ci ha aiutato a distinguere quello che è essenziale da quello che non lo è. E la scuola è essenziale. Mettere al centro dell’insegnamento i ragazzi è essenziale. Il corpo accusa il colpo, i ragazzi sono curvi, soffrono fisicamente e devono curarsi l’anima”.

Che cosa dovrebbero fare secondo te gli insegnanti a settembre, quali strumenti per elaborare la sofferenza?

“Non possiamo aspettare settembre. La loro sofferenza va riconosciuta e ascoltata subito. Noi adulti dobbiamo aprirci alle loro emozioni, ai loro pensieri, alle loro paure. Forse non avremo sempre la risposta perfetta, ma il nostro ascolto profondo è già una prima risposta. Per quanto riguarda le attività scolastiche, scrivere è un ottimo strumento per elaborare quello che proviamo. È una forma di auto-terapia. Ma per essere davvero efficace la scrittura deve essere libera da vincoli e in questo caso anche da voti. Non ci deve essere un’ansia da prestazione, ma uno sguardo che accoglie e comprende. La lettura condivisa in classe è un altro modo per aprire il confronto e stimolare il dialogo, scegliendo testi adatti all’argomento. Infine credo che sia importante ritornare a usare le mani per creare attraverso laboratori artistici espressivi. Dopo tanta, troppa ma necessaria tecnologia, c’è la necessità di tornare alle cose reali, semplici, concrete. Questo aiuterà la mente ad alleggerirsi. Ma anche il corpo va curato. Questi corpi che sono stati a lungo fermi, curvi, contratti. Credo che potrebbe essere una buona idea ripensare alle lezioni di educazioni fisica, inserendo, perché no, anche momenti di partica dello yoga e della meditazione. Molte scuole già lo fanno e testimoniano grandi benefici”.

E i genitori, invece, quali consigli ti senti di dar loro?

“Penso che resti fondamentale riconoscere la sofferenza dei nostri figli e aprirci ad essa senza sminuirla, senza giudicarla, senza fretta di dare consigli ma ascoltando in profondità. Oltre le parole che dicono. Credo che sia essenziale trovare il tempo per stare con loro (e esserci davvero nel qui e ora e non sono in apparenza mentre si è distratti dalle nostre preoccupazioni), stare il più possibile nella natura, e aiutarli a rivedere gli amici, a fare sport. Credo che la chiave per affrontare questo momento di enorme difficoltà sia la compassione. E per compassione intendo non l’avere pena per gli altri e se stessi, ma il com-patire nel senso di sentire con l’altro (Karuna in sanscrito) perché davvero siamo fiori di uno stesso giardino. Il mio bene inizia dove inizia il tuo. E viceversa”.

Nico nella tua storia si costruisce una tana dove leggere e, soprattutto, disegnare. Come si può vincere la paura di uscire dal nido?

“Nella storia, Nico prende rifugio nell’arte. Nella tradizione buddista prendere rifugio è una pratica importante per proteggersi e prendersi cura di sé. Ma è una situazione temporanea. Poi si deve uscire fuori e affrontare la realtà, nutriti e rinforzati si dovrebbe essere nella condizione di migliorarla. Di alleggerire la sofferenza propria e degli altri. Credo che il primo passo per vincere la paura sia ascoltarla, accettarla con compassione e non rifiutandola come qualcosa di negativo e scomodo. Quella paura fa parte di noi. Se la rifiutiamo, rifiutiamo noi stessi. Quando abbiamo paura, noi siamo la nostra paura (e questo vale anche per la rabbia, il dolore e le emozioni che proviamo). Dobbiamo ascoltare la nostra paura, trattarla con compassione e abbracciarla come faremmo con un bambino ferito. Una volta che l’abbiamo accettata, si indebolirà. Viviamo in una società che ci ha inculcato il valore d’essere forti. Essere forti per me non significa non aver paura, ma accettare le proprie paure e vederle per quelle che sono. Una volta che lo si fa il fantasma che tanto ci spaventava diventa l’ombra dell’abatjour che teniamo sul comodino. Credo anche che se siamo consapevoli che la vita è un dono e che ogni istante è regalato, riusciamo a vivere davvero nel presente e la paura di quello che sarà passa. Vivere nel presente non significa non prepararsi per il futuro. Tutt’altro. Perché solo se viviamo bene, con consapevolezza, il nostro presente potremo avere un buon futuro. Un antico proverbio zen dice che non si deve avere paura della morte, sennò si ha paura della vita”.

Linda Terziroli

*In copertina: Elisa Castiglioni (la fotografia è tratta da qui)