“Il solo difetto che hanno gli scritti eccellenti è che di solito sono la causa di molti altri scritti cattivi e mediocri”. Georg Christoph Lichtenberg (1742-1799)

Se in campo letterario questa è ritenuta una regola, dove un capolavoro si trova a inaugurare un filone di epigoni, dobbiamo dire che ha avuto la sua bella eccezione: in almeno un caso il fenomeno s’è invertito, poiché un pessimo romanzo ha dato il via a un genere letterario fortunatissimo, non ancora tramontato. Siamo nel 1764 quando Horace Walpole, terzogenito del grande statista-faccendiere inglese Robertdi cui si occupò Henry Fielding nel suo satireggiante Jonathan Wild – racconta un sogno inquietante:

“Un mattino, all’inizio dello scorso giugno, mi svegliai da un sogno di cui riuscivo soltanto a ricordare che m’era parso di trovarmi in un antico castello (sogno naturalissimo per uno spirito come il mio, pieno di storie gotiche), e che sul pianerottolo più elevato d’un grande scalone avevo vista una mano gigantesca, rivestita di un’armatura. La sera stessa sedetti a tavolino e cominciai a scrivere, senza la minima idea di ciò che intendessi dire o raccontare”.

Galeotto fu quel sogno: Walpole, in preda all’ardore creativo, iniziò subito a comporre The Castle of Otranto, il primo esempio di un nuovo genere di successo, il romanzo gotico, con le sue storie di castelli, meraviglie, spettri, anfratti, paura, vergini insidiate e persecuzioni, inquadrate in una cornice medievalesca. Di certo, la sua affermazione – di aver scritto il libro “senza la minima idea” di ciò che volesse raccontare – può essere presa alla lettera: Il castello di Otranto risulta un romanzo sgangherato e plateale, una miscellanea di suggestioni letterarie e fantasie preromantiche non meditate, che poco hanno a che fare con lo spirito artistico-letterario. Il motore era un altro: Walpole, fervido visionario che non era mai stato a Otranto, era arrivato a trasformare la sua casa nel sobborgo londinese di Strawberry Hill in una specie di maniero pseudo-medievale pieno di merlature, padiglioni, cimeli, divenendo anche il precursore della moda neogotica in architettura.

La prima edizione del romanzo era intitolata The Castle of Otranto, A Story. Translated by William Marshal, Gent. From the Original Italian of Onuphrio Muralto, Canon of the Church of St. Nicholas at Otranto. Dunque, si presentava come la traduzione di un manoscritto rinvenuto nella biblioteca di “un’antica famiglia cattolica nel nord dell’Inghilterra”: nella prefazione, il supposto traduttore non esita a informare con una certa dovizia i lettori: “ The following work was found in the library of an ancient catholic family in the north of England. It was printed at Naples, in the black letter, in the year 1529…”. Si aggiunge che la storia manoscritta in italiano deriva da un’altra storia più antica, risalente forse al periodo delle Crociate: sembra chiaro che, fiutando l’aria, Horace Walpole immagina un fittizio originale per rendere più solido lo scenario su cui proiettare le sue visioni. Il noto espediente dell’antica cronaca manoscritta, diventato un classico, ripreso dopo più di due secoli anche da Umberto Eco, che ne Il nome della rosa assembla temi copiando a destra e a manca come si fa con una tesi di laurea.

La vicenda medievale, in sostanza, racconta il compimento di una maledizione. Un antenato di Manfred, che è insediato come tiranno nella città di Otranto, aveva usurpato il titolo uccidendo il legittimo signore, Alfonso, mentre questi andava alle Crociate. Allora lo spirito di Alfonso lanciò una maledizione: quando il suo corpo sarà diventato troppo grande per essere contenuto nel castello di Otranto, il dominio della famiglia dell’usurpatore avrà fine. Il romanzo si apre con il figlio di Manfred che resta ucciso da un enorme, luttuoso elmo neropiumato che dal cielo gli piomba sulla testa, proprio nel giorno in cui il padre doveva unirlo in matrimonio con Isabella, l’ultima lontana parente di Alfonso. Corso in cortile, Manfred “Scorse suo figlio squartato e quasi sepolto sotto un enorme elmo, cento volte più grande di qualunque casco mai destinato a un essere umano, e ricoperto da una quantità altrettanto enorme di piume nere”.

Lui è Sir Horace Walpole (1717-97), toyboy della madrina letteraria di Francia Madame du Deffand

Naufragato il progetto matrimoniale, Manfred decide allora d’insidiare Isabella sposandola di persona, dopo aver divorziato dalla moglie Hippolita. Ma Isabella, per sottrarsi, fugge aiutata dall’autorevole frate Jerome e da un contadino di nome Theodore – che presto si scopre essere il figlio di Jerome. A un certo punto, ecco il colpo di scena: ritorna Frederic, il padre di Isabella, che tutti credevano morto in Terrasanta, e le cose inevitabilmente si complicano. Manfred, deciso a non rinunciare alle sue mire, cerca di aggiustare tutto dando in sposa a Frederic sua figlia Mathilda, mentre lui sposerà Isabella. Ma c’è un particolare: Mathilda e il contadino Theodore si amano. Manfred, invece, sospetta che Theodore ami Isabella e, quando lo sorprende con una ragazza che non riconosce, accecato dalla gelosia la uccide pensando che sia Isabella; ma, sciaguratamente, scopre che si tratta proprio di sua figlia Matilda. Alla fine, lo scioglimento della vicenda è teatrale: appare un gigantesco cavaliere in armatura – lo spettro di Alfonso – che fa la grande rivelazione: Theodore è suo discendente.

“In quellistante il fragore di un tuono scosse il castello fino alle fondamenta; la terra oscillò, e da lontano giunse il clangore di un’armatura sovrumana. Frederic e Jerome credettero fosse giunto il giorno del giudizio. Trascinando Theodore, si precipitarono nel cortile. Nell’istante in cui Theodore comparve, le mura del castello alle spalle di Manfred furono abbattute da una forza possente, e la figura di Alfonso, dilatata fino a immani proporzioni, sorse in mezzo alle rovine. ‘Riconoscete in Theodore il vero erede di Alfonso!’, annunciò la visione: e pronunciate tali parole, cui fece eco il rombo di un tuono, ascese solennemente al cielo, dove le nuvole, squarciandosi, scoprirono la figura di San Nicola. Accolto lo spirito di Alfonso, entrambi vennero occultati agli occhi dei mortali da un fulgore di gloria”.

Com’è possibile, che l’erede legittimo sia Theodore, se è figlio del frate? È lo stesso Jerome che s’incarica di spiegarlo: in realtà la sua perduta moglie era figlia di Alfonso. Tutto torna, dunque. E Theodore, infine, rassegnandosi a piangere la morte dell’amata Matilda, sposa Isabella.

Il romanzo condensa nel modo più teatrale diverse tendenze e suggestioni, da molti definite preromantiche, tipiche del Settecento; ed è il primo esempio della grande corrente letteraria del gotico, che ha prodotto capolavori indiscutibili e ancora oggi solletica l’immaginario. The Castle of Otranto presenta tutti gli elementi tipici del genere: leroe satanico, la fanciulla perseguitata, i fantasmi, il castello misterioso e labirintico, pieno di ritratti degli antenati che, in qualche modo, influenzano il corso dei vivi. Tutte cose conservate e tramandate nel nostro immaginario, fino a oggi. Gran parte del romanzo è fatta di dialoghi, con una mescolanza di sublime, quotidiano e sovrannaturale che pesca a piene mani da Shakespeare. Ma non basta: quando Alessandro Manzoni scrive I promessi sposi, sembra avere tra i suoi riferimenti anche quello della narrativa gotica, in particolare Il castello di Otranto. La figura emblematica dell’Innominato, nella sua livida grandezza iniziale, sembra infatti uno dei discendenti letterari di Manfred:

“Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. […] Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto”.

E vogliamo parlare di Fra Cristoforo? Una figura di aiutante in tutto simile a frate Jerome: anche qui i tòpoi sembrano rincorrersi, riprendersi, aggiornarsi. In letteratura forse accade come con l’energia, niente si perde, piuttosto si trasforma.

Interno di Strawberry Hill

La storia della ricezione del Castello di Otranto è eloquente.

Walter Scott, introducendo nel 1811 l’edizione Ballantyne, osserva che “Walpole, incerto su come sarebbe stata accolta un’opera tanto nuova nella sua impostazione, e non volendo forse cadere nel ridicolo se avesse sbagliato, mandò nel mondo il suo Castle of Otranto come una traduzione dall’italiano, e non sembra che per allora l’autenticità del racconto fosse sospetta”.

Certo è che pochi mesi dopo, incoraggiato da successo del romanzo, Walpole pubblica una seconda edizione – dove il sottotitolo “a story” viene fatalmente mutato in “a gothic story” – con l’aggiunta di un’epigrafe, di una nuova prefazione e di un sonetto dedicatorio all’amica Lady Mary Coke, firmato in calce con le iniziali H.W., che lo fanno subito identificare come autore del romanzo.

Scrive Walpole: “Si è trattato di un tentativo di fondere i due generi del romanzo, quello antico e quello moderno. Nel primo ogni cosa era governata dall’immaginazione e dall’inverosimiglianza: nel secondo l’intento, che a volte si trova ben realizzato, è sempre di imitare la natura. Non vi manca l’invenzione, ma le grandi risorse della fantasia sono state chiuse entro gli argini di una rigorosa aderenza alla vita comune. Ma se in quest’ultima specie la natura ha paralizzato l’immaginazione, non si è trattato che di una rivincita, poiché essa era stata totalmente esclusa dai vecchi romanzi. Le azioni, i sentimenti, le conversazioni degli eroi e delle eroine dei giorni che furono ci appaiono tanto innaturali quanto le concatenazioni che li mettevano in moto”.

David Punter definisce The Castle of Otranto: “la prima e più importante manifestazione del revival del romance sul finire del Settecento, cioè di quelle più antiche tradizioni di letteratura in prosa che erano state apparentemente soppiantate dall’avvento del romanzo” (trad. it. Storia della letteratura del terrore. Il “gotico” dal Settecento a oggi, a cura di Ottavio Fatica, Editori Riuniti, 1980). Tra paesaggi notturni e cieli tempestosi, in “un arsenale di elmi magici, quadri parlanti, giganti spettrali”, su sfondi di stregata misteriosità degni del pennello di Salvator Rosa o del “sublime sogno del Piranesi” (quest’ultima definizione, di Walpole, riassume le suggestioni del suo grand tour in Europa del 1739), i personaggi si dibattono tra surreale e quotidiano, tra irrazionale e ragionevole, in un incubo che spesso scivola in bizzarria, ostentando una gestualità concitata da palcoscenico, minando la credibilità letteraria dell’insieme.

In pratica, si tenta di fondere il Medioevo con Shakespeare e Richardson; ma come nota Mario Praz (in Una nota al romanzo), The Castle of Otranto finisce per somigliare a Strawberry Hill, la casa di campagna che lo scrittore volle trasformare in una sorta di piccolo castello irto di torri merlate e padiglioni, zeppo di armature, umboni, spade e lance da giostra: “è soltanto un rococò camuffato da gotico. Ci si sarebbe spinti ben oltre, nell’arte di evocare il terrore, al tempo di Mrs Shelley: terrore che, in Frankenstein, diverrà un vero senso d’ossessione”.

Paolo Ferrucci

Certo, fare come qui sopra la genesi di un libro vuol dire distruggerlo per ricrearlo: una volta che si è capito il gioco, che è la casa di Walpole, il suo gusto per il collezionismo enciclopedico ed esotico a dare il via alla scrittura fantastica ambientata in mondi allora lontanissimi da Strawberry Hill quali potevano essere le Puglie – resta poco da dire. Basta prendere il romanzo e leggerlo.

Oppure fare qualche altra considerazione.

Non è un caso che Francesco Orlando, il maggior esperto italiano di letteratura in chiave psicologica, abbia scritto due libri apparentemente scollegati tra loro e che in realtà sono intrecciati da un filo lunghissimo: l’inconscio.

L’inconscio che porta ad accumulare oggetti desueti è lo stesso che ci porta a spasso nella letteratura gotica partendo dai romanzi della Radcliffe.

La Radcliffe (1764-1823) viene con la generazione immediatamente dopo a Sir Walpole e si appoggia del tutto a lui. Il bello in tutta questa storia è che non è mai finita. Gli inglesi hanno varcato gli oceani, hanno spogliato templi e altari (ne parleremo presto) e su questo piedistallo di trofei hanno costruito i loro sogni letterari. Walpole è solo il primo fenomeno e forse anche il più vistoso: doveva essere un tipetto, uno che cominciava la carriera entrando nelle grazie di Madame du Deffand che perse la testa, a sessant’anni, per questo quarantenne. E dire che la signora aveva tenuto a battesimo i vari Voltaire, Diderot… eppure con questo inglesino che teneva male in mano la penna, perse ogni difesa.

Sia come sia, non perdiamo di vista il contesto in cui si costruisce la fame per la letteratura esotica, per i paradisi lontani: l’Impero inglese, che oggi è sotto attacco più che mai.

Se diamo uno sguardo alla rassegna stampa del mese, troveremo Perché l’Impero inglese da solo non può spiegare il presente di Stephen Bush su New Statesman, una riflessione molto acuta: “L’eredità degli imperi europei è così saldata con la nostra società che tentare di rimuoverne l’influenza su di noi è tanto futile quanto provare a togliere l’uovo dalla ricetta della torta, per prendere un’analogia che l’autore e scrittore del Times Sathnam Sanghera adopera in Empireland che spiega bene nel dettaglio come l’eredità dell’impero inglese è ovunque guardiate. Forse la parola più ficcante è loot, “bottino di guerra” che deriva dall’Hindi lut.”

In Inghilterra oggi sembra che non si legga più Walpole, accerchiato da teorici di ogni tipo. Per dire, c’è un libro compilativo di cui parla l’articolista, Empireland: How Imperialism Has Shaped Modern Britain di Sathnam Sanghera (Viking, 320 pp., 19 sterline) insime a un altro, più intellettualmente aggressivo perché esce dall’accademia: The New Age of Empire: How Racism and Colonialism Still Rule the World di Kehinde Andrews (Allen Lane, 288 pp., 20 sterline).

A proposito del primo libro si legge che “l’autore si basa su vaste letture più che su ricerche originali, e condivide tutto senza pretese né affettazione. Ha anche un occhio impareggiabile per il fatto che svolta (killer fact) e per la grande storia. Mi ha colpito quella di Sake Dean Mahomed che nel corso di una sola vita riuscì a diventare il primo autore indiano pubblicato in Inghilterra, il fondatore nel 1810 della prima curry house e l’uomo che avviò il primo centro massaggi loschi – anche se non nello stesso palazzo.”

Questo è il controcanto indiano di Walpole, se vogliamo. Un palazzo di piaceri per il palato e per tutti gli altri sensi nel cuore di Londra, laddove il nobilotto romanziere, Sir Horace, si rifugiava in campagna.

Andrea Bianchi

*in copertina Visione di fantasma di Goya (1801)