‘Casa’ è ciò che custodisce i nostri sogni più intimi: può essere una stanza o il carrello di un barbone. Dialogo con l’architetto Mariani

Posted on Feb 18, 2018, 10:50 am
11 mins

Tutti abbiamo una ‘casa’. Tutti abbiamo bisogno di una ‘casa’. La casa è il luogo del ritorno – Ulisse – ma è anche quello della crescita, della partenza. La casa è un covo di memorie. La casa è il cuore. Per questo, forse, chi costruisce case è un po’ un filosofo, un po’ un artigiano, un po’ il cardiologo che mette ordine nei sentimenti del committente. Sulla questione, l’architetto Fabio Mariani, allievo del grande Emilio Ambasz, che opera a Rimini, ha costruito qua e là e ha un piede a Praga, ha scritto un libro anomalo, informale, poetico, La casa come ritratto (Meltemi, Milano 2018), che non è il solito saggio della solita archistar che si lagna sui mali del tempo. Mariani ha una qualità rara. Sa come divulgare temi ostici ai più – cioè a noi, esegeti del banale. E ha uno sguardo pienamente poetico. Cioè. Uno sguardo che sa creare relazioni tra i mondi (leggerete, nell’intervista, uno sketch di rara bellezza con l’architetto che si emoziona prima davanti alla brina, a Praga, colto da afflato romantico, poi di fronte a un senzatetto, che ha per casa il gelo, le stelle, il dolore e il suo carrello, mostrandoci due facce dello stesso universo mentale ed emotivo). Dal momento che l’intervista concessa da Mariani a Pangea la scorsa puntata è piaciuta molto (tutti hanno una casa, d’altronde, la amano e vogliono capire come custodirla), ci è venuta in mente una cosa. Uno spazio occasionale, tendenzialmente mensile, in cui l’architetto si mette a disposizione del giornale. Raccontando, con piglio professionale e brio narrativo, i segreti che stanno dentro una casa. Cioè, dentro la nostra mente. La casa, infatti, rispecchia l’intelligenza e l’ambizione di chi la abita. Come le città, che sono la cartografia della mente e dei sogni di chi le ha costruite e modificate vivendo.

Nel suo lavoro, mi pare, ha un ruolo importante la memoria. Scendendo dall’astratto al concreto – che è poi l’arte dell’architettura: mutare una idea in forma, una linea in cemento – cosa significa costruire una casa che si fondi sui ricordi, sulla memoria?

Per Luis Barragan, architetto messicano che ha costruito case bellissime: “l’arte è ricordo, ricordo posto in scena”. Anche l’architettura è ricordo o meglio è anche la costruzione della teca che ospita gli oggetti della memoria, i ricordi immemorabili. Lo sa bene il filosofo francese Gaston Bachelard che nel suo saggio La Poetica dello Spazio divide la casa in senso verticale, dalla cantina alla soffitta, lega memoria e immaginazione: “la casa tiene l’infanzia immobile tra le sue braccia”. Anch’io divido sempre a livello concettuale la casa in verticale in tre parti. L’interrato protetto dalla madre terra nel quale custodire i ricordi, le fondamenta nella costruzione di un’esistenza; lo spazio intermedio nel quale si svolge il rito della quotidianità; il tetto che per me più che la soffitta è il luogo che ci conquistiamo salendo fino a toccare, come si dice, “il cielo con un dito”. Che sia un monolocale o una villa con tante stanze, si può chiamare casa solo un luogo che soddisfi il nostro bisogno di abitare più profondo e intimo, come ci sussurra Rainer Maria Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge: “Non ho mai sognato in seguito quella strana dimora. Così come la ritrovo nel mio ricordo nello sviluppo infantile essa non è una costruzione ma è tutta fusa e ripartita in me: qui una stanza, lì un’altra, e qui un pezzo di corridoio che non serve ad unire le due stanze ma è conservato in me come un frammento”. L’architetto, come un sarto traduce nel linguaggio dell’architettura fatto di luce, ombra, penombra, di pareti, di porte aperte o inchiavate, le varie sfaccettature del carattere del cliente che abiterà la casa.

Nel suo lavoro ha un ruolo la natura. Come può la natura – per sua natura incontrollabile – fondersi a una forma umana come la casa? Non è una contraddizione? E poi, come si rivela questa ‘natura’ nei materiali usati per costruire la casa?

In realtà la questione è molto semplice perché non esiste alcuna contraddizione (scusate il giochino fanciullesco di parole che farò per dimostrarlo). Basta cambiare a livello grammaticale nelle frasi seguenti la congiunzione con la copula: al posto di “architettura e natura”, diremo quindi “architettura è natura”; non più “l’uomo e l’ambiente”, ma “l’uomo è l’ambiente”. La fusione è fatta, si, ma solo se l’uomo non si sente superiore alle cose che lo circondano, ma parte del tutto. Tutto ciò in realtà non accade più, da quando l’uomo ha pensato di potere controllare la natura, smettendo di temerla, di rispettarla. Il mio lavoro di architetto cerca di riconciliare l’uomo con la natura, perché sono convinto che solo così l’essere umano possa ritrovare il profondo significato dell’abitare. Riguardo ai materiali, quando li utilizzo nei miei progetti sono un poco “animista” nei loro confronti, ci parlo, li ascolto. Ogni materiale racconta di sè, delle sue caratteristiche fisiche e non solo, chiede di essere usato per quello che è. Il tempo scorre sui materiali sinceri stendendo una patina che ci piace perché li rende nostri fratelli, esseri fragili e finiti in questo universo immisurabile.

Problema comune. Di solito chi vuole una casa ragiona (giustamente) in termini di utilità, mentre l’architetto svia sulla bellezza, sulla futilità, forse. Qual è il giusto mezzo? Soprattutto, come si tratta con un ‘mecenate’?

Chi si occupa di design conosce molto bene la relazione forma-funzione, banalizzo: una cosa non è bella se non è utile. Posso essere d’accordo se, come sosteneva l’emerito prof. Giovanni Kaus Koenig, tra le funzioni, oltre a quelle del corpo, si considerano anche quelle dello spirito. Mi spiego meglio, con l’esempio di un bellissimo cucchiaio da minestra splendidamente decorato ma con un buco al centro. Non posso usarlo per raccogliere il brodo ma… A cosa serve una scultura quindi, diventa più bella perché la posso anche usare come fermalibri nella biblioteca di casa? Il problema esiste ed è drammatico (sto scherzando, ma siamo al cuore della questione), se con quel cucchiaio devo veramente mangiarci la minestra! Sviare sulla futilità? Direi mai. Il difetto dell’architetto forse è quello di sentire così forte la responsabilità nei confronti del mondo che lo circonda da riuscire con difficoltà ad alleggerirsi di questo peso. Ci si alleggerisce solo liberando l’anima dal corpo. Un mecenate è tale perché vuole che i suoi, e se è un vero mecenate, i tuoi (di architetto o artista) sogni siamo condivisi da tutti divenendo realtà.

Ultima. Intanto. Qual è lo spazio della casa privata che la affascina di più, perché? Qual è lo spazio che è più difficile da ‘capire’?

Qualche giorno fa, all’alba correvo sul lungofiume nel centro di Praga. La temperatura era abbondantemente sotto lo zero. Una spessa brina bianca, che mi pareva così romantica, ammantava le grandi aiuole, le balaustre, le panchine. Proprio da una panchina si era appena alzato un barbone (non penso lui avesse la stessa mia idea romantica sulla brina) incredibilmente sopravvissuto alla algida notte gelida. Stava riponendo con cura dentro ad un carrello della spesa, ciò che gli era servito per passare la notte.Trascinava quel carrello come fa una lumaca con la sua conchiglia. Quel carrello era il suo guscio, la sua casa. Quale spazio è più intimo, essenziale, indispensabile del proprio guscio? Per un camionista non è forse la cabina del tir, la sua casa? Per il rappresentante, l’abitacolo della sua auto, per il pescatore il suo peschereccio. Per il viaggiatore immobile è la stanza, l’angolo dal quale spiccare il volo con l’immaginazione. Quanto Monet dipingeva le sue ninfee vedeva sempre un paesaggio nuovo nello stesso posto. Le piccole sfuocature divengono universi. I materiali, gli oggetti della casa ricoperti di muschio, di licheni, le crepe, gli arabeschi della ruggine, l’ossidazione, i funghi, le colature, sono un universo in movimento, che ci dà la consapevolezza di esistere. Il luogo più affascinante, più difficile da capire è proprio quello di cui ci parlava Rilke; sentirsi un tutt’uno con lo spazio che ci circonda, l’utero dal quale rinascere ogni giorno.