In questo Paese dove il carnevale è perenne e non è più un tempo sacro, dove regnano Pulcinella, il Dottor Balanzone e Capitan Fracassa, andiamo in cerca di un folle dall’abito a toppe variopinte, d’un diavolo buono e burlone, d’un Arlecchino che ci faccia ancora ridere, innamorato di Colombina ancorché uscito dal più remoto Inferno.

Dante lo chiama già Alichino e lo pone a capo d’una turba di suoi simili chiamati Malebranche nelle Malebolge (Inf. XXI vv. 118-123) con il preciso incarico di sorvegliare i dannati affinché non fuggano alla pece bollente dove sono immersi.

Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina,

cominciò elli a dire, e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

Cirïatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.

Arlecchino proviene forse dalla tradizione popolare di Provenza dalla quale Dante lo riprende e dalle rappresentazioni carnascialesche del tempo. Da queste la comica baruffa che ne consegue, tra i diavoli Alichino e Calcabrina che lottando nell’aria, finiranno a loro volta nel lago di pece ardente dove già si era immerso il dannato Ciampolo di Navarra da loro vessato.

È un demonio di basso rango, mutaforma, che da guida d’un esercito di spettri nel Medioevo finisce per diventare, qualche secolo più tardi, quel servo sciocco e affamato che è lo Zanni della Bergamasca. Arlecchino lascia gli Inferi e cammina così tra le zolle dei bifolchi sulla nuda terra, mantenendo però la sua maschera nera o il volto tinto di fuliggine, con ciò che resta delle sue antiche corna e un ghigno diabolico scolpito.

*

Il nostro passa in tal maniera dalle notti di tregenda medievali e dall’Averno alle fole del Rinascimento e finisce in un nuovo tipo d’Inferno chiamato teatro. Ancora a i nostri giorni infatti, nel gergo teatrale francese si chiama enfer quello spazio posto al di sotto del palcoscenico e paradis la parte più alta di questo, così come il tendaggio che nasconde il primo reca il significativo nome di manteau d’Arlequin.

Questa maschera è un povero diavolo diventato umano, troppo umano persino tra i villani come lui, figli del Ruzante, di quell’Angelo Beolco poeta del mondo contadino, fatto di riti ancora in parte pagani, soggetto a passioni più vicine alla bestialità che all’uomo. Arlecchino diviene così il servo furbo – non astuto né intelligente – ma opportunista e scaltro, traditore e pavido, urlante e misero che tanto riflette ancora oggi l’italiano del nuovo millennio, dopo cinque secoli di storia e di guerre tanto che una versione della nascita del diavolo policromo vorrebbe che egli si chiami Karlequint, corrompendo il nome Harlequin in Karlequin, facendolo perciò discendere dallo stesso imperatore Carlo V. Come a volerci ricordare che anche i grandi uomini, i potenti signori nascondono in loro talvolta il turpiloquente e scurrile demonio, un tempo come adesso. Insomma se Arlecchino sia francese o italiano o nordico non ci è dato sapere e forse non è neanche così essenziale, dacché egli è figlio del mondo e del suo gran teatro di buffoni e guitti, di prime donne e attor giovani.

Egli è coevo dei lazzi stercorari di François Rabelais, ma anche dei furori di Giordano Bruno, giungendo, di masque in masque, sino alle commedie di Mastro William Shakespeare, segnando di fatto la fine del Carnevale. Poco conta che lo si ritrovi ad ogni pie’ sospinto lungo le calli della Venezia settecentesca, figlio spurio di quel Calandrino boccacesco preso a sassate nei calcagni da Buffalmacco e da Bruno sugli argini del Mugnone.

Re buffone, povero diavolo senza più né ali né corna, Arlecchino oggi non è più neanche una maschera della Commedia dell’arte ma soltanto il triste volto dell’uomo medio che si aggira per queste strade vuote rientrando alla propria casa prima del coprifuoco.

L’albero della cuccagna visto da Bruegel

Non è più tempo di Carnevale perché è sempre carnevale e quindi è sempre quaresima, in un lutto dove l’assenza della vita è imposta come unica soluzione per vivere. Non ride più né sghignazza Arlecchino, né ci fa sollazzare con le sue facezie flatulenti, perché è riflesso in ogni specchio, in ogni vetrina buia, nei dehor dei teatri chiusi e delle gallerie deserte e fa la fame artigliandosi alle osterie serrate.

Non cerca neanche più di possedere carnalmente Colombina, seduto ad aspettare qualcuno che gli faccia l’elemosina, che gli versi in gola il vino più scadente, in un grottesco mondo – il nostro – che non va più in cerca di un suo rovescio, del Bengodi o di Cuccagna, ma si accontenta e tace soddisfatto delle catene che gli han messo, ageminate di belle e moralistiche intenzioniHanno soppresso il corpo e con esso l’anima. Chi ancora va in cerca del Regno del Prete Gianni o dell’isola di Utopia, delle Isole Fortunate o del Paradiso Terrestre? Agli uomini del nostro tempo bastano le zone gialle, in una penisola ridotta a pezze colorate proprio come l’abito di Arlecchino.

Del resto, inversione diabolica anch’essa, la maschera che prima copriva la parte superiore del volto ora è scivolata sulla bocca a divenir mordacchia, freno alla parola, al bacio e alle lingue che si cercano. Parodia di libertà in un popolo mascherato all’incontrario, rovesciato, capovolto come l’Appeso dei Tarocchi, come nel Testamento di François Villon. Infine dunque, con il Carnevale è oramai defunto anche il suo sovrano, quell’Arlecchino carnale e lubrico, scaturito dagli inferi ma non malvagio, quasi diavolo dabbene, al quale hanno sottratto il piacere della vita, delle mani poste sulle natiche delle ragazze che danzano alla luna, dell’ebbrezza che rende felici i giorni e lunghe le notti.

“Ben venga maggio allora, e il gonfalon selvaggio” e ritorni Primavera dopo quest’imposta quaresima che ha voluto fare cenere del vino e lacrime dei baci, noi attendiamo senza maschera col volto al nuovo sole.

Dalmazio Frau

*in copertina ritratto del buffone Gonella alla corte di Ferrara, di Jean Fouquet, 1450