“La Marietta fa la piscia in piedi…”. Ciao Ingegnere! Carlo Emilio Gadda e le otto “generazioni di felicità” che si trovano in Brianza

Posted on Maggio 22, 2019, 8:49 am
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Il quadro della Brianza non l’hanno dipinto i suoi pur numerosi e in molti casi straordinari pittori. Non gli autoctoni pregevolissimi ma il cui immaginario è altrove, ciascuno a suo modo, da Mosè Bianchi a Marta Sesana. Non gli impressionisti milanesi, che ne diedero una veduta elegiaca da decenni buona ormai solo per i nostalgici di Parini. Forse il più sublime apolide Giovanni Segantini, ma anche qui l’iconografia è ormai troppo antica. Di certo non il canzese siciliano Salvatore Fiume, e neppure il lecchese Tino Stefanoni, toscanofilo. Il quadro della Brianza l’hanno dipinto i suoi grandi scrittori, autoctoni, o milanesi, o di passaggio… Uno dei quali ha forgiato anche la cornice di legno, non dorato ma grezzo, non per mancanza di stile ma per sostanza viva.

Il corniciaio è Romano Guardini, raffinatissimo filosofo (nonché teologo cattolico, dunque davvero filosofo, maestro di Joseph Ratzinger, ovvero papa Benedetto XVI), veneto di Verona ma naturalizzato tedesco, il quale fabbricò la cornice nel corso di un breve viaggio brianzolo in cui redasse le fulminanti Lettere dal lago di Como.

Il nucleo denso e caldo delle figure espressionisticamente dipinte è invece opera di Carlo Emilio Gadda, che da questa terra fu ammorbato in modo viscerale poiché non appartenendovi per nascita vi fu costretto dalla famiglia, e vi tornò più volte, con non poco masochismo, letterariamente proficuo ma esistenzialmente deleterio.

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È stato lui, Gadda, se non il più grande analista di sicuro il maggiore “pittore” letterario di questa microregione lombarda tra il Resegone e l’hinterland di Milano, i piccoli laghi del Comasco e l’inizio della Bassa, paradossalmente uno dei meno radicati, specie a confronto con un Eugenio Corti, il quale, altro paradosso, a dire il vero della sua Brianza non ha poi scritto molto – solo qualche breve testo e parti, certo fondamentali, del romanzo Il cavallo rosso – ma ha saputo riassumere, come Guardini, la dinamica di cui Gadda ha vissuto sul suo corpo e tratteggiato nelle sue pagine gli effetti, come l’esito finale del lento disseccamento delle radici che affondavano nel Medioevo, barbaro ma fertile, e con questo la fine di un ordine antico – o, per dirla con Guardini, un cambio di orientamento, di “attitudine fondamentale” – incarnata nel passaggio dalle grandi signorie ai piccoli borghesi.

Gadda, ingegnere e letterato, nato (nel 1893) a Milano, e morto (nel 1973) a Roma, fu di tutti gli scrittori in Brianza, più che di Brianza, quello che più sperimentò tale sventura sulla propria pelle, tanto da odiare sia il padre, che causò un dissesto economico dovuto a investimenti azzardati nei bachi, che la madre docente di lettere.

Già sulla rivista Solaria, Gadda pubblicò un saggio, Apologia manzoniana, prima traccia di quello che sarà il suo costante confronto con Manzoni, attraverso una serie di opere che sono testimonianza della devastazione tanto urbanistica quanto spirituale della Brianza, dovuta a una trasformazione che iniziò con la rete ferroviaria.

Nel frammento Villa in Brianza, detta: “Il viaggio era subito fatto: le ‘Ferrovie Nord Milano’, finanziate da alcuni danarosi clericali e congregazioni di Gesuiti belgi, con locomotive belghe con quattro ruote e il tubo conico lungo come un palo del telegrafo, disservivano, giraffe benpensanti, la cara ed avita Brianza: formidabili di potenti puf-puf arrivavano a Erba in due ore, e quel viaggio era un sogno d’una notte di mezza estate, carezzato l’orecchio dalla musica de’ più cari nomi lombardi, in ago e in ate. Infatti, di tutte le terre della terra, la Lombardia ha il primato del buongusto e dell’eufonia toponomastica. Saronno, Usmate, Inverigo, Lurago, Pizzighettone, Incasate, Buccino, Capiago, Busto Arsizio, Busto Garolfo: per Francesco Pelagatta li urli de’ conduttori alle ventidue fermate erano una nostalgica musica”.

E in questo breve e biliosissimo testo datato 9 gennaio 1929, il romanziere racconta anche del padre, “el scior Pelagatta”, il quale, pur avendo molto viaggiato sia per studio che per lavoro, “non aveva imparato quasi niente”, ma in compenso aveva perso tutto, e sì, “credeva in Dio, negli Apostoli tutti e nella Santa Chiesa Madre di tutti li uomini, ma non aveva il becco d’un quattrino”, e per giunta i suoi sentimenti “imbrianzirono sempre più”, tanto da decidere di investire i pochi soldi rimasti in una casa in Brianza, siccome aveva in orrore Milano, perché: “A Milano non c’era la campagna”.

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Non pago del trasferimento, il signor Pellegatta ossia Francesco Gadda, voleva pure disfarsi del titolo di marchese, “vanagloria”, e vivere in una villa, ben orientata, col caminetto, “che non fu mai acceso e credo mai non sarà”, una bella stufa brianzola, che il figlio descrive come “una meraviglia, il comfort de’ tempi nuovi”, un pozzo, del verde, la terrazza per rinfrescarsi di sera e per godere della vista, il porticato con delle logge, ben areato, pensato tanto per la carrozza quanto per i figli, e degli amici a loro volta devoti alla triade Religione Patria Progresso, dalla quale Emilio tenderà sempre a prendere le distanze, e là nella villa in Brianza, il Pellegatta “si sentiva rinascere, respirava a pieni polmoni: i suoi figli, in quell’aria, sarebbero cresciuti vigorosi, felici”.

Questo in virtù della salubre aria brianzola e delle moderne tecnologie di cui cominciarono a fregiarsi, o meglio sfregiarsi, siffatte ville, erette in luoghi di campagna sufficientemente lontani dalla città…

“[Q]uelle amplissime e venustissime ville che i maggiori nostri edificarono a loro dimora per l’ozio loro, dopo le urbane contenzioni e li affanni delle politiche invidie: piantandovi d’attorno convenienti ed acconcissime piante, che superstiti sopra la banalità popolano d’uno fantasioso e nobile popolo antichi giardini. I discendenti de’ vecchi signori intristirono nelle democratiche giostre”.

Ma quelle ville sono in realtà, per Gadda figlio, l’“accampamento di pitaleschi orrori”, e vale a dire delle pisciate a gambe ritte e spalancate tipiche delle brianzole, per lo meno di quelle di quei tempi.

“La Marietta fa la piscia in piedi”, è infatti uno dei suoi ricordi d’infanzia, la madeleine di quella “cara Brianza, semplice e franceschiella e popolata di meccanici, di idraulici di pompieri e di Mariette”.

Ma non era solo lo scorrere del piscio femminile a turbare la triste vita brianzola del romanziere, poiché sempre in quel breve testo scrive, o meglio detta, citando l’Inferno di Dante, e più precisamente il canto XXVIII (forse non per caso quello dedicato ai seminatori di discordia, tra cui un Maometto saggiamente ridotto a nulla): “A Carlo Emiliuccio la sorte serbò, fra infinite altre grazie lombarde e perseveranzesche, anche le gutturazioni pleistoceniche degli idraulici di Erba Incino, che le trasmisero per suggestione alla lor pompa, le gutturazioni de’ villan vispi e sciolti sparsi per li ricolti, e tutta la dolce favella che irrora di allobroga e insubrica dolcezza tutto ‘lo dolce piano, – che da Vercelli a Marcabò dichina’”.

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Ma la Brianza dello scrittore milanese godeva a suo avviso di ben altre “generazioni di felicità”, nel senso di motivi di gioia, che elencava in numero di otto…

Eccole, le otto “generazioni di felicità”: 1) il “mastio”, ossia il maschio, la torre, fallica è chiaro, per gli uomini, e la miseria per le donne, ovvero la dimora, “la di cui qualità è così ricca d’ogni fecondativa sustanzia”, architettura eretta per sedurre le femmine, per le quali “il sorriso de’ marchesi è di tanto loro conforto, che esse dopo quello sorriso, corrono a un nuovo figlio, e a un nuovo digiuno”; 2) le mosche, “che vi vengono ancor più numerose che i signori […]. Dal Campanone di Teodolinda Regina alla Rotonda del Cagnola sopr’Inverigo l’agosto è tutto un campanare di campane e uno volo di molteplicissime mosche”, che procreano proprio sul naso dei signori, locali e villeggianti, e che affollano a nuguli le costolette di maiale servite in tavola; 3) le campane che fanno naturalmente tutto quel “campanare”, e “che distendono il loro metallo ne’ cuori di tutti: appena addormito che tu sie, ecco ti svegliano subite”, con quello che Gadda, che è sepolto nel cimitero acattolico di Roma, definisce un “farneticante zelo”, buono “per intronare la gloria di Dio nelli orecchi de’ peccatori e delle peccatrici”; 4) il treno, “che ti fa nel viso uno fummo buonissimo”, opera cui lo zio dello scrittore contribuì attivamente. 5) l’“aucupio”, vale a dire la caccia fatta con zufolamenti panici, agli uccellini ma anche a ghiri, tassi, istrici, volpi, gatti, conigli e pure salamandre, donnole e scorpioni, in aria come in terra, senza dimenticare i pescetti che “sono tanto suavi nel fritto, che men dolce non è né l’assenzio, né il fiele”, perché: “Tu non vi peschi però né cavedoni né trote, né anguille, né rombi, né scorfani, né naselli; e neppur quelli pesci tenche, o lucci, o lavarelli, né agoni, che i trisavoli nostri, di memoria santa, stati cent’anni in su detti laghi, vi pescarono per la festa del Buonaparte […]. Tu non vi peschi altro pesce che i gobbetti, o gobitt, il di cui seme fu immesso né detto laghi dall’alta provvidenza di chi lo importò”; 6) la robinia, anch’essa d’importazione, dagli Stati Uniti d’America, “uno arbore pungentissimo”, pianta che “è più feconda che non le mosche sopra al risotto o i pesci gobbi in Eupilii”; 7) il vino, “settima felicità di Breanza che il vino vi viene dal colle, e la grandine vi arriva dal cielo. Tu metti l’uve ne’ filari, poi le pigi e fai vino crodello: le torchi e ne spiccia il torchiato”; 8) il “Marchese della Nobile Miseria”, ovvero Gadda stesso, che “Breanza che potrà murare un dì di marmora pubbliche, inscritte al mio nome con dire: ‘Qui sul colle ch’è aperto al cielo e ridente / Non si accomunò con i vivi / Il Marchese della Nobile Miseria’”, per il quale si potrà insomma un giorno apporre una targa che ne testimoni lo sprezzo totale.

Di una simile targa non c’è traccia, ma nei suoi libri c’è n’è in abbondanza del suo spregio nei confronti della terra in cui visse controvoglia e dalla quale non è più ricordato, per pura e semplice ignoranza, per cui “[i]n un abbandono tra avvelenato e grottesco il gran Carlo Emilio ha profuso i suoi estri”, come ricorda Luigi Santucci.

Marco Settimini

(continua)