Di Carlo Betocchi m’interessa, più che il definitivo istante, l’evento stesso della sua vita, che con maestria ha saputo esprimere e sintetizzare in alcuni versi ai quali ha dato il titolo di “Vicenda”. E, tra gli altri, il frammento che estraggo dalla lirica, in quanto mi ha colpito maggiormente, è proprio questo:

Ché la vicenda mia la voglio vivere,

solo, così come sono, ed umano

fino a somigliare

ad ogn’altro misero che va,

[…]

per la sua strada.

Poiché, scrive il poeta, non siamo poi così distanti gli uni dagli altri nell’assomigliare come a dei mostri, che non si fidano nemmeno di se stessi, tanto da diventare pura apparenza. Quindi non ci si allontana poi troppo dalla realtà, perché in fin dei conti ci assomigliamo tutti. Nonostante ciò, Betocchi afferma la propria singolarità e indipendenza: non vuole subire nulla da nessuno, in quanto “egli è”.

Eppure, ancora una volta, continueremo ad assomigliarci. Non si è umani, non si è se stessi se non assomigliando, appunto, agli ultimi che si incontrano per strada. D’altro canto, ognuno ha il proprio tempo e, con quello, si cerca, per poter trovare e valorizzare il meglio di sé. In questo continuo andirivieni del medesimo ossimoro, il poeta scova la verità, e di essa la sapienza, che diventa umile contrappasso: non si diviene sapienti se non percorrendo la strada.

Ma di questo poeta così pregno di umanità, m’interessa persino quel che disse a proposito dei maestri, poiché, da questo punto di vista, io e lui, forse, ci assomigliamo per davvero: “Non son mai riuscito ad averne uno, fuor che quello stupendo della vita. Per me, difatti, gli amici, e in generale anche gli uomini che mi diventano preziosi, son sempre creature che mi appaiono davanti come sbocciate da un incantesimo, e che restano libere da me come ne resto sempre libero io: che ho sempre, difatti, solo affetti ed amori, mai idolatrie.”

Così, dunque, mentre passano i giorni, mi accorgo di quanto debbo essere grato alla letteratura, a questo incessante lavoro che svolgo nel silenzio, senza alcun compenso, se non quello (appunto) di voler vivere la vicenda mia fino in fondo, appieno. E ho capito che, stando attaccato alla letteratura, io m’interesso sempre di più a tutto il resto, a tutte le cose del mondo. Dacché per me il lavoro è l’esperienza fondamentale, e ogni giorno io apro gli occhi e affronto tutto quello che debbo affrontare, nell’attesa trepidante del momento nel quale io posso finalmente mettermi a leggere, e  studiare, e poi scrivere e sperimentare: cosicché io possa dare fiori al mio giardino. 

Che in questo giardino, di anno in anno, arrivino ospiti, è cosa ben gradita. Essi sono davvero, nel tempo, affetti o amori. Mi danno speranza, gioia; soprattutto, mi fanno star bene. Io cresco con loro, senza vederli affatto su un piedistallo. Percorrendo dunque la medesima strada, può accadere, a volte, di veder sbocciare come fiori gli incantesimi degli incontri; un ritrovarsi fratelli e sorelle in una civiltà fondata sulla poesia, che ben altro insegna e dona, rispetto ai favoritismi di turno. Del resto, questi mostri, “quanto ci somigliano!”

Giorgio Anelli