Piccolo discorso sulle mani (che sono volti e uomini) nell’opera di Caravaggio

Posted on Luglio 29, 2019, 6:33 am
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La mano, in verità, è un viso. Di quello sguardo puoi innamorarti, del tocco, dell’intoccabile.

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Di solito, la mano, per via di anarchia del pollice, è sinonimo di tutto l’uomo: “Salvami dalla mano di…”; “Non mi abbandonare alla mano del nemico…”, è implorazione canonica nella Bibbia. La mano è il laboratorio dell’alfabeto – da pollice a mignolo è fenicia l’abilità nel segno –, il vaglio della misura.

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Prima furono creati i segni sulla mano, una scansione di fossili: da lì fu dedotto l’uomo. Per questo, si impongono le mani, basta essere ‘toccati’ per sgravarsi della salvezza. Si bacia la mano del potente, perché quello è il luogo in cui si può stringere o mollare, strozzare o benedire, dare la morte o pendere per la vita.

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Le tre mani al centro dell'”Incredulità di San Tommaso” di Caravaggio, usato come immagine di copertina

Lavarsi le mani: segno di pulizia, di purezza. O di disinteresse. Di una donna non si chiede la vita, ma la mano. La mano come un anello.

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Le dita sono occhi. Ciechi, carichiamo gli occhi di ogni verità: ma la superficie inganna, per ombre aspre e fiotto di luce. Soltanto il tocco delle mani, il tastare, ci fa capire la natura di un viso. Le mani, in conca, contengono del volto ogni anfratto: la sindone, la sinopia.

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A cosa serve la mano lo illustra Caravaggio, nel quadro, conservato a Potsdam, in cui Tommaso fa serpeggiare l’indice nel costato di Cristo. A vedere bene, il quadro ha tre mani al centro. Quella di Tommaso, che scava la carne dissanguata; poi quelle di Cristo: una che apre la veste e l’altra che trattiene il polso di Tommaso, come se, scavando con troppa violenza, il discepolo possa cadere in Dio. L’altra mano del quadro è in basso, la sinistra, di Tommaso, sul fianco, a dimostrare la natura d’ira meticolosa, la disciplina laboriosa. Quattro mani – e quattro visi. Quello di Tommaso e dei due alle sue spalle, i cui occhi puntano il petto di Cristo come chiodi; l’altro è il volto, nel sospiro, di Cristo.

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La “Vocazione di San Matteo”: tre mani reclamano chi, con le mani, conta i soldi sul tavolo

L’altro quadro in cui la mano è centrale è la Vocazione di san Matteo in San Luigi dei Francesi. In questo caso la scena allestita da Caravaggio è davvero speciale: la luce, che giunge da una finestra invisibile, forse sfonda le mura, sottolinea il gesto di Gesù, alla destra, che indica Matteo, al lato opposto del quadro, impegnato – con le mani – a contare i soldi. Il gesto di Gesù, però, è triplicato: il vecchio di fianco a lui e uno degli uomini vicini a Matteo, compiono lo stesso gesto, in imitazione gergale – così a noi suonano le parole del maestro, come dita. Meglio ancora: lo stesso dito, l’indice, è usato, in un quadro, per scavare, nell’altro per chiamare.

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Da quando ho visto la Cattura di Cristo di Caravaggio a Dublino, le mani mi ossessionano. In particolare, le mani di Caravaggio. Lo scrivo con smisurata ingenuità: mi sembra che le mani siano il cuore di tanti quadri di Caravaggio. Non mi importano le mani come tratto distintivo di un pittore – l’eserciziario di Giovanni Morelli – ma per il ruolo scenico che rivestono.  La Cattura di Cristo ha, al centro simbolico del quadro – in basso – le mani intrecciate di Gesù: se le sciogliesse, svanirebbe il creato. Poi c’è la mano rude di Giuda che lo afferra, quella, inguantata nel ferro, del soldato che gli va al collo; quella, delicatissima, dell’uomo, sulla destra, che regge la lampada, e l’altra, di cui si vedono solo tre dita, aperte, a mimare un urlo, dell’apostolo, disperato, che mira il nulla.

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San Pietro ammira la sua mano, chiusa sul chiodo, durante la crocefissione

Anche la Cena in Emmaus alla National Gallery è un’opera interamente costruita sui gesti delle mani: il discepolo, anziano, che spalanca le braccia e le mani sbigottito, perché ha riconosciuto in quel giovane femminino Cristo risorto, l’altro, al contrario, che stringe i braccioli di una sedia, nell’atto di balzare in piedi – una mano si apre, l’altra si chiude: a cosa costringe e a cosa libera il cristianesimo? Con una mano Cristo benedice il cibo imbandito sulla tavola, con l’altra indica, senza guardare, il vuoto – chiama lo spettatore al tavolo, alla conversione per gioia condivisa; ovvero, fa luce sulla geografia di Dio.

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Dal tono della mano si capisce l’ambire alla fedeltà, o una andatura ambia alla vita. Il gesto, fermo, è una mistica.

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Il modo in cui Giuditta afferra la spada è replicato dalla forza con cui Oloferne afferra il lenzuolo, appena macchiato di un sangue spesso, come una corda. Con la sinistra Oloferne tira i capelli dell’uomo, per spiccare il capo; la vecchia tiene un telo su cui verrà posta la testa mozza. Le mani dei tre sono nella stessa fascia centrale del quadro: come se recitassero il dramma in modo autonomo, più eloquenti dei visi. D’altronde, la Conversione di San Paolo a Santa Maria del Popolo è nelle mani, arrese, aperte, a sostenere la gravità di Dio, come la Crocefissione di san Pietro è tutta nella mano chiusa e inchiodata alla croce, ammirata con timore, ma con un tratto di felicità dal vecchio discepolo: anch’io patisco il tormento del mio maestro, ed è questa la gloria. Il discepolo prediletto chiude la mano sul chiodo; l’Apostolo delle genti, ignoto a Gesù, apre le mani, sa che è carne quella luminosità.

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Nel San Matteo e l’angelo ancora in San Giovanni dei Francesi, la creatura celeste è circonfusa in una tunica bianca. La mano destra stringe un dito della sinistra: come se l’angelo stesse contando o dettando qualcosa a Matteo, che scrive. In realtà, è l’angelo a imparare la mano da Matteo: cosa ha mai toccato di umano un angelo, che cosa può afferrare, che cosa accarezza?

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Davanti a Matteo, l’angelo conta, impara le mani

In una poesia dedicata all’Annunciazione, Rainer Maria Rilke fa parlare l’angelo:

Ma tu hai stupende, benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono il giorno, la rugiada,
ma tu, tu sei la pianta.

Se le conficcassi nella terra, le mani diverrebbero radici – ma noi le gettiamo al cielo perché si facciano raggi, falchi.

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“Mise le mani per terra ed era simile/ ad una bestia”: così inizia Solstizio, una poesia di Scipione. Tra angelo e bestia la differenza è minima. Ma l’uomo, che imita, ha le mani, ed è da quelle grate, sgradito, grave, che guarda – perfino un dio ha scelto la carne perché alcuni potessero, con le mani, fare il calco del suo viso. Fino al primo, cardiaco colpo di martello. (d.b.)