Cantiamo il terrore e la bellezza contro i Cesari scervellati: dialogo con Yusef Komunyakaa

Il più importante poeta afroamericano del pianeta ha compiuto 70 anni e ha esordito alla poesia 40 anni fa. Ha scritto la più bella poesia su Barack Obama e ritiene Donald Trump un “Cesare fasullo”. Reduce del Vietnam, lotta per introdurre la poesia nei programmi scolastici

Posted on dicembre 18, 2017, 11:41 am
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L’aedo degli Stati Uniti d’America è un afroamericano con il viso enorme e gli occhi che mitragliano meraviglie, nato a Bogalusa, piccolo borgo della Louisiana, esattamente 70 anni fa, da una famiglia modesta, come tante, in un luogo che sembrava il luogo più antipoetico del pianeta. L’aedo americano è un reduce del Vietnam, decorato con la medaglia di bronzo: laggiù James Willie Brown Jr., non è andato a sparare, detonava parole, come responsabile editoriale e corrispondente del Southern Cross. L’aedo americano è un poeta che ha scelto di cambiare nome, di indossare quello dei suoi avi, Komunyakaa, calzandolo insieme a Yusef, Giuseppe, il sognatore, l’uomo che sa dare un ordine verbale alla maceria onirica. libro KYusef Komunyakaa, aedo americano glorificato dalla fama – nel 1994 ha ottenuto il Pulitzer per la poesia, riconoscimento che è toccato, tra gli altri, a Robert Frost, W. H. Auden, Robert Lowell, Sylvia Plath, Charles Wright; nel 1999 è stato eletto Chancellor dell’Academy of American Poets – e straziato dal dolore – nel 2003 la compagna, Reetika Vazirani, si uccide, uccidendo il figlio di due anni, Jehan – esordisce alla poesia nel 1977, quarant’anni fa, con Dedications and other Darkhorses. Seguono testi importanti, come Dien Cai Dau (1988), in cui è rievocato il conflitto vietnamita, Neon Vernacular (1993; per cui ottiene il Pulitzer), The Emperor of Water Clocks (2015). Esegeta del jazz, che ne agita il verso – tra l’altro, è autore di Testimony, libretto sulla vita di Charlie Parker, 2000 – omerico innovatore del mito – il suo Gilgamesh, 2006, scritto per la scena, ipotezza Uruk nell’Iraq scandagliato dalla guerra – Komunyakaa ha scritto probabilmente la più bella poesia sul Presidente Obama, The Day I Saw Barack Obama Reading Derek Walcott’s Collected Poems (versi magnetizzati: “Ora, sembra che voglia mordere le parole,/ il loro dolce, inebriante sapore. Foglie di banana/ & animale, essere & nonessere. Infatti,/ bramando saggezza, morde nella memoria”) e ritiene il Presidente Donald Trump un fake Cesar, un Cesare fasullo. Maestro di più generazioni di poeti alla New York University, nel 2005 ha scritto alla Poetry Foundation una lettera da ricalcare sulla facciata dei licei di mezzo mondo, indignandosi, “in questo tempo, arte e musica sono le prime materie sacrificate nelle scuole pubbliche. Non parliamo della poesia! Che fine ha fatto la poesia nei programmi scolastici?”. La poesia fa funzionare il cervello e irrora il cuore: un sistema scolastico privo di poesia crea elettori mediamente cretini. Troppo poco presente in Italia, se non grazie alla cura di Antonella Francini (Il ritmo delle emozioni, Liberodiscrivere edizioni, 2004; Totem, Le Lettere, 2006), è ora di tradurre Komunyakaa come si deve. Speriamo che questo dialogo funga da incipit, da esca, da preludio, da alba.

Il suo primo libro di poesie nasce dopo la guerra in Vietnam. Esiste una relazione tra quella esperienza e la scoperta della poesia? Dien Cai Dau (1988) è il suo libro, a posteriori, dedicato a quella guerra…

“Per quanto mi riguarda, sono arrivato alla poesia tramite un viaggio interiore, tramite l’immaginazione, un processo naturale, contrario al giornalismo. Certo, a volte ciò che penso e che scrivo è in definitiva quello che so e che sento, ma anche ciò che oso scoprire. In questo senso, forse, mi sento vicino ai principi del surrealismo. Non pensavo che le mie esperienze e le mie osservazioni diventassero grano per la mia poesia; pensavo che avrei scritto dei saggi sul Vietnam, invece, un giorno di agosto del 1983, a New Orleans, mi sono trovato a scrivere un poema sulla guerra in Vietnam, e tutte quelle terribili immagini sono venute a galla. Dien Cai Dau non è stato pianificato o pensato precisamente, mentre restauravo la casa al 1818 di Piety Street, mentre scendevo una scala a pioli e scrivevo versi su un blocco di carta blu”.

Lei ha ottenuto i più importanti riconoscimenti che gli Stati Uniti assegnano alla poesia. Che ruolo ha il poeta, oggi, nella società civile americana?

“Io penso che il poeta ponga delle domande, dunque dal dialogo e dalla negoziazione una risposta potrebbe inciampare da una finestra o da una porta, o arrivare da solo Dio sa dove. Davvero, il poema forse è una inchiesta immaginaria, mai didattica. E dovrebbe cantare. Molti di noi sono in debito con Walt Whitman – nella visione e nel riconoscimento. Noi cantiamo il terrore e la bellezza, insieme all’elementare, al quotidiano, e anche al fantastico. Penso che la maggior parte dei poeti abbia fede nei propri lettori o ascoltatori come co-creatori di senso. Noi piantiamo immagini, semi, e qualche volta essi germogliano in domande e rivelazioni nel silenzio illuminato dalla luna, mentre muore la notte”.

A suo avviso, qual è il rapporto tra il poeta e la storia, tra il poeta e il proprio tempo? Esempio: che opinione ha di Donald Trump?

“Il poeta è spesso un tecnico del tempo e dello spazio, nella musica come nel linguaggio. Spesso, il poeta è il primo ad affrontare l’interrogatorio dello specchio. Ma come ho detto prima, lui – o lei – non è un giornalista; sebbene fatti ed esperienze vissute risiedano anche nella poesia. La narrativa corazzata può essere un peso per i piedi del ballerino, come per la mente del poeta. Infatti, noi marciamo spesso con un altro batterista. In questo momento in America, sappiamo di dover subire la nostra quota di Cesari scervellati. E questo perché troppi dei nostri cittadini vengono ingannati da una telecamera, e troppi sembrano credere che il denaro equivalga alla saggezza e alla bontà. L’arena politica è diventata pessimo teatro. Forse Mina Loy aveva ragione quando parlando di Pubblico e Artista diceva: “A loro piacciono gli stessi drink, possono combattere nella stessa trincea, pretendere la stessa donna – ma non possono mai vedere la stessa cosa”. Riesco solo ad immaginare il nostro Cesare fasullo replicare: ‘Qualcuno può dirmi di che cosa sta parlando, eh?’”.

Chi sono i suoi insegnanti, quali i riferimenti culturali? Mi ha sorpreso scoprire che si è occupato di jazz ma anche dell’epopea di Gilgamesh, la poesia è davvero onnivora. Quali sono i temi dominanti della sua ricerca?

“Crescendo a Bogalusa, devo dire che la natura è stata il mio primo maestro. Forse era lì, vagando per i boschi, che ho scoperto di essere molto più attratto dalla domanda che dalla risposta. Penso di continuare ad amare il processo di scoperta, come l’intagliare sentieri riesca a coinvolgere la mente. totemSono ancora attratto dalla sfida alla memoria, mi diverte raccogliere frammenti da diversi tempi e luoghi. Amo la danza e lo spirito dell’essere vivo. E a volte mi piace ridere e dire, ‘Dannazione, ma da dove viene?’. Probabilmente il jazz mi ha insegnato come ascoltare, come essere. Inoltre, posso udire l’eco del mondo della letteratura. Ci sono centinaia di voci e migliaia di poesie. L’altra sera stavo leggendo i Collected Poems di Galway Kinnell, consapevole che sono in debito con lui. Ora, il mio processo è leggermente diverso con Gilgamesh. Benché avessi letto diverse traduzioni o variazioni su quel mito cuneiforme, dovevo creare una storia che possedesse ritmo, sentimento e spazio per i personaggi che agivano sul palco. L’antica Uruk è l’odierno Iraq devastato dalla guerra. Nessun tema è tabù purché ci sia verità e bellezza. E l’atto della visione non può essere affrettato o offuscato dalla tecnologia”.

Che rapporti ha con i poeti viventi? Esiste una ‘comunità’ poetica o singoli poeti che lavorano in solitudine?

“Beh, insegnare alla New York University e partecipare a letture pubbliche mi tiene informato su ciò che accade in questo grande paese. Sono sempre interessato alle giovani voci là fuori. Naturalmente, per me, la scrittura accade anzi tutto in solitudine. Quindi, condivido il mio lavoro con la comunità”.

E ora? A quale progetto poetico sta lavorando?

“Ora sto lavorando per Night Animals, Everyday Mojo Songs of Earth: New & Selected Poems, a un poema lungo un libro da titolo The Last Bohemian of Avenue A, così si chiamerà. Voglio continuare a sorprendere me stesso”.

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo alcune poesie già apparse in Italia.

 

Dalle parti di Phu Bai

 

La luna penetra negli

alberi della notte come una sega circolare

incandescente. Nella garitta

mi appoggio ai sacchi di sabbia,

mirando a qualsiasi cosa.

Centinaia di stelle blu acciaio

intagliano un sentiero, sventagliando

argento per un secondo. Se c’è qualcuno

laggiù, non date a me la colpa.

 

Conto e riconto le ombre

a dieci metri di fronte, per accertarmi

che ci siano sempre.

Non oso battere le palpebre.

Il retro dipinto di bianco

delle mine Claymore

come quarti di luna.

Dicono che Victor Charlie

dipingerà gli altri lati & girerà

l’esplosione contro di te.

 

Se sento un rumore

premerò il bottone

& mi farò volare via?

La luna sfiora la cima degli alberi.

Conto di nuovo le Claymore

Pensando ai pallettoni

impastati nel C-4 plastico

del cervello, contando

pecore prima di rendermene conto.

 

(traduzione di Antonella Francini)

 

 

Camuffando la Chimera

 

Attaccammo rami ai nostri elmetti.

Ci dipingemmo le facce e i fucili

con il fango della riva di un fiume,

 

fili d’erba appesi alle tasche

delle nostre tute mimetiche. Procedevamo

a zig zag penetrando nel terreno,

contenti di essere bersaglio per i colibrì.

 

Accarezzavamo i bambù e trovavamo

conforto nella brezza del fiume,

trascinandoci coi fantasmi

 

da Saigon a Bangkok,

con le donne lasciate sulla soglia

che ci tendevano la mano dall’America.

Miravamo agli uccelli dal canto cupo.

 

Durante le soste, circondati da ombre,

le scimmie delle rocce tentavano di smascherarci,

lanciando pietre al tramonto. I camaleonti

 

strisciavano sulle nostre schiene, mutando da giorno

a notte: da verde a dorato,

da dorato a nero. Ma noi aspettammo

finché la luna divenne metallo,

 

finché qualcosa si spezzò quasi

dentro di noi. I Vietcong lottavano

contro il pendio, come seta nera

 

alle prese col ferro attraverso l’erba.

Noi non c’eravamo. Il fiume ci scorreva

nelle ossa. Piccoli animali trovarono rifugio

contro i nostri corpi; trattenemmo il respiro,

 

pronti a far scattare la nostra imboscata

a L, mentre un mondo ruotava

sotto le palpebre di ogni uomo.

 

(traduzione di Gianni Darconza)

 

 

*

Your first book of poems is born after the experience of the war in Vietnam. Is there a relationship between that experience and the discovery of poetry? ‘Dien Cai Dau’ (1988), if I’m not mistaken, is a poetic book centered on the war.

For me, I arrived at poetry because of an internal voyage and imagination, a process that is natural, that’s contrary to journalism. Of course, at times what I think and write is definitively what I know and feel, but also what I dare to discover. And in this sense, perhaps I felt close to the conceits of surrealism. I didn’t think my experiences and observations were the grist for my poetry; I thought I’d write essays about Vietnam, but instead one August day in ’83 in New Orleans I found myself writing a poem about the war in Vietnam, and all the terrifying images came forth. Dien Cai Dau wasn’t planned or actively thought about as I renovated the house at 1818 Piety Street, descending a stepladder and writing lines on a pad of blue paper.    

You have obtained the most important poetic acknowledgments in the USA. What role does the poet play today in American civil society?

I think the poet poses questions, and then out of dialog and negotiation an answer may stumble through a window or door, coming from only God knows where. True, the poem maybe an imagistic inquiry but never didactic. And it should sing. Some of us remain in debt to Walt Whitman—in vision and acknowledgement. We sing the terror and the beauty, along with the elemental, the everyday, and the even fantastical. I think that most poets trust their readers or listeners as co-creators of meaning. We plant images, seeds, and sometimes they germinate into questions and revelations in moonlit silence in the dead of night.      

What is the relationship, in your opinion, between the poet and the story, between the poet and his time? For example: what is your opinion of the last American president, Donald Trump?

The poet is often a technician of time and space, as in music and language. Oftentimes, the poet is first to face the mirror’s interrogation. But as I said before, he or she isn’t a journalist; though lived experiences and facts also reside in poetry. The ironclad narrative can become weights on the feet of the dancer, as well as in the mind of the poet. Indeed, we sometimes march to a different drummer. At this moment in America, we know that we have our share of lamebrain Cesars. And that is because too many of our citizens are hoodwinked by the camera, and some seem to believe that money equals wisdom and goodness. The political arena has become bad theatre. Perhaps Mina Loy was right when she speaks of The Public and The Artist, saying, “They like the same drinks, can fight in the same trenches, pretend to the same women—but never see the same thing ONCE.” I can only imagine our fake Cesar saying, “Would somebody please tell me what she’s talking about, huh?”

Who are your teachers, what are your cultural references? I was amazed to discover that you took care of jazz, but also of the epic of Gilgamesh: poetry is really omnivorous. What are the dominant themes of your poetic research?

Growing up in Bogalusa, I have to admit that nature was my first teacher. Perhaps it was there, as I wandered around in the woods, I discovered that I was more drawn to the question than the answer. I think I continue to love the process of discovery, how the cut of paths converge to engage the mind. I’m still drawn to the dare in recall, the fun of drudging up bits and pieces of data from multiple times and places. I love the dance and spirit of being alive. And sometimes I like to laugh and say, “Damn, where did that come from?” Perhaps jazz has taught me how to listen, how to be. Also, I can hear echoes from world literature. There are hundreds of voices and thusands of poems. Last night I was reading Galway Kinnell’s Collected Poems, fully aware that I’m indebted to him. Now, my process was slightly different with Gilgamesh. Though I had read some translations of or variations on those mythic cuneiforms, I had to create a narrative that possesses pace, feeling, and space for the characters on stage. Ancient Uruk is today’s war-torn Iraq. I feel that there isn’t any topic that’s taboo as long as there’s truth and beauty. And the act of seeing cannot be rushed or blurred through technology.      

What relationship do you have with living poets? Is there a poetic ‘community’ or individual poets working in solitude?

Well, teaching at NYU and also presenting public readings keep me abreast of what’s happening across this big country. I’m always interested in those young voices out there. Of course, for me, the writing occurs primarily in solitude. Then I share my work with a larger community.

And now? What poetic project are you working on?

I’m presently working on Night Animals, Everyday Mojo Songs of Earth: New & Selected Poems, a book-length poem titled The Last Bohemian of Avenue A, as well as two plays. I suppose I’m still trying to surprise myself.