“…e alla bella coppiera di Canova scioglierei volentieri il fioccone della veste che tiene rimboccata sul ventre per mostrare i piccoli seni dispettosi e maliziosi e sfrontati”: gita alla mostra al Museo Archeologico di Napoli. Con le statue che parlano

Posted on Maggio 16, 2019, 10:45 am
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Entrando nel Salone della Meridiana del MANN per la mostra di Canova la prima statua a impressionarmi non è di Canova, è l’Atlante farnese, neanche tanto per l’Atlante quanto per il mondo che gl’hanno messo sulle spalle, che gli infiamma la cervicale e lo fa piegare nelle ginocchia: è una zavorra, tanta roba cacciata in un sacco stretto in una rete di corde e issato sulla schiena, appiattendosi, che malloppo raccogliticcio. L’Atlante farnese è uno sfollato che percorre il piano dell’universo, con addosso il retaggio del suo pianeta ammaccato e affastellato, è un imbucato tra le belle statue canoviane ben più a loro agio  nel salone affrescato di sopra e ai lati, illuminate dalle grandi lampade tonde sospese a soffitto; è un rozzo con quella muscolatura per niente ingentilita, ingegnerizzata, la barbaccia, gli occhi strabuzzati e lo scroto gonfio e il cazzo incappucciato al centro del pube crespo di pelo marmoreo; niente a che vedere con l’efebica depilazione degli Apollo e Perseo di Canova, degli amorini alati e degli ermafroditi dormienti, con le ascelle depilate di Ebe. L’unica statua di Canova, presente nel Salone, che si può misurare con l’Atlante, è la Maddalena penitente.

L’Atlante dovrebbe mollare il basto – sai il fragore che si irradierebbe dal Salone della Meridiana, eclatante come una lite in famiglia durante un giorno di festa – e prendere per lo scalone, fare un saluto con la mano al Ferdinando IV di Borbone, come a dirgli “Restaci tu a questa parata, almeno a te hanno riservato una nicchia monumentale, me mi hanno messo in mezzo alle burbette, come una giumenta in mezzo agli unicorni”, e farsi quel mezzo chilometro a piedi fino a Piazza Dante, montare sul piedistallo e buttare giù proprio la statua di Padre Dante, come si fa con quelle dei dittatori nei paesi mediorientali tra un passaggio di regime e l’altro, per prenderne il posto, e mettere in bella mostra il suo corpo corrugato e corrotto ma ancora resistente, virilotto, il cui marmo non potrà mai odorare di cipria ma tutt’al più di cuoio o di caprone, e lì aspettare siano gli scoli sversati dalle viscere dei piccioni in volo radente a incrostarglisi sulle spalle fino a produrre un secondo basto che Atlante arrotonderà con le sue mani, come uno stercorario, perché neanche tanto in fondo siamo sempre lì.

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Una delle sue Ebe, Canova la realizzò nel 1808 per Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone;

Con la mente ancora rombante per la sceneggiata di Atlante faccio un passo, muovo la testa e sono di fianco all’Amorino alato, commissionato a Canova dal principe Jusupov, un collezionista a cui tolsero tutto dopo la rivoluzione russa del Diciasette, ridistribuendola proletariatamente nei musei. Le labbra leggermente scostate a simulare un respiro oltre a un ironico sorrisetto, levigatissimo, e con l’arco senza corda poiché quale altra freccia più acuminata e avvelenata di quella sua faccina da schiaffi, coi capelli lunghi delle punte come riccioli di burro? Dell’Amorino alato di Canova mi lasciano ammirato le ali e i piedi: le ali saranno pure di marmo ma di fianco a lui cerco di trattenere il fiato, non vorrei soffiarlo contro una parete, uno starnuto lo farebbe vorticare verso il soffitto; sono le ali bianche di una colomba di carta le sue, invece i piedi sono sensualissimi, con l’alluce ben discosto dalle altre quattro dita: piedi di cui mi pare d’avvertire l’umidità traspirata dai plantari, e forse è così che va tradotto quel sorriso: “Non lasciarti ingannare – mi dice – dal mio aspetto da signorino, lo so sono esile e sembro tutto una delicatezza di zucchero, ma sapessi col mio alluce quanto faccio impazzire certe cervici, e quanti feticisti pagherebbero qualunque cifra a qualsiasi ladro d’arte per staccarmi dal disco su cui mi poggio per leccarmi il sotto dei piedi, che immaginano saporitissimo”.

La nivea pelle marmorea dell’Amorino alato è una beffa ulteriore per il modello in gesso dell’Endimione dormiente, suo vicino di stanza. Ah, pare che la scultura bella e rifinita dell’Endimione, conservata nella Chatsworth House, sia di una lucidità splendente, ma nel Salone della Meridiana c’è il suo stadio precedente. Lo dice bene un documentario nella sala bassa del MANN come lavorasse Canova: il disegno, il bozzetto d’argilla, il modello a grandezza reale prima in argilla poi in gesso, sezionato e poi riempito di gesso liquido e di anime di metallo, e prima di passare alla lavorazione del marmo – lavoro defatigante lasciato i dipendenti di bottega – e all’ultima mano dell’artista, c’è la posa dei chiodini di bronzo sul modello finale di gesso: per prendere le misure e le distanze, per i calcoli, per capire i limiti dei volumi. Cosa si direbbero se potessero trovarsi l’uno di fronte all’altro l’Endimione di gesso con l’Endimione di marmo? Il primo direbbe al secondo: “Per poter essere così bello e nitido tu, guarda a me cosa tocca essere: un pustoloso, il corpo bianco ricoperto di repere ulcerose, la tua bellezza luminosa non sarebbe mai potuta esserci senza la mia scabbia, il mio aspetto deturpato negli occhi, nei capezzoli, nell’inguine, mi resta il poco di pudore consentito dalla clamide su cui sto disteso, altrimenti potresti vedere come quei foruncoli neri e nauseanti mi cospargono pure quelle che in me a giusta casa sono le vergogne, mentre i te sono i gioielli della stirpe”. Il gesto del braccio sollevato a cui appoggiare la fronte nell’Endimione di marmo è un esibizionistico abbandono erotico, è un invito a accostarsi ai suoi piedi, come il cagnetto che accompagna la statua, la Diana in calore per lui, per fiutare i profumi sparsi dai suoi pori invisibili, mentre nell’Endimione di gesso è un vano tentativo di nascondere il proprio volto deturpato, per non assistere allo scempio del suo corpo offerto alle morbosità di chi s’eccita allo spettacolo della corruzione.

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L’Endimione di gesso non si accorge di quale contraddizione in più offra rispetto al suo fortunato gemello di marmo: in lui convivono il bello e il brutto, la salute e la malattia, poiché alle sue pustolette non corrisponde una macerazione delle carni, gonfiori sgradevoli o umori purulenti. Ha il corpo integro e infetto, solito e minato, attraente e repellente, e quindi quanta più verità racconta la sua statua: la bellezza è la meno salutare delle virtù, e contemporaneamente la più ingannevole. La bellezza, che deve tutto al suo esporsi, non lascia trasparire nulla delle sue malsane conseguenze possibili, della sua tossicità. L’Endimione di marmo non si sa che uso potrebbe mai farsene delle due lance che tiene al fianco e che pare accarezzi con la sinistra: basta la sua languida virilità a debellare qualsiasi minaccia, a fare ostaggio di chiunque s’impigli nei suoi paraggi, ma il butterato Endimione di gesso ha ben ragione di volersele tenere accostate: punirà quegli sfrontati che vorranno curiosare troppo da vicino il suo corpo trafitto dai chiodi, per questo io resto sempre qualche passo indietro rispetto agli altri visitatori, oppure, quando l’onta sarà diventata troppo insopportabile, dopo secoli di agonia, se ne pianterà una nel grembo e dal dormiente che è diventerà l’Endimione accasciato, curvato sulla lancia con cui si sarà trapassato da parte a parte.

E alla bella coppiera di Canova scioglierei volentieri il fioccone della veste che tiene rimboccata sul ventre per mostrare i piccoli seni dispettosi e maliziosi e sfrontati – della forma perfetta per stare nel calice che regge nella sinistra – ma soltanto per scoprire quale segreto nasconde. Le altre statue, anche la danzatrice con le mani sui fianchi alle spalle di Ebe, continuano a avere per sostegno quei corti cippi così provvidenziali per farle stare in piedi, ma per lei Canova ha scelto qualcosa di infinitamente più bello: Ebe appare come da un turbinio della roccia su cui tiene i piedini deliziosi, ha entrambi i calcagni sollevati, danza più lei della danzatrice dietro di lei, e quel vortice le sparisce sotto il gonnone: ma per andarsi a innestare dove, di grazia? E certo non posso essermelo immaginato solo io che prima che la mostra chiuda i battenti Ebe salterà in groppa sul Cavallo Mazzocchi da Ercolano, poderoso stallone di bronzo posto al centro dal salone, per andarsene al galoppo per tutta la città per fornire anche Napoli di una sua Lady Godiva.

Winckelmann non lo sa dove s’innesti il turbine di marmo sotto la gonna di Ebe, si sarebbe dovuto chiedere a Giuseppina di Beauharnais, che seppe fare un buon uso del suo essere diventata Imperatrice dei Francesi, togliendo in tasse al popolo per dare alle sue stanze le opere del Canova, ben consapevole, spero, che le opere le sarebbero sopravvissute e che dunque sarebbero state restituite a quel popolo che magari quei denari avrebbe voluto investirli in tutt’altre faccende. Scolpito per Giuseppina è anche il gruppo Amore e Psiche stanti, che condividono la piattaforma espositiva con l’altro gruppo di innamorati ignudi con segugio a fiutare lo sfintere del maschio, come si fosse appena lasciato scappare qualcosa, e solito quesito: come sarebbe possibile qualsiasi arte, se non ci fosse la scrittura nella forma della letteratura a averle formulato le fonti? Se non si fosse tramandato il racconto molto volte riscritto di Amore e Psiche cosa ci resterebbe da giudicare in Canova? Decisamente tutto: una lei che poggia nel palmo di un lui una farfalla si presta a fin troppo facili interpretazioni, e per un romantico come me dare la propria anima non è chissà quanto più compromettente dell’offrirsi le setosità dei reciproci genitali: è un dono soltanto figurato in entrambi i casi, i genitali restano comunque ben attaccati al corpo di chi li avrebbe offerti, e se l’anima è più facile da dar via è un problema suo.

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La “Maddalena penitente” è realizzata da Canova tra il 1793 e il 1796

La differenza tra i due gruppi di statue sta tutta nel gioco delle altezze: in quello arretrato, con segugio estasiato delle esalazioni del padrone, è la donna che poggia alza gli occhi verso il viso del maschio, più alto di lei, cercandone la bocca: la Psiche cerca Amore. Nell’Amore e Psiche stanti è Amore che riposa il capo sul petto di Psiche, come recita la didascalia ai loro piedi il gruppo “manca del benché minimo tono erotico”: c’è maternità, non sensualità, è Psiche a dare lezione a Amore, il mito è rimescolato da Canova, non è Cupido il più divino tra i due: è la fanciulla a aver addomesticato il dio, ad avergli fatto intendere che sono i mortali a partorire gli dei dai loro ventri e che non è mai accaduto l’incontrario. E Amore è figlio di Psiche, ben prima di diventare il suo amante.

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È da quando ho varcato il Salone della Meridiana che mi sento attratto dalla Maddalena penitente ed è rimasto l’ultimo ostacolo tra me e lei: il gruppo lacoontico delle Grazie. Non ho una pallida idea di chi delle tre possa essere Aglaia e chi Eufrosine e chi Talia, d’altronde mi faccio da subito un diverso concetto, sicuramente non canoviano: sono la migliore espressione della trinità, e vorrei tanto sapere come hanno fatto a essere trasportate dall’Ermitage: le hanno chiuse in una cassa, zeppa di paglia, caricata su un aereo cargo da San Pietroburgo a Capodichino e infine scarrellate via camion al MANN come una qualsiasi consegna IKEA? Mai avrei voluto essere né l’assicuratore, né l’addetto all’imballaggio. Come potresti perdonarti di aver procurato il più lieve graffietto a questi tre culetti superati in superbia soltanto dalla cesellatura dei tre nasi? Che se li siano procurati durante il viaggio quei lividi scuri sul marmo? Sembrano tre donne picchiate perché colte a esser così compiutamente felici tra di loro. Le macchie del marmo – vene varicose? smagliature ispessite? – me le rendono ancora più irresistibili: sono tre donne vere fino a questo punto? Da superare la barriera della materia inerte per impartirgli la trasformazione del corpo, la vera autentica metamorfosi della carne che cede, annerisce, si sfiorisce e spappola, muore, desiderabile fino alla cenere? Sono così in sintonia e autosufficienti tra di loro che me ne stanco abbastanza presto, come mi stanco presto dell’idea di dio che propongono la maggioranza delle religioni: descritto come non restasse altro da fare che invidiarne la perfezione, l’autosufficienza, casomai la bonomia del tutto disinteressata. Un dio deve aver bisogno di te come tu di lui, altrimenti ne varrà fuori l’ennesima relazione bidiessemme, di cui saranno cultori quelli che Aldo Busi ben stigmatizza col motto “Se trovo una che le piace moscio, la faccio impazzire.”

La Maddalena penitente è coeva a altre opere del Canova ma così differente nella realizzazione da suggerirgli, per evitare grane con la paternità, di marchiarlo per bene il suo nome sulla roccia ai piedi unti della statua. Il marmo è gialliccio e come nessun’altra delle sculture presenti nel Salone la Maddalena sa di carne sudaticcia. Posassi il dito su quelle braccia le scoprirei molli, collose, e le nari mi s’intasano dell’odore aspro dei suoi capelli sporchi, dei suoi meati arrossati. La Maddalena è scolpita durante una pausa di abbattimento tra il cliente di prima e il cliente di dopo. Tra le mani ha una croce, la parte alta della croce poggia su un teschio, questo è un indizio cronologico: l’incontro con Gesù è già avvenuto, lui è morto e, secondo le voci, risorto, e lei è tornata al suo mestiere, scacciata dai giudizi della gente; adesso che l’uomo della sua vita non c’è più per proteggerla e scagionarla, per amare ogni piega abusata della sua carne, è tornata la puttana che nessun altro le ha permesso di non essere più. Maddalena è bellissima, così suoi capelli lunghi non violentati da nessuna acconciatura lambiccata, con la sua tunica malconcia che se le scopre un seno non è per elaborata civetteria ma perché non le resta nessuna arte del pudore. Maddalena è le sue cosce, le sue natiche, la sua schiena, le sue braccia, la sua faccia fomite incolpevole di qualunque passione. Ma certo: la Maddalena ha pregato e è stata esaudita: “Fammi morire, perché io da sola non riesco…” deve aver chiesto, e il suo amato l’ha fatta diventare di pietra e dunque finalmente vergine per sempre; il suo sudore l’ha rappresa in un blocco, è una stalagmite invalicabile, sorda al dolore, incolume in modo speciale.

Antonio Coda

*In copertina: un particolare delle “Tre grazie” di Canova. La mostra “Canova e l’Antico” è al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al 30 giugno. Qui i riferimenti.