“Continua a ribellarti contro le raffiche del caos”. Un testo di Albert Camus, tra il contagio e il Minotauro

Posted on Aprile 06, 2020, 6:38 am
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La peste nel petto del Minotauro. Albert Camus comincia a progettare La peste nel 1941; il romanzo, come si sa, è pubblico da Gallimard nel 1947 ottenendo il ‘Prix des Critiques’ (giuria di lusso: Blanchot, Caillois, Paulhan, Starobinski). Il romanzo è ambientato nel 1940 a Orano, in Algeria. Nel 1940, Camus compie 27 anni; è un anno importante. Camus termina Lo straniero, lascia l’Algeria per Parigi, dove lavora a “Paris Soir”, sposa – dopo l’infelice parentesi con Simone Hié – Francine Faure e l’anno dopo, nel 1941, si trasferisce nella città di lei, Orano.

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La gimkana cronologica mi serve perché mi sorprende, sfogliando i Taccuini di Camus, questa prossimità. Mentre Camus prende appunti su La peste, scrive del Minotauro. Meglio ancora: vede nella città di Orano – che nella fiction è l’alcova della peste – il Minotauro. Nel 1941 Camus termina il saggio Le Minotaure ou La Halte d’Oran, che sarà il testo di apertura de L’estate (1954; uno dei libri più belli di Camus, si può dire?). Ricalco dai taccuini: “Non esiste luogo che gli oranesi non abbiano insozzato con qualche orrido edificio sufficiente a soffocare qualsiasi paesaggio. Una città che volge le spalle al mare e si costruisce girando su se stessa come le lumache. Si vaga in questo labirinto cercando il mare come il filo d’Arianna. Ma si gira in tondo per queste strade brutte e sgraziate. Alla fine il Minotauro divora gli oranesi: è la noia”. Il Minotauro è la rassegnazione obliqua, l’accanimento dell’inedia, l’incapacità di fuggire, la città che decade con compassata compassione. Orano, appunto, appare subito nella Peste con qualità indiscutibili: “una città delle solite”; “la città in se stessa, bisogna riconoscerlo, è brutta”; “ci si annoia e ci si applica a contrarre delle abitudini”. Pare che la peste sia esplosa dal bubbone della noia, infestando il Minotauro.

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Mentre Camus scrive di Orano e del Minotauro, prepara l’impalcatura de La peste. “Un giovane prete perde la fede davanti al pus nero sprigionato dalle piaghe… Si trasportano i cadaveri sui tram… Si chiude la città. Si muore isolati, pigliati. Eppure c’è un signore che non rinuncia alle sue abitudini. Continua a vestirsi per il pranzo. A uno a uno i suoi familiari scompaiono dalla tavola. Lui muore davanti al piatto, sempre in abito da sera”. Forse l’ombra di quel signore è il Minotauro – ci si abitua a essere mostro, a riconoscere dietro una svolta del labirinto un altro labirinto – per eccesso di luce il sole moltiplica il disorientamento.

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Nel 1941 Camus scrive Exhortation aux médecins de la peste, tra i materiali preparatori al romanzo, poi raccolta in “Les Archives de La Peste”, nel 1947, nei Cahiers de La Pléiade. Il testo – col senno di ora, alchemico e profetico – è divulgato da Gallimard dal 4 aprile come offert en période de confinement: sotto ne trovate un ampio stralcio. In quello stesso anno, tra i frammenti legati a La peste: “Soltanto quelli che la morte ha toccato direttamente o nei loro congiunti, hanno imparato. Ma la verità che hanno conquistato riguarda soltanto loro. È senza avvenire”. Mi piace anche questo, che pare il pretesto per un racconto di Hawthorne: “Un uomo, che ama una donna, le legge sul viso i segni della peste. Mai l’amerà tanto. Ma mai lei lo ha tanto disgustato”. Nell’Exhortation Camus ha il tono compassato di Seneca, la scientifica precisione di un latino (da tener presente questa scientificità).

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E il Minotauro? Il Minotauro non muore per peste, è la pestilenza dell’assoluto. Nell’ultima porzione del saggio su Orano – La pietra di Arianna – Camus allinea concetti che sorprendono per borgesiana concretezza (“C’erano dei giorni in cui mi aspettavo di incontrare per le strade di Orano Cartesio o Cesare Borgia. Non è capitato”). Soprattutto, scrive una cosa che sfugge alla sua prosa estiva, che sonda l’assurdo senza perdersi, con talento da patologo. “Per essere risparmiati, bisogna dire ‘sì’ al Minotauro. È una saggezza antica e feconda”. Cioè, farsi mutilare, divorare dal mostro – e rinascere spirale, allo sbando, nel genio del labirinto. (d.b.)

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I buoni autori ignorano se la peste sia contagiosa. Lo sospettano. Ecco perché sono dell’avviso che tu debba aprire le finestre della stanza in cui visiti il paziente. Ricorda che la peste può dilagare per le strade e infettarti allo stesso modo. I medesimi autori consigliano di indossare una maschera e mettere un panno imbevuto di aceto sotto il naso. Porta con te anche una busta con le essenze consigliate nei libri: melissa, maggiorana, menta, salvia, rosmarino, fiori d’arancio, basilico, timo, lavanda, alloro, scorza di limone e buccia di mela cotogna. Sarebbe meglio che tu vestissi un camice di tela cerata.

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Nessuno, dice un vecchio autore, può permettersi di toccare qualcosa in un luogo dove regna la peste. Giusto. Non c’è luogo che non vada purificato, neppure il segreto dei nostri cuori, per garantirci una possibilità: questo è vero per tutti e a maggior ragione per voi medici. Devi quindi diventare esemplare. Per prima cosa, non devi avere paura. Abbiamo visto uomini compiere il proprio lavoro come soldati equipaggiati che abbiano timore del cannone. Un bolide uccide coraggiosi e vigliacchi. La paura macchia il sangue e scalda l’umore, dicono i libri. Perché il corpo trionfi sull’infezione, l’anima deve essere raffinata, vigorosa. Tuttavia, resta la paura della fine, il dolore è transitorio. Dottori che lavorate immersi nel contagio, dovete disciplinarvi sull’idea della morte e riconciliarvi con essa, prima di entrare nel regno della peste. Se vinci la paura, ti vedranno sorridere in mezzo al terrore.

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Questo vuol dire, armare una filosofia. Cerca di essere sobrio in tutte le cose – il che non significa casto, sarebbe un altro eccesso. Coltiva una allegria ragionevole, di modo che la tristezza non alteri il liquore del sangue, preparandolo all’ebollizione. Usa il vino, in quantità adatte, per alleggerire l’aria dallo sgomento della città che puzza. In generale, osserva la misura, il primo nemico della peste, e la regola naturale dell’uomo. La nemesi non è la dea della vendetta, come ti è detto a scuola, ma della misura. I suoi terribili colpi sono inferti quando si è nel disordine, nello squilibrio, nel caos. La peste viene dall’eccesso. È eccesso essa stessa, non riesce a trattenersi. Sappilo, se vuoi combattere con istinto chiaroveggente. Non concordare con Tucidide, che parlando della peste di Atene diceva che i dottori erano inutili, perché sfidavano il male senza conoscerlo. La peste ama il segreto delle tane. Imbraccia la luce dell’intelligenza e dell’equità. Devi diventare finalmente padrone di te stesso.

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Ti viene chiesto di dimenticare una parte di te, senza scordare ciò che devi a te stesso. È la regola dell’onore e della quiete. Non devi mai abituarti a vedere gli uomini morire come mosche, come oggi, per le strade, come allora, per le vie di Atene. Non smettere di essere sgomento di fronte alle gole nere di cui scrive Tucidide, che distillano sudore di sangue. Continua a ribellarti contro le raffiche del caos, la confusione di chi rifiuta di curare gli altri per morire in solitudine… L’anima pacificata è la più ferma. Resta saldo al cospetto di questa tirannia.

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Nulla è facile. Nonostante la maschera e le buste, l’aceto e il camice in tela cerata, nonostante la fermezza del coraggio e la spavalderia del duro impegno, verrà il giorno in cui non riuscirai a sopportare i morti in questa città, queste grida, questo allucinato allarme senza futuro. Verrà il giorno in cui vorrai urlare il tuo disgusto incarnando la paura e il dolore di tutti. Quel giorno non ci sarà altro rimedio che la compassione, sorella dell’ignoranza.

Albert Camus