“Chi potrebbe vivere senza augurarsi una vita smisurata!”. Le lettere d’amore di Albert Camus e Maria Casarès, una storia da film

Posted on Ottobre 23, 2019, 8:33 am
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La “Correspondance” tra Albert Camus e Maria Casarès, edita da Gallimard nel tardo 2017, è diventata, per così dire, un libro ‘di culto’. Pare ovvio. L’epistolario coglie gli anni (1944-1959) della fama di Camus: egli è già lo scrittore de “Lo straniero” e de “La peste”, uno degli scrittori più influenti del Novecento. Lei, che ha 21 anni quando lo incontra la prima volta, a Parigi, il 6 giugno del 1944, al tramonto corrusco di una guerra terribile, dieci meno di lui, è una attrice di vertiginosa bellezza, figlia dell’ultimo Presidente del Consiglio spagnolo prima dell’arrivo di Franco. Nel 1948, la passione, da film, esplode, nonostante Camus sia sposato con Francine Faure. Dalla massa di lettere, Diego Bertelli e Paola Silvia Dolci ne hanno tradotte diverse: qui ne riportiamo un paio.

***

A. Camus a M.V. Casarès

24 agosto [1948]

È tardi. Smetto di lavorare dal bisogno che mi preme di scriverti. Troppe cose si agitano in me e vorrei potertele dire, stasera, tu davanti a me, la notte tutta per noi, in una lunga conversazione. Non ti ho mai, se non raramente, parlato del mio lavoro. Pure, così come non ne ho parlato a nessuno. Nessuno sa esattamente quello che io voglia fare. Eppure ho dei progetti immensi. Così ambiziosi, da farmi girare la testa qualche volta. Non posso parlartene qui. Lo farò se me lo chiederai. Ma quello che ti posso dire è che con la pièce che sto scrivendo e il saggio che terminerò poi, chiudo una parte della mia opera, quella che doveva servirmi a imparare il mestiere e soprattutto a sgombrare il terreno a ciò che seguirà.

Dopo L’étranger, che è stato il primo della serie, ho impiegato circa dieci anni per arrivare fin qui. Secondo i miei calcoli, ne sarebbero dovuti occorrere cinque. Ma c’è stata la guerra e soprattutto la mia vita personale. Tra qualche mese, bisognerà iniziare un nuovo ciclo, più libero, meno controllato, più importante anche. Se continuo a questo ritmo, mi serviranno due vite per fare quello che ho da fare (non tutto è ancora pianificato, né collegato, ma i soggetti, le grandi linee…). Per fortuna, questa nuova partenza coincide un poco con il nostro incontro. E non mi sono mai sentito così pieno di forza e di vita. La gioia grave che mi riempie solleverebbe il mondo. Tu mi aiuti senza saperlo. Se lo sapessi mi aiuteresti ancora di più. È anche adesso ho bisogno del tuo aiuto. E lo sentivo così forte stasera, che mi sembrava di dovertelo dire. Sicuro di te, mescolati l’uno all’altro, mi sembra di poter realizzare ciò che ho in mente, in modo ininterrotto. Sogno la fecondità di cui ho bisogno… lei sola potrà condurmi dove voglio. Tesoro, hai capito perché stasera mi sento il cuore ubriaco e quale posto occupi adesso.

Forse ho sbagliato a scriverti cose che possono sembrare sciocche se dette senza precauzioni. Ma forse capisci anche quello che voglio dire. Chi potrebbe vivere senza augurarsi una vita smisurata! Finalmente, sono uno scrittore. E devo parlarti di questa parte di me che ora ti appartiene come tutto il resto.

Sarebbe stato meglio raccontarti più dettagliatamente, ma ne parleremo. Fino ad allora ti prego di inviarmi ancora le tue lettere. Non ne posso più di aspettare questo 10 settembre. Sto soffocando, ho la bocca aperta, come un pesce fuor d’acqua. Attendo l’onda, l’odore di notte e di sale dei tuoi capelli. Se almeno riuscissi a leggerti, e a immaginarti… Mi ami ancora, mi aspetti sempre? Ancora quindici giorni. Quel viso si girerà verso di me. Io, per me, penso che riderò senza potermi fermare, tanto traboccherò. […]

Albert Camus

*

M.V. Casarès ad A. Camus

di martedì, 11 settembre [1956], ore 16.20

Amore mio,

ieri sera non ti ho telegrafato perché non avevo con me neanche un copeco. Anche ora siamo qui, tutti quanti, che aspettiamo i nostri settantacinque rubli per poter compare qualche cartolina postale e bere un bicchiere di vodka a nostre spese. Ci viene offerto molto, ma non piace, almeno a me, approfittarmi del fatto che sono ospite.

Mi sento un po’ stanca. Sono andata a dormire alle 4 di mattina (ora locale) dopo un viaggio in aereo interminabile, due scali, un’accoglienza calorosa e insieme estenuante, mille discorsi, le valigie da portare, mazzi di fiori che pesavano quanto i bagagli, certe impressioni passate al setaccio dalla stanchezza e un bagno quasi freddo in una Mosca dalle temperature polari (per noi, voglio dire), ma alla fine sette ore di sonno meritate!

Oggi ho dovuto disfare le valigie, sistemare, acclimatarmi e poi pranzare.

E ora ti scrivo questo messaggio veloce che imbucherò non appena mi riesce.

Sono triste come un salice piangente. Passare tanto tempo lontano dalle persone che amo mi stringe il cuore e sfortunatamente non ho neanche il piacere, a coronamento del mio stato d’animo, di svagarmi squagliandomela per la steppa. Penso comunque che la stanchezza sia una cosa passeggera. Ha certamente a che fare con la condizione fisica in cui mi trovo.

Spero che invece le cose vadano bene dall’altra parte e che al Mathurins le prove ti tengano occupato. Ho le dita incrociate per il 20. Sempre.

Ama la tua Moscovita, non lo scordare, malgrado le distanze e i sipari. Avrei tanto bisogno di averti qui con me. Ti mando un lungo bacio.

M.V.

*In copertina: Albert Camus al fianco di Maria Casarès