Il pallonetto. Bentornato campionato: Napoli è un incrocio tra Vico e Maradona, l’Atalanta fa venire la bava alla bocca e Dzeko è un Re, spettacolo aulico e lenitivo

Posted on Agosto 26, 2019, 12:07 pm
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È rassicurante, è tutto ok.

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Abbiamo avuto l’euforia estiva, le ore piccole, trasandate. Sono mancati i punti di riferimento, gli orari prefissati. È mancata la liturgia, il religioso, ci siamo scontrati con l’eccesso, figlio di un dio mancato – per questo motivo, il guardingo ritorno dell’autunno, che da dietro la siepe ci spia, ci attende, pronto ad avventarsi su di noi come un rapace, un Ciro Immobile o un Luis Muriel nell’area piccola, con le stagionature del campionato, ci rassicura cosi tanto.

In fondo, è dalla tentazione, tipicamente estiva, che non possiamo scappare. Ci prestiamo ad essa, ci inginocchiamo ad essa, ce ne innamoriamo di un amore funesto e ferino, come fosse un’amante dalle gambe lunghissime.

Ma è il banale che amiamo, nella sua trivialità, e nel banale troviamo la serenità, la calma del mare d’inverno. Le giornate di campionato regolari come la risacca del mare. Alle gambe lunghe preferiamo gli abbracci stretti, che siano essi bianconeri, nerazzurri, azzurri o viola. Ma andiamo pure oltre – perché il calcio non è mero tifo, accostamenti cromatici e grida di gioia e dolore. Il calcio è religione, o quanto di più religioso sia rimasto. Gli stadi luoghi di culto, i fan orde di credenti, i campioni apostoli, profeti e divinità carnali.

Ridicola e assoluta come la commedia umana, la serie A, con le sue sorelle d’oltralpe e ancor più in là, ci ricorda che siamo uomini. Uomini tutto sommato piccoli, un grido soffocato in uno stadio, uno sbattimento di braccia tra la folla: vorremo volare, ma possiamo solo battere le mani.

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La Juventus, macchine infernale uscita dal paradiso, impera sul calvario, crocefiggendo di buona lena le sorti del campionato. Non un campionato chiuso in partenza come lo è da 6, forse 7, anni; semmai un campionato granitico. Una Juventus guidata da Sarri ma che gioca ancora con Allegri nella coscienza collettiva. Non più ragazza, nemmeno donna.

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Rocambolesca, ruvida, Italica la sfida tra Firenze e Napoli. Due città scisse, quattro anime in cerca di redenzione. La prima figlia bastarda di Dante e Commisso, a loro maniera uniti nell’esilio ma distanti nelle prospettive: l’inventore dell’eterno oltretomba che ha presentato la città al mondo e il visionario che vuole la fiorentina di Ribery, Chiesa, Boateng sul tetto dell’universo. Alla moviola si potrebbe intravedere il passaggio del testimone tra questi due lontanissimi artisti, chi della penna, chi del denaro. La seconda un incrocio tra Vico e Maradona. Alla ricerca di sé stessa dopo la caduta rovinosa del tardo Ottocento, quando era culla di civiltà e cultura mondiale, vittima di una incurabile nostalgia dei tempi migliori, dove Giambattista l’esteta e Diego Armando il Messia vengono messi sullo stesso piano: in tal senso potrebbe essere pure Napoli la città eterna. L’eternità inscalfibile delle icone culturali, che divengono ben presto tradizione, santino, proverbio, la presenza singolare del Monte più pericoloso d’Italia, i mille colori, il ricordo vivo di Pompei. Questa volta Vico vince su Dante (con qualche strascico che ci farà divertire in settimana), la nostalgia partenopea sull’ambizione toscana. Un altro segnale autunnale che tutto procede secondo i tempi delle stagioni. E se su quel piedistallo, anziché Maradona e Vico, ci fossero Sorrentino e Servillo, Koulibaly e Mertens… – chissà se, togliendosi la tragica polvere dalla nostalgia sulla casacca, l’armata azzurra non possa ambire allo scranno più alto.

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Non perdiamoci in fesserie, parliamo di Calcio. Atalanta + Muriel. Roba da bava alla bocca. Già il primo addendo ricorda l’Ajax pre-ratto delle grandi d’Europa, o il Liverpool, comunque una roba mica da poco. Se, poi, al primo addendo sommi il secondo ecco che puoi morire in ginocchio sul confessionale delle Pay TV. Roba da sbronza con vino e ostie.

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Personaggio principale, ma non protagonista, è Ediz Dzeko. Non ha ceduto alle lusinghe del Don Giovanni Marotta. I suoi fiori non erano abbastanza belli per il centravanti bosniaco. E lui è tornato dove si sentiva trattato come un principe, per diventare Re. E come i Re sanno, Dio è con loro. Dovevate vederlo, manovrato come un folle e penoso burattino dal Dio del Calcio, in mezzo all’area di rigore, a saltare 4 birilli di uomini e insaccarla a rete con la sicurezza di un monolite. Il divino che si mostra agli uomini. La Roma fa 3-3 ma, a meno che non siate romanisti, chissenegfrega! Questo spettacolo è aulico e lenitivo. Un romanzo preso a calci come un pallone.

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L’ombra nera e cupa che si aggira (già) sulla parte destra della classifica ha tinteggiature di rosso. Anche questo è rassicurante. Anche se forse, come tifosi staremmo ricercando la sicurezza degli anni 90 e primi 2000, quando il sicuro era vedere Juventus e Milan darsele di santa ragione. Il lavoro fatto in estate da Boban e Maldini appare oggi come prima incerto, confusionario, poco lungimirante e arraffato. Scarsa attenzione e considerazione per i giocatori buoni in rosa (da Jack, tornato col sorriso a Suso, financo Cutrone) e troppo funambolismo nelle scelte di mercato. Bennacer e Leao sono ottime risorse per il futuro, ma serve il tessuto osseo su cui costruire la squadra, uomini d’esperienza, di testa, da spogliatoio. Correa chi? Un altro, ennesimo 10? A quella cifra? Con quel curriculum? Giampaolo ha fatto bene quasi ovunque ma è la prima esperienza di valore. Riuscirà la società a sostenerlo?

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Domande. La costante, ricorrente, condanna ergastolana dell’uomo. Ah, e l’Inter? Altra domanda, seguita da una certezza di nome Antonio Conte. Stasera vedremo se l’impalcatura griffata Torino Bianconera darà i suoi frutti pure nella Milano Europea del 2019.

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Esistono altre risposte oltre al capitano Leccese? Si. Quelle Di Chiellini e Dzeko e Muriel; in attesa delle parole al fulmicotone di Quagliarella, Piatek, Ronaldo e dell’ostaggio Icardi.

Risposte che affossano e gonfiano la rete. Spaccano le gambe e le corde vocali.

Con la cadenza, rigorosa e grigia dell’autunno che arriva, dei camini che si accendono e delle porte che si chiudono. Non è ancora ora che l’estate finisca, ma che l’inverno arrivi a riempirci le sale prima che la sindrome di abbandono ci faccia scendere le prime lacrime. Bentornato campionato.

Jonathan Grassi