Roma, primavera 2018, ancora lontani dalla pandemia. La intervisto qualche mese prima, alla vigilia di capodanno. Ci ritroviamo nel mio caffé preferito di Santa Maria in Trastevere. Animalista convinta, europea, plurilinguistica, pluridiscorsiva e plurivoca come un romanzo, recita con nonchalance in francese, tedesco e italiano. Mi ricorda moltissimo una di quelle grandi dive del cinema muto. Grazia innata e teatro dentro. L’onestà profonda che testimonia con lo sguardo mi disarma. Cosa rara per me, nell’osservarla mi verrebbe voglia di scriverle una pièce teatrale su misura. Una volta, mentre parlavamo al telefono, uno dei suoi amici galli cantò alle 14h inserendosi allegramente nella conversazione. Lei lo scusò dicendo che visto che si trovavano entrambi nel pollaio a quell’ora…  

Camilla Martini; photo Cristina Dogliani

Neo sullo zigomo, anima candida. Trasparente, come i suoi occhi.

1. Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

Camilla Martini – Mi chiamo Camilla e il nome è stato scelto perché era quello di mio nonno, anche se mia madre dice che avrebbe dovuto chiamarmi “Estrema” perché sono una persona che vede le cose in bianco e nero (ride con ironia). Quindi il nome adatto sarebbe stato più Estrema che Camilla. (Ridiamo insieme).

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2. Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

Camilla Martini – Io mi sento tanto Camilla. Non sceglierei nessun altro nome!

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3. Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte “scomode”. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata?

Camilla Martini – (Ride) Forse perché finora ho avuto una vita che non si può definire del tutto ordinaria. Fra le scelte scomode quella di andar via dalla famiglia a quindici anni per andare a studiare in Alto Adige (ride lei stessa della paradossalità del gesto) e inseguire questa passione del tutto inspiegabile direi, misteriosa: la passione per la lingua tedesca. Ero in secondo liceo e ho chiesto a mia madre di mandarmi fuori regione – io sono abruzzese – per andare ad imparare questa la lingua. Quella santa donna, molto lungimirante, ha accettato… (siamo costrette a interromperci per un problema tecnico, ma, appena risolto, lei riprende subito chiara ed essenziale) …e dunque a quindici anni sono passata dall’Abruzzo ad un collegio di suore in Alto Adige. Quindi direi che questa è la prima scelta scomoda: fare un liceo bilingue con suore tedesche molto severe. La prima di una serie…

M.D.-  Perché? Le altre?

C.O. – Da lì, dopo il diploma, sono finita a Vienna. Avrei potuto benissimo fare un’università italiana come tutte le mie amiche a Milano o Roma, invece ho deciso di proseguire sulla via del tedesco. Sono partita per Vienna e mi sono laureata a Vienna grazie ad una borsa di studio della Provincia di Bolzano e al mio lavoro come insegnante di italiano nelle scuole serali. Da lì ho viaggiato e lavorato all’estero… lasciando per sempre il mio piccolo paese degli Abruzzi. Scomodo è stato di certo non volerci rimanere fino ai diciotto anni.

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4. Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

Camilla Martini – (Mi chiede di ripeterla e ascolta con molta attenzione mentre la spiego meglio). Io credo che l’occasione sia molto importante (dice, ricalcando il “molto”). Cioè, l’impegno è senz’altro fondamentale, è la base per lavorare! Poi però l’occasione è quella che… ecco, parlando della mia ultima esperienza teatrale, sono stata presa per sostituire un’altra attrice – quindi per una pura casualità – da un grande regista teatrale, Giancarlo Sepe, e questa è stata l’occasione che poi mi ha permesso di cominciare a lavorare nella compagnia. Bisogna dire che io ero però preparata, apparecchiata, e che se non lo fossi stata, non sarebbe andata di certo così!

M.D. – Allora non basta avere solo tenacia, determinazione, come dicono gli Americani…

C.M. – Nooo… no. E qualche volta non basta nemmeno l’impegno. Ci vuole la combinazione delle cose. Io ci credo nell’occasione (dice, convinta).

M.D. – Però ti apparecchi

C.M. – E certo! Sì, senza dubbio: quello è il presupposto! Alla fine credo pure che dove siano le condizioni di apparecchiamento, di grande impegno, poi l’occasione arriva. Sì, c’è una sorta di risposta all’impegno, non so come dire…

Manuela Diliberto insieme a Camilla Martini; photo Cristina Dogliani

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5. A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata?

Camilla Martini – Nei momenti più neri… (riflette). Sono passata attraverso momenti di vera disperazione e… c’è una forza vitale che ti spinge verso l’obiettivo.

M.D. – E da dove viene?

C.M. – E… credo che sia quello che Hillman (James Hillman, psicologo e filosofo statunitense, 1926-2011) definisce il “daimon”. Io ci credo in questo concetto del daimon, il genio che ti conduce e ti spinge verso la meta: l’inevitabile, quello che tu devi assolutamente fare. Quindi si passa attraverso delle crisi, ma l’obiettivo finale… È una forza insita, qualcosa di inspiegabile. So che c’è ed è costante, te la ritrovi. E quando sei disperato ti aggrappi al fatto che hai un obiettivo, sei determinata a raggiungerlo, sai che gli ostacoli possono essere innumerevoli, ma il bisogno – perché è proprio un bisogno quello di raggiungere quell’obiettivo – te li fa superare.

M.D. – Quindi nei momenti neri tu pensi

C.M. – Non penso, accade. Quando si tocca il fondo poi si risale necessariamente. Fra l’altro io tendenzialmente sono una persona molto ottimista. Non indugio nel malessere, nonostante i momenti di grande disperazione. Per esempio a Londra… Ho dimenticato di dirti che durante le mie varie peregrinazioni ho fatto un master in sceneggiatura a Londra dove sono rimasta per quattro anni, e lì ho provato la vera disperazione.

M.D. – E perché?

C.M. –Intanto perché vivevo una fase delicatissima con il mio compagno che era in Italia. Ci trovavamo in quel punto della relazione in cui si deve decidere quale direzione prendere e in un momento tanto delicato per me, mentre arrancavo cercando di affermarmi, lui, in Italia, prendeva una direzione che avrebbe rischiato di allontanarci. In quei momenti l’affermazione professionale può fare molto e invece ho trovato tutto estremamente duro, difficile. Da principio avevo sperato che avrei avuto una porta di accesso quasi diretta al mondo professionale, di avere qualche opportunità in più rispetto all’Italia. Ero in una situazione di instabilità da ogni punto di vista. Per certi versi Londra è una città che ti stritola. Metti anche che per ragioni innumerevoli non avevo molti mezzi economici e che potevo contare solo sulle mie forze. Passavo da un lavoretto precario all’altro senza grandi progressi: in questi casi ci si demotiva, ci si abbatte. Ho persistito con quell’obiettivo ma alla fine ha vinto Londra. Mi ha cacciata via, ho dovuto soccombere. E ti posso dire che andando via, abbandonando i miei progetti, i miei sogni, ho avuto anche il colpo finale, perché il mio sistema immunitario di certo indebolito da tutto quello struggimento, ha fatto sì che mi ammalassi dell’influenza AH1N1, detta influenza suina.

M.D. – Letteralmente consumata dallo struggimento d’arte, si direbbe…

C.M. – Ho rischiato proprio di morire! Per due settimane sono rimasta con la febbre a quaranta. Me lo ricordo ancora come una cosa tosta, deliravo, ho perso otto chili… Un vero e proprio crollo fisico! Chiedi a quale forza mi sono aggrappata? Quando Londra mi ha mollata, la forza l’ho trovata nell’amore, che tuttora è la forza che mi sostiene. Sono tornata a Roma e con il mio compagno abbiamo deciso di vivere insieme e di unire le nostre strade. In quel caso il daimon mi ha guidata – e continua a guidarmi – lungo un doppio filo interiore, da una parte quello dell’amore e dall’altra quello della passione per l’arte che per me si declina nel teatro.

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6. Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente?

Camilla Martini – Vedi, non è tanto il decidere di intraprendere la via più tortuosa. Nel mio caso è proprio un bisogno, una necessità. È l’ineluttabilità che fa la differenza. Cioè, bisogna. E la via più tortuosa, quella che mi corrisponde, è necessaria. Forse queste scelte dall’esterno sembrano scomode e forse lo sono anche, ma il coraggio di farle fa parte di questo motore; il motore del bisogno si nutre del coraggio. Nel mio caso la via semplice, rimanere a casa dei miei fino ai diciotto anni come tutti, continuare l’università in Italia, avere un lavoro più conforme a quello che è stato il mio percorso di studi invece di scegliere il teatro e andare a studiare la Commedia dell’Arte in Francia (della Francia non ti ho parlato!), ecco, quello avrebbe rappresentato la via dell’infelicità!

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7. Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

Camilla Martini – Questa è una domanda difficile, eh? (Ride). …Perché implica anche un giudizio da parte mia. Ti direi istintivamente che no, non è lecito. … Però un sentimento di umanità, di pietà, di comprensione dell’animo umano…

M.D. – Ma se poi la vittima della mancata scelta è chi ami?

C.M. – Eh.. sì… (riflette, impensierita). Certo, bisogna metterlo anche dall’altro punto di vista… È una domanda complessa… Complessa perché istintivamente ti direi no, non c’è nulla che possa giustificare la defezione… però l’animo umano è pieno di questi timori, queste paure… Io, Camilla, nelle piccole cose non sopporto per esempio le ingiustizie. Mi è capitato di trovarmi di fronte a delle persone che maltrattavano animali (fra i tanti che accoglie, Camilla alleva nel suo giardino, per affetto, non solo il gallo canterino ma anche alcune galline cui sottrae, se capita, qualche uovo ogni tanto) e, sempre nel mio piccolo, ho preso una posizione spesso scomoda, perché opponendomi, avrei anche rischiato di essere picchiata. In generale quando sono testimone di un’ingiustizia (di qualunque tipo, sociale, animale, razziale) viene fuori il mio temperamento sanguigno. In quel momento non esiste scelta scomoda, ma solo la necessità di oppormi al ‘prevaricatore’ e di difendere il ‘prevaricato’. Mi sono trovata in situazioni in cui non ho ragionato affatto sulle conseguenze dei miei gesti, ma ho semplicemente agito sul bisogno di prendere posizione, costi quel che costi! Ricordo un viaggio in treno con il mio compagno. La carrozza era piena. Sale ad un certo momento su un viaggiatore che comincia ad accampare diritti su un certo sedile occupato “indebitamente” da un ragazzo di colore. L’energumeno prende a inveire e a sproloquiare nei modi più razzisti possibili; il ragazzo, mortificato, si alza e si fa da parte, gli altri viaggiatori sono allibiti, indifferenti, o forse intimoriti. Invece a me sale una rabbia e un’indignazione che salto su come un misirizzi, urlando: “Si vergogni!”… e da qui è cominciata un’asprissima discussione che sarebbe finita a schiaffi se non fosse intervenuto il capotreno (ed il mio compagno che mi tirava per zittirmi!). Per non parlare degli animali: io rispetto persino la microlumachina che trovo quando lavo l’insalata (la raccolgo delicatamente e la libero in giardino), figuriamoci se vedo qualcuno maltrattare un animale! Ma in una situazione ben più grande, che ti posso dire, un attentato… Io sento, ora, a freddo, di dirti che avrei il coraggio di affrontare, però poi ci sono delle cose imponderabili per cui davvero è difficile rispondere.  

M.D. – Quindi non punteresti il dito contro chi non ha avuto il coraggio?

C.M. – Posso dirti che comprendo… forse non giustifico, ma comprendo la debolezza umana. Quindi non mi sento di accusare in maniera perentoria, perché capisco che non tutti possano avere… Forse io non me lo perdonerei se mancassi di coraggio. Rispetto ad un altro mi sentirei di essere troppo giudicante, perché non tutti possono avere uno spirito combattivo o altro, tipo Falcone. Sono grandi uomini, no? Non ci si può aspettare questo coraggio, questa forza, questo spirito di devozione da chiunque. Erano uomini fuori dal comune…

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8. Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni ’30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

Camilla Martini – No! No, no… (risponde tutto d’un fiato, quasi indignata). No… Cioè, proprio, NO (ride)! Andrebbero bruciate tutte le copie di Mein Kampf! Cioé, quello è un capitolo che va messo nella bacheca degli orrori! NO. Nulla può giustificare una cosa del genere.

M.D. – Anche se è un ricordo di famiglia?

C.M. – Ma chi se ne frega del ricordo di famiglia! No. Su questo non c’è da discutere. È come avere un busto di Mussolini in casa perché il nonno era devoto eccetera, ma chi se ne frega! È un capitolo buio dell’umanità e va relegato negli orrori dell’umanità. No. No, inammissibile.

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9. Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Camilla? Che descrizione ne daresti?

Camilla Martini – (Ride) Non ero pronta a questa domanda (ride ancora). Direi, impulsiva. Un po’ testa calda. Giocosa… ma nell’accezione più bella, cioè di leggerezza, di prendere la vita… di intuire la fantasia delle cose, il lato creativo delle cose. Intollerante alle ingiustizie e… appassionata. Questo credo che potrebbe descrivermi abbastanza bene.

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10. Se non fossi Camilla Martini, chi vorresti essere?

Camilla Martini – Accipicchia! (Si ripete la domanda ad alta voce). Non mi interessano i ruoli di potere. Non ti direi mai che vorrei essere la regina X. Mi piacerebbe essere una grande attrice, che so, una Sarah Bernhardt. Ecco, mi piacerebbe essere qualcuno che ha saputo veramente essere un nome in ambito artistico e che lo ha meritato! Una persona amata dal pubblico che ha saputo veramente donare emozioni… essere ricordata per qualcosa in ambito teatrale. Questo vorrei essere! Per esempio Sarah Bernhardt.

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Domanda Personale. Tu reciti sulla scena, ma recitiamo tutti nella vita. Cosa metti della vera te quando reciti sulla scena e cosa metti della vera te quando reciti nella vita?

Camilla Martini – (Ride). Bella domanda! Ma… nel teatro è inevitabile che io porti qualcosa di me anche quando mi affidano un ruolo distante da me che possiede delle qualità… dalla gestualità all’ironia, alla leggerezza, ad una certa componente di gioco che è inevitabile portare nel personaggio. Nella realtà invece mi capita spesso di dover essere altro e quindi di dover recitare un ruolo. Questo mi capita soprattutto quando si tratta di rapporti che implicano il potere anche nelle relazioni lavorative o nelle relazioni a me, come dire, invise… La quotidianità, si sa, è fatta anche di molti compromessi (aggiunge, come a giustificarsene).

M.D. – E ti pesa?

C.M. – Tantissimo! Mentre stare in scena e recitare non mi pesa ed è gioia pura, quando nella realtà mi capita di dovermi sottomettere ad un compromesso soprattutto nelle relazioni – cosa inevitabile, come dicevo – e di non essere puramente me stessa, mi pesa molto: mi sembra di tradirmi… ed io vorrei tanto poter essere sempre me stessa! Ma non è proprio possibile (dice, come se l’affermazione le costasse il senso della disfatta).

M.D. – E cosa rappresenta il teatro per te?    

C.M. – Il nutrimento (dice illuminandosi tutta). Non potrei farne a meno. Per me essere in scena è la cosa più vicina alla felicità… È proprio felicità! È la realizzazione e la pienezza. Io in scena mi sento a casa più che a casa mia (ride), più che in qualsiasi altro luogo. È la mia casa!

M.D. – Si vede… (Mi sorride e negli occhi che sanno del caldo amalgama del vetro, si intuisce tutta quanta questa gioia).

*In copertina: Camilla Martini, attrice di teatro, in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani.