“Mi piacerebbe che mi facessero uscire da me stesso e mi infilassero in un cassetto”. Peter Cameron, lo scrittore dell’imperscrutabile

Posted on Dicembre 03, 2020, 11:38 am
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Perdersi per cercare un figlio, disperatamente. Allontanarsi. Riconoscersi soltanto nella tragedia. Incontrarsi dopo la morte, alla fermata di un treno. Tra le Cose che succedono la notte, ultimo, straordinario e onirico romanzo di Peter Cameron, da poco edito in Italia da Adelphi (traduzione di Giuseppina Oneto) troviamo un’anonima coppia in crisi, un luogo gelido e nevoso del grande nord – oltre il sessantesimo parallelo –, un particolare orfanatrofio, ST Barnabas, dove i bambini da adottare hanno uno strano guinzaglio, “un’imbracatura di pelle”. Una cantante di teatro, una delle originali Isadorables (le bambine che ballavano con Isadora Duncan), un imponente uomo d’affari gay olandese e un enigmatico guaritore, fratello Emmanuel. Un albergo lussuoso, d’altri tempi, il Borgarfjaroasysla Grand Imperial Hotel, dove marito e moglie trascorrono le notti. Non sempre nella stessa stanza.

Cameron, minuziosamente, attraversa tutte le contraddizioni insanabili di un esausto rapporto di coppia. “Scoppiò in una risata tagliente, dalla quale il marito si rese conto che lei aveva finito per diventargli ostile, per abbandonarlo, mentre lui era rimasto a guardarla abbandonare chiunque altro avesse amato, lasciandosi trasportare piano piano ma senza esitare verso un luogo in cui la rabbia, l’insofferenza e il disprezzo soppiantano l’amore”. Dopo diversi aborti, il tumore e l’isterectomia totale. La debolezza della malattia insieme al sacrificio, dal sapore a tratti ferocemente egoistico di adottare un bambino. È difficile sopportare persino se stessi, talvolta. “Mi piacerebbe che mi facessero uscire da me stesso e mi infilassero in un cassetto. Uno di quei cassetti che si aprono in sogno quando in fretta e furia si fanno le valigie ai confini del mondo”. La vita è perdersi continuamente, sentirsi persi, perduti.

“Ricorda, tutti ci sentiamo così. Viviamo in un’epoca buia, nessuno riesce a trovare la propria strada. Procediamo a tentoni, come i ciechi. Somigliamo a quegli animaletti sotterranei che scavano la terra fredda e umida nella speranza di trovare una radice commestibile”. Rincorrere un desiderio per tutta la vita può portare con sé una delusione assai cocente. Un po’ come per le Olimpiadi. “Speriamo sempre, disse, che qui da noi arrivino le Olimpiadi. E allora costruiamo. Questo hotel, per esempio. Ma le Olimpiadi non arrivano mai. Da quando ero bambino non arrivano mai. E noi costruiamo ancora. La montagna per lo sci. Il palazzo del ghiaccio. Dicono tutti che, se arrivano le Olimpiadi, per un po’ saremo felici. E ricchi, forse. Ma non arrivano mai. Anche se costruiamo tutto quello che vogliono loro, le Olimpiadi non arrivano”.

Dopo un fortuito incontro con il guaritore, la donna malata si convince di essere improvvisamente guarita. Ma non è che un’illusione. Un inganno. La morte è lì a pochi passi, nella neve. Come la neve, luccica nel buio della notte. “Quando stai per morire, disse lei, sembra tutto diverso. Le parole assumono un altro significato, o lo perdono del tutto. Ecco perché non dovrei parlare con te. Vorrei tanto fartelo capire: non ha niente a che vedere con quello che provo, o provavo, per te”. Nonostante la morte della moglie, grazie alla complicità dell’attrice e cantante Livia Pinheiro-Rima, l’uomo riesce ad adottare il piccolo Simon. Slacciargli il guinzaglio di pelle dell’orfanatrofio. Mentre si trova in treno con il piccolo bambino adottato, Simon, sulla panchina di una stazione ferroviaria, l’uomo vede seduta una donna. È la moglie morta. È in attesa. Le mani gelide gliele prende tra le sue. Dice di aver perso, da qualche parte, i guanti, lungo il tragitto. L’uomo le offre i suoi. “L’uomo si voltò e vide che il treno aveva cominciato la sua lenta ripartenza. Ti metterai i guanti? Sì, rispose lei, dopo. Così avrò qualcosa da fare”.

Non è la prima volta che incontriamo una donna, dopo la sua morte, nella prosa di Cameron. Non sono fantasmi, ma presenze, apparizioni oniriche. Come nello sconvolgente Il mondo del ricordo pubblicato da Adelphi nella raccolta Paura della matematica (traduzione, stavolta, di Luciana Bianciardi). Ecco l’incipit: “Mia madre morì poco dopo la mia nascita, anche se – come spesso mi veniva assicurato –  non in seguito al travaglio del parto”. Ma era morta davvero? Cameron prende di petto una riflessione che può accompagnare ossessivamente una vita. “Immagino che ci si possa sentire abbandonati da qualcuno che non si è mai conosciuto veramente, immagino che si possa soffrire per la perdita di qualcosa che non si è mai avuto, ma la strana consapevolezza che avevo di me stesso mi impediva di provare l’una e l’altra cosa”. A settantasette anni, in punto di morte, il padre del narratore racconta di uno strano episodio legato al suo solitario lavoro in Canada, a Saskatchewan. Era stato assunto come guardia antincendio per sorvegliare migliaia di acri di foresta. Viveva nella solitudine più estrema, ma una volta riceve la visita di un vecchio. Il guardiano di un vecchio mulino, chiuso da molti anni. Sua moglie è morta e ha bisogno di una mano per seppellirla. “Lui doveva aver avuto un ictus, credo, e un braccio gli pendeva come un ramo rotto; non sarebbe stato in grado di maneggiare una vanga”. Poco dopo la sepoltura, il padre lascia il lavoro di guardiano delle foreste. “La neve era caduta copiosa e io presi l’ultimo treno fino alla primavera dell’anno seguente. Era pieno di gente che andava via. Sul treno c’era una ragazza”. Quella ragazza era la moglie del vecchio guardiano che lui aveva seppellito. Ma giovane. Così la sposa e la donna morirà poco tempo dopo il parto. “È impossibile sapere ciò che è veramente accaduto prima della nostra nascita. O sapere che cosa succede in un posto dove non siamo. È tutto per sentito dire. A volte le cose cui assistiamo sono imperscrutabili”.

Linda Terziroli

*In copertina: un quadro di Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, 1909