“Non hai idea della mia totale infelicità dal giorno in cui mi sono separato da te”. Byron a Venezia: le avventure del poeta seduttore tra Marianna (“un’antilope”), Margherita “la tigre” e la contessa Teresa, sedicenne

Posted on Aprile 02, 2020, 7:59 am
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Poeta di Childe Harold e dei celebri “racconti turchi” che diffondono per l’Europa la ‘moda’ dell’eroe byroniano in una quasi contaminazione estetica, Byron è anche straordinario personaggio, tra i primi a capire meccanismi e risvolti del fenomeno mediatico (per dirla in termini contemporanei). Provocatore e in lotta con l’establishment di cui pure fa parte – “I was born for opposition” dichiara in Don Juan –, crea la propria leggenda di uomo-dio, dalla vita pericolosa e affascinante.

Innamorato dell’Italia e di Venezia in particolare, in Italia Byron vive un periodo straordinario: con Childe Harold passa dalla stanza spenseriana all’ottava rima, legge Tasso, Boiardo e Pulci, oltre naturalmente al “gran padre Dante”, e fa propria l’ottava al punto da trasformarla, tout court, nella ‘stanza byroniana’. A Venezia conosce poi il suo ultimo amore.

Ci arriva il 10 novembre 1816, provenendo da Milano e prima dalla Svizzera, dove ha conosciuto ed è stato a lungo con gli Shelley sul lago di Ginevra. Dall’Inghilterra si è voluto allontanare in “esilio volontario” – lo dirà nelle lettere agli amici e all’editore – per la serie di scandali addensatisi con clangore di tempesta sul suo matrimonio con la rigida e devota Isabella Millbank, “la principessa dei parallelogrammi”, matrimonio finito dopo solo un anno e la nascita della piccola Ada, nonché altre ‘complicazioni’ private, la breve relazione catastrofica con la chiassosa Caroline Lamb e il legame felice ma impossibile con la sorellastra Augusta.

Il suo proposito è restare in Italia l’inverno e la primavera del 1816, quindi rientrare nell’isola. Echi della madrepatria lo raggiungeranno con le visite degli amici – Shelley, John Cam Hobhouse e altri –, ma non rivedrà più l’Inghilterra, né la figlia. Con lui resterà fino alla fine solo il fidato factotum John Fletcher.

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A Venezia intreccia velocemente amicizie e relazioni amorose. La città gli si confà: Byron l’ama ancora prima di trovarvi asilo grazie alle letture, esperienze letterarie e libri di viaggio molto richiesti dai cosiddetti armchair travellers, i “viaggiatori in poltrona”. Venezia per lui è ancora Serenissima: l’atmosfera di libertà totale cittadina favorisce tutte le sue fantasie, dalle donne al Carnevale, dalle gite in barca alle feste e i teatri, alle bizzarrie estreme delle sfide a nuoto nel Canal Grande.

Ma a Venezia il mitico Lord anche scrive, e moltissimo: Manfred, il “poema metafisico” come lo chiama, The Lament of Tasso, il Canto IV di Childe Harold dedicato all’Italia, Beppo, A Venetian Story e l’Ode to Venice, The Prophecy of Dante, Mazzeppa e il caustico Don Juan.

È tra l’altro un puntuale, copioso, divertente autore di lettere: racconta la sua vita veneziana agli amici rimasti in Inghilterra in un furor scribendi sorprendente per il numero di epistole giornaliere (i 17 volumi dell’edizione Murray diventano 12 nell’edizione Marchand, che firma anche l’eccellente biografia in tre volumi). Una prosa torrentizia e non sorvegliata, avvincente, piena di spontaneità e senso dell’umorismo – talvolta più appunti che vere e proprie lettere – riferisce il tourbillon di amanti, feste e incontri, il ritorno a casa in piena notte con una fiaccola retta in bocca per non farsi travolgere dalle gondole, la vita grandiosa nei palazzi.

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Alcune contengono struggenti descrizioni di Venezia, come in questa velata dallo schermo shakesperiano: “Venezia è sempre stata (accanto all’Oriente) l’isola più verde della mia immaginazione. Non mi ha deluso, malgrado la sua evidente decadenza. Ma io sono troppo abituato alle rovine per non amare la desolazione. Inoltre mi sono innamorato, il che, dopo il cadere in un canale, è la cosa migliore o forse peggiore che potessi fare. Ho trovato appartamenti molto belli nella casa di un ‘Mercante di Venezia,’ assai occupato dai suoi affari, e con una moglie di 22 anni. Marianna (così si chiama) somiglia a un’antilope. Ha occhi grandi, neri, orientali (…) pelle chiara (…) capelli ricci castano lucido…” (Byron’s Letters and Journals, BLJ 5, a Thomas Moore, 17 novembre 1816).

Marianna Segati è la prima delle sue frequentazioni femminili veneziane. All’amico Moore scrive di lei e altre amanti, del palco che ha preso alla Fenice, del Carnevale, le feste e le dame conosciute, non ultima la Contessa Albrizzi, nella cui casa ammira l’Elena di Canova. E intanto, “ogni mattina vado con la mia gondola a parlottare armeno con i frati del convento di S. Lazzaro” (24 dicembre 1816), perché vuol imparare l’armeno ma anche il veneziano, attratto dalla musicalità delle sue sonorità aperte comuni alla nostra lingua, che parla piuttosto bene:

Amo la lingua, quel dolce Latino bastardo,
Che si fonde come baci sulla bocca di una donna,
E risuona come fosse scritto sul raso,
Con sillabe che respirano del dolce sud (Don Juan xviv)

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Al suo editore, John Murray, Byron mostra invece una Venezia spazio letterario, prisma della sua fantasia di lettore: “è un luogo poetico; e classico, per noi, da Shakespeare ad Otway” (5 dicembre 1816). La sua visione della città è nell’ossimoro “cupa allegria” e silenzio di canali, calli e campielli: “Venezia mi piace quanto mi aspettavo, e mi aspettavo molto. È uno dei luoghi che conosco ancora prima di averli visti, e che mi ha sempre affascinato (…). Amo la cupa allegria delle sue gondole, e il silenzio dei suoi canali. Né disdegno l’evidente declino della città, rimpiango la particolarità dei loro costumi passati, sebbene molti sopravvivano”. Ma poi, comunque, “Carnevale sta per iniziare” (25 novembre 1816) e lui uscirà ogni sera, “in my cloak & Gondola, in tabarrato e gondola” (ad Augusta, 19 dicembre 1816).

Questa corrispondenza spesso si declina in vorticose girandole di arguzie: “e poi c’è piazza San Marco – e le conversazioni – e varie buffonerie…” (ad Augusta, 19 dicembre 1816); “ieri sera ero in casa del conte governatore che, naturalmente, comprende la migliore società, molto simile a raduni simili in ogni paese – e nel nostro – tranne che, invece del Vescovo di Winchester, trovi il Patriarca Venezia…”; dopo la pièce sul sacrificio di Isacco “han chiamato fuori l’autore – secondo il costume continentale – e lui si è presentato, un nobile veneziano, Mali – o Malapiero, di nome. Mala era il nome, e pessima [in italiano] la rappresentazione” (a Moore, 24 dicembre 1816). Questo al teatro Benedetto, ma “il teatro La Fenice (è) il più bello ch’io abbia mai visto …” (a Murray, 27 dicembre 1816

Solo con Augusta il canovaccio del perfetto e cinico viveur, amante imperterrito dalla sfrenata vita veneziana, si strappa a volte in sincerità: “Sciocchina mia cara – (…) non hai idea della mia totale infelicità dal giorno in cui mi sono separato da te…” (18 dicembre 1816).

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Nel Canto IV di Childe Harold inserisce il suo inno appassionato a Venezia. L’annuncia all’editore Murray da Mira, nella campagna dell’entroterra veneziano dove trascorre il periodo più caldo dell’estate. Là, con la compagnia di amici “siamo esattamente una commedia di Goldoni” (14 luglio 1817). Al buonumore si avvicenda la serietà – “Considero Childe Harold la mia opera migliore” (15 settembre 1817) –, e la minuziosità delle note che accompagnano il Canto testimonia la sua passione per storia, costumi e carattere dei veneziani.

In versi molto noti racconta una Venezia incantata, nata dall’acqua per virtù d’incantesimo:

I stood in Venice, on the Bridge of Sighs…
Stavo a Venezia, sul Ponte dei Sospiri,
Da un lato un palazzo, dall’altro una prigione:
Vedevo sorgere dalle onde i suoi edifici,
Come al colpo d’una bacchetta magica.
Mille anni mi stendono intorno le ali di nebbia … (IV 1)

E qui Byron fissa d’ora in poi l’“atteggiamento letterario” del viaggiatore contemporaneo verso Venezia: chiunque intraprenda il Gran Tour e abbia letto questo Canto arriva a Venezia con una copia del Childe Harold sotto il braccio – scriverà Ruskin – indicando anche nel Ponte dei sospiri il centro ideale della Venezia byroniana.

E tuttavia non parla della Venezia che vede tutti i giorni, ma una città già consegnata al passato, diventata già leggenda:

A Venezia ora non sono più gli echi di Tasso;
E silenzioso il gondoliere voga senza più cantare,
I suoi palazzi si dissolvono in mare
E la musica non accarezza l’orecchio;
Quei giorni sono passati per sempre, ma la Bellezza rimane. (IV 3)

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È la stessa operazione di Beppo, A Venetian Story: mentre ricrea una Venezia priva di abitanti vivi e reali – “Per noi lei conserverà il suo incanto più a lungo / Del suo nome nella storia…” – la popola di “ombre possenti”, i dogi del passato splendido e le figure letterarie associate a Venezia, Shakespeare e Otway, “Shylock, Otello, il Moro” (iv 4):

Gli esseri creati dalla mente non sono di polvere:
Nella loro essenza immortali, (…)
muovono l’esistenza che più amiamo (IV 5)

Sono “rifugio”, “sentimento” e“terra d’incanti”, alla pari solo con le costellazioni dell’“universo impetuoso” della Musa (iv 6). Immagini che commuovono e legano: “Le ho viste o sognate”: “arrivate come vere – sono scomparse come sogni” (iv 7).

Chiudendo sulla nota della nostalgia il Canto si ripiega in sé, come tornasse al punto di partenza:

Ho sempre amato Venezia, fin da fanciullo: mi
Sembrava una città incantata del cuore,
Fatta di mura e colonne d’acqua che salgono dal mare,
(…) dei momenti più felici
Che tramano il tessuto della mia esistenza,
Alcuni sono tinti dei tuoi colori, o Venezia! (IV 18)

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Da sempre amante del mare, a Venezia Byron ‘scopre’ il Lido. Ne è tra i primi, entusiasti estimatori e tra le molte mode da lui “lanciate” c’è anche questa del Lido, “in tutta la gloria di un azzurro cielo italiano” (a Murray, 14 aprile 1817).

Vicino all’antico fortino di S. Nicolò tiene alcuni purosangue arabi: quasi ogni giorno e da solo, va a galoppare in riva al mare fino a Malamocco. La spiaggia è – anche oggi – oro, erbe lunghe che crescono spontanee sulle dune, ardere di tramonti viola in mare aperto.

Nel 1818 è suo ospite Shelley, che ricorderà le passeggiate a cavallo e la loro amicizia nel poemetto Julian e Maddalo. Julian è Shelley, Maddalo è Byron, e così doveva essere il Lido, agli inizi dell’800:

Cavalcavo una sera con il Conte Maddalo
Sulla striscia di terra che rompe il flutto
Dell’Adriatico verso Venezia. È una brulla spiaggia
Di dune, modellate dalla sabbia sempre in movimento,
Cosparsa di cardi ed erbe acquatiche,
Che la melma salata fa nascere dall’abbraccio con la terra;
Un luogo di mare disabitato,
Che persino il pescatore solitario, asciugate le reti,
Abbandona…

Il Lido è all’epoca una distesa brada, spezzata solo da rari arbusti, qualche legno sbiancato dal mare. Accanto, la marea crea lingue di terra piatta, “Dove ci piaceva cavalcare al crepuscolo”:

Nell’aria assolata le folate di vento
Alzavano la viva spuma marina
Fino al viso; vuoto era il cielo azzurro,
Striato in lontananza dal nord che saliva …

I cavalli con le zampe immerse nell’acqua, spruzzi tra gli zoccoli, gocce sollevate nel sole: “Quel giro a cavallo era la mia gioia”. I due vanno vicini e parlano, “e veloce il pensiero, / Intrecciato alle risate (…) volava da una mente all’altra”, come l’amore per ogni luogo “spaziato e solitario”, dove il cuore prova

La gioia di credere che quel che vediamo
È sconfinato, come vorremmo le nostre anime …

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Nella primavera dello stesso 1818 Byron si è nel frattempo trasferito a Palazzo Mocenigo: ha bisogno di più spazio per il suo complicato e fantasioso ménage che include adesso il gondoliere Tita (Giovanni Battista Falcieri), un omone vigoroso affiancato al prezioso Fletcher, dei domestici e di lì a poco anche Allegra, la bambina nata dalla relazione-lampo con Claire Clairmont, sorellastra di Mary Shelley. Fanno inoltre parte della ‘famiglia’ molti cani, svariati uccelli, due “affascinanti scimmie”, una volpe, un lupo e “la tigre”.

Con il trasferimento a Palazzo Mocenigo termina la relazione con Marianna e inizia per lui una vita agitata in cui frequenta ancora molte donne, la più importanti delle quali è Margherita Cogni, detta “la Fornarina” o, appunto, “la tigre”.

Margherita, che frequenta il palazzo nel ruolo di “donna di governo”, è una seducente virago di 22 anni, “molto scura di carnagione – alta – viso veneziano – occhi neri molto belli – e certe altre qualità che non serve menzionare. – (…) una vera veneziana nel suo dialetto – la sua mentalità – il contegno – in ogni cosa – con tutta la loro ingenuità e l’umorismo buffonesco – e inoltre non sa né leggere né scrivere – e non può affliggermi di lettere”.

Alla giovane non mancano certo spirito o dialettica: “Quando l’ho conosciuta avevo una “relazione” [in italiano] con la Signora Segati – che una sera a Dolo è stata così sciocca (…) da minacciarla – perché i pettegoli della Villeggiatura [in italiano] – avevano già scoperto (…) che “cavalcavo spesso a notte fonda” per incontrare la Fornarina. – Margherita (…) le ha risposto in veneziano molto esplicito – “Tu non sei sua moglie; io non sono sua moglie – tu sei la sua donna – e anch’io sono la sua donna – tuo marito è un cornuto – e il mio fa il paio; – perciò che diritto hai di rimproverarmi?”.

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Purtroppo però è anche “selvaggia”, spia le sue lettere in un crescendo di possessività, cerca più volte di stabilirsi a palazzo Mocenigo: Byron si sforza di far ragionare “la dolce tigre”, il marito viene a cercarla, la polizia interviene e lei deve “tornare da quel “becco Ettico” [in italiano], ossia il “povero uomo malato di tisi”. A lei si devono alcuni episodi formidabili, come il racconto del violento temporale che sorprende Milord in barca, verso il Lido:

“Un giorno d’autunno stavo andando al Lido con i miei gondolieri – ci sorprese una burrasca che mise in pericolo la Gondola – via volarono i cappelli – l’imbarcazione piena d’acqua – perduti i remi – mare in tumulto – pioggia a torrenti – notte imminente – & vento che cresceva ogni minuto. – Al ritorno – dopo una fiera lotta, la trovai sui gradini di Palazzo Mocenigo prospicienti il Canal Grande – i grandi occhi neri fiammeggiavano tra le lacrime e i lunghi capelli scuri le ruscellavano gonfi d’acqua sul viso & sul petto; – era completamente esposta alla tempesta – il vento che gonfiava i capelli e il vestito avvolto all’alta figura – e i lampi che le sfolgoravano vicino e le onde che le rullavano ai piedi la facevano somigliare a Medea o alla Sibilla della tempesta che le ruggiva attorno – il solo essere vivente nel canale, a parte noi. – Vedendomi salvo non aspettò di salutarmi come credevo, ma mi gridò contro: “Ah! Can della Madonna xe esto il tempo per andar al Lido? [in italiano]”, si precipitò in casa e prese a divertirsi rimproverando i barcaioli perché non avevano presagito il “temporale”. – I domestici mi hanno detto di essere riusciti a impedirle di venire a cercarmi in barca – grazie al rifiuto di tutti i gondolieri del Canal Grande di uscire in un tempo simile e allora si è seduta sui gradini nella furia della tempesta– e nessuno è riuscito a smuoverla o calmarla. – La sua gioia nel rivedermi – così mista a ferocia – m’ha dato l’idea di una tigre che stesse riacquistando i suoi cuccioli”.

L’attaccamento veemente non basta ad ogni modo a tenerla a palazzo: Margherita “è diventata ingovernabile”, constata Byron. L’ennesima lite, in cui lei impugna un coltello, porta la storia all’epilogo – con una coda inaspettata: “Se intendesse usarlo contro di me o contro di sé non so – probabilmente contro nessuno dei due – ma Fletcher l’ha afferrata per le braccia – e disarmata. – Poi ho chiamato i miei barcaioli – perché approntassero la barca per ricondurla a casa sua – assicurandosi che non combinasse altri guai nel frattempo. – Sembrava molto tranquilla e scese le scale. – io ripresi la mia cena. – abbiamo sentito un gran rumore – (…) si era gettata nel Canal Grande…”. (BLJ 6, a Murray, 1agosto 1819)

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Agli inizi di aprile 1819, nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi il poeta conosce Teresa Gamba, solo sedicenne, il giorno del suo matrimonio con il Conte Guiccioli: “Mi sono innamorato di una contessa Romagnuola [in italiano] di Ravenna (…) – e ho speranze Signore – speranze – ma lei vuole che vada a Ravenna – & poi a Bologna – ora questo andrebbe benissimo se avessi certezze – ma per semplici speranze – se mi dovesse piantare – e io dovessi far “fiasco” [in italiano] – non potrei mai più mostrar la faccia in Piazza” (Byron qui scrive “if She should plant me and I should make a “fiasco”, traduzione letterale, sebbene scorretta del gergale “piantare”, “mollare”). La lettera prosegue: “il Conte è tremendamente ricco – (…) – ma ha cinquant’anni ed è bizzarro – ha due altre mogli e figli prima di questa terza – una bella ragazza bionda uscita l’anno scorso dal convento – che sta facendo il suo secondo giro di Conversazioni [in italiano] a Venezia – (…) È bella – ma non ha tatto – risponde a voce alta – quando dovrebbe sussurrare (…) – e proprio questa sera ha fatto inorridire una composta compagnia in casa della Benzoni chiamandomi con un urlo “Mio Byron”, ben udibile in una pausa di assoluto silenzio (…) – Tra i suoi presupposti è che non dovrò mai lasciare l’Italia; – non desidero lasciarla – ma non vorrei nemmeno esser spiattellato in comune Cicisbeo. – cosa farò! Sono innamorato – e stanco del concubinaggio promiscuo…” (a John Hobhouse, 6 aprile 1819).

Così lo descrive invece lei, Teresa, nelle sue Memorie, scritte in francese molti anni dopo: “Il suo contegno nobile e squisitamente attraente, il tono della sua voce, le sue maniere (…) lo rendevano così diverso e superiore a chiunque altro avessi incontrato prima, che era impossibile non lasciasse in me una profondissima impressione. Da quella sera, durante il mio intero soggiorno a Venezia, c’incontrammo ogni giorno”.

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In effetti la contessa “chiara come l’alba – e calda come mezzogiorno” (a Douglas Kinnaird, 24 aprile 1819) non lo “pianterà”: già il 22 aprile Byron le scriverà – in italiano – chiamandola “Carissimo il mio Bene”, che il 25 diventa “Amor Mio”, e “Anima Mia” il 3 maggio.

In giugno va a trovarla a Ravenna, a settembre lei viene a Venezia e insieme trascorreranno molto tempo nella villa di Mira, nella campagna veneziana.

In novembre Byron fa l’ultima cavalcata al Lido. Pensa di tornare in Inghilterra, poi cambia idea per un malore della piccola Allegra, che ha sistemato nel collegio di Bagnacavallo. A dicembre parte per Ravenna: vuol seguire Teresa. Fino alla partenza per la Grecia, sarà per lei “quel che qui chiamano in modi diversi – talvolta un “Amoroso” [in italiano] (…) tal altra un Cavalier servente [in italiano]” (ad Augusta, 19 dicembre 1816).

A Venezia farà sporadici ritorni, ma la sua esperienza veneziana è finita.

Paola Tonussi

*In copertina: Lord Byron nel ritratto di Richard Westall