Buon Natale gente! Solo per voi, un racconto inedito di Aurelio Picca, “Gesù mutilato”

Posted on Dicembre 21, 2017, 12:46 pm
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Pigliatelo come un dono di Natale. Uno dei più importanti scrittori di oggi, Aurelio Picca (nella fotografia di Dino Ignani) – autore, tra i tanti grandi libri, di “Tuttestelle”, “Bellissima”, “Addio”, “Un giorno di Gioia” e dell’elegia, tonante, “L’Italia è morta, io sono l’Italia” – scrive un racconto di Natale per un neonato editore di qualità, che ha la pretesa di fare, in direzione ostinata e contraria alle norme di mercato, “pochi libri per pochi”. Così nasce “Gesù mutilato”, una placca, un racconto raffinato e introvabile. Regalato dall’editore De Piante a chi acquisterà il cofanetto “Collezione Natale 2017” che raccoglie quattro libri d’annata: le lettere inedite di Eugenio Montale a Manara Valgimigli, la “Modesta proposta per quattro trame eversive” di Fruttero & Lucentini, il geniale “Viaggio con Ezra Pound” di Piero Chiara e il corrosivo “La danza dei cadaveri La fiera dei venduti” di Emilio Villa. Quattro libri da collezione, con copertina costruita appositamente da alcuni tra i massimi artisti di oggi (Roberto Floreani, Giovanni Frangi, Michele Ciacciofera, Alessandro Busci), cui si aggiunge la ‘ciliegina’, il racconto inedito di Picca, “l’ultimo talento cristiano e animale”, così lo descrivono. Il racconto si può acquistare orfano degli altri libri per 10 euro, in stampa limitata (500 copie), legato a mano. Tutte le informazioni sono qui. A noi il racconto natalizio è piaciuto e ne regaliamo, per gentile concessione dell’editore, un brandello ai nostri lettori.

 

Ho pochi soldi. Non importa. Tra poco entrerò in convento. In quella enorme casa di pietra lontana dal mondo. Con le colonne, il refettorio, la navata centrale, le finestre di alabastro. E con le chiazze di umido, il chiostro che cade a pezzi è invaso dalle erbacce. Sarà come il Natale della mia quarta infanzia. Ricorderò i giorni dell’abbandono protetto da questa nuova casa gigantesca. Il convento sarà il palazzo che desideravo comprare – rotto e abbandonato – se non avessi speso i miei quattrini in oggetti che sopravviveranno alla mia morte. Lo volevo a ogni costo perché da bambino ho abitato in una casa immensa e appollaiata in cielo. Uno sfacelo. Con i vetri delle finestre infranti. Pochi mobili. Poco cibo. Con molti topi che passeggiavano sul letto e al mattino trovavo le loro cacche sui vestiti. Era fredda all’ultimo piano di un palazzo scalcinato, identico a una tomba ficcata in una via dimenticata.

Anche in inverno mancava l’acqua. Allora mia madre mi costringeva a fare su e giù con i secchi di plastica. Quasi cento gradini di peperino rosicchiato. Le vòlte, affrescate dalle ragnatele; l’intonaco, gonfio e nerastro come pelle malata. I recipienti li riempivo nel lavatoio dove nella vasca di pietra galleggiavano ratti gonfi. Le scale erano illuminate da lampadine di poche candele. E io, coi secchi pieni e vuoti, ero terrorizzato di trovare a ogni svolta un fantasma pronto a inghiottirmi. Dietro le porte delle altre abitazioni, se ne stavano poveri cristi o persone odiose. Si rinchiudevano svelti sbattendo le porte come volessero nascondersi o difendere un segreto. Poi si mettevano a origliare a ogni ora del giorno e della notte.

PlaquetteL’unico che guardavo senza l’ansia di essere schivato come un indegno, era Albertino, il giocatore di biliardo che si vestiva da gangster e non superava il metro e cinquanta. Mi salutava con un cenno. E io contraccambiavo con un sorriso. Qualche anno dopo imparerò da lui a giocare con la stecca. Proprio da Alberto che se non avesse avuto le gambe corte, e soprattutto le braccia corte, sarebbe stato una superstar del panno verde. Eppure rimaneva un campione anche se costretto a usare spessissimo la stecca lunga. Era eroico, nobile, muto, serrato con violenza nel destino, Alberto. E quando si uccise, strozzandosi con un filo di ferro nel cesso, mi si strappò la lingua. Al cimitero, mentre i becchini lo infilavano nel loculo, al terzo piano, a momenti mi cadeva addosso con tutta la bara scivolata dalle mani di quegli stronzi. Se non avessero fatto in tempo a recuperarla mi avrebbe travolto e ucciso. Ma dopo che lo infilarono dentro e richiusero con i mattoni e la calce il buco, ero contento. Non ho mai pensato che Albertino ce l’avesse con me. Precipitando forse voleva salutarmi. Regalandomi un sorriso che non era mai riuscito a partorire in vita.

A casa mia era sempre Natale perché io amavo il presepe così tanto da lasciarlo in vita tutto l’anno. Mi era rimasto negli occhi, e conficcato in corpo come una fiammella, il presepe di Massimo che avevo contemplato nella terza infanzia. Lui aveva un presepe più bello del Circo. Era migliore delle strade che percorrevo, delle facciate delle case, del tepore o freddo che emanavano. Il presepe di Massimo era un mare calmo. La fine del diavolo sulla terra. Un camino acceso. Anzi, era un mondo tenuto insù dagli angioletti travestiti da uccelli che, con il beccuccio, lo alzavano come una corona o un cerchio magico dove io ci cadevo dentro. Le montagne di carta rocciosa erano sagomate e fascinose più di ogni montagna vera; i paeselli sulle alture giacevano come altrettanti nidi; pastori e greggi ridevano, cullavano la notte; la stella cometa non si poteva immaginare da che mondo provenisse e dove fosse intenzionata ad andare. Nella stalla il bue e l’asinello erano di carne e sangue ma non si notava. Giuseppe e Maria gioiosi ma senza alzare lo sguardo dal Bambinello roseo, dolce come fosse di zucchero filato. Ecco, io nella soffitta sterminata della mia casa sventrata, della mia vita di ragazzino abbandonato nel pieno degli anni Sessanta, desideravo quel presepe. Volevo a ogni costo imparare a costruire il presepe di Massimo.

Aurelio Picca