Breve storia dell’imene in letteratura: da Mario Puzo a Moravia e Oriana Fallaci (per fortuna c’è Orwell a insegnarci che la castità è immorale)

Posted on settembre 08, 2018, 10:55 am
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Non è l’uomo a lacerare l’imene, non è lui a ferire: l’imene è un serpentello che morde il pene di chi lo va a infastidire. Così certi popoli antichi si spiegavano quel sangue sul sesso maschile dopo il primo amplesso, dandogli valore mistico. Il sangue della donna fa paura agli uomini, la sua potenza sessuale atterrisce: va fermata, domata, non deve scalfire la supremazia maschile. È così per la maggior parte delle culture, ovvero per le società, così anche per noi ‘evoluti’ occidentali. Che scopo hanno infatti tutte le credenze che il cristianesimo ha costruito sullo strappo di una piccola, innocua membrana?

ALBERTO MORAVIA GLI INDIFFERENTI“E ora che faccio…”, si domanda la Penelope alla guerra di una Oriana Fallaci giovanissima. Ha fatto sesso per la prima volta, e si tocca il ventre che immagina cambiato: è sempre lo stesso. Si tocca tra le gambe, il resto del corpo, cerca il dolore fisico temuto. Ma niente è risultato mostruoso, tutto è rimasto uguale, la prima volta non lascia segni, te lo fanno credere. Le stesse paure di Penelope invadono l’appena non più vergine Carla de Gli indifferenti di Moravia: che fare, non fare, se non lavarsi, e capire che la nuova vita che doveva uscire da questa esperienza, non esiste. Ne rimane il ricordo, fermo non all’attimo dell’imene troncato, ma alle bianche mattonelle del bagno del suo iniziatore Leo, alla sua noncuranza, il suo pagarti un taxi per toglierti di torno. Quei soldi nella mente di Carla sanciscono l’ingresso nella prostituzione. Il futuro matrimonio con Leo sarà questo, sarà sesso fatto in cambio di lusso e agio, di una vita da indifferente spettatrice. Dando il suo imene in acconto, Carla si scopre vecchia.

Come diventano ridicoli certi grandi, maschi scrittori quando descrivono la prima volta di una donna. Nella loro vita vera forse ne sono stati partecipi una e più volte, ma nulla ne sanno, nulla ne hanno compreso. Come Mario Puzo ne Il Padrino: a Michael Corleone l’illibata Apollonia da sposare, e istruire al sesso. In una Sicilia arcaica, ottusa, le ragazze di Puzo sono tutte vergini, tutte Madonne, animaletti al sacrificio. L’assurdo è nelle pagine della rottura dell’imene di Apollonia, il grottesco di una sposina che si fa accompagnare dalla madre quasi in camera da letto, per subito trasformarsi in amante navigata, godere tra le braccia di un uomo che non conosce, con cui non ha scambiato parole, ma sguardi di fuoco, assicura l’autore! MARIO PUZO IL PADRINOLa virginea Apollonia sarebbe sopravvissuta al confronto della newyorchese, sofisticata Kay? Semplificando al massimo la saga dei Corleone, di chi ha paura Michael se non di Kay, una donna che i suoi soldi, il suo potere, il suo charme da maschio italiano, non sono riusciti ad asservire? Kay non è certo vergine quando incontra Michael, e alla fine è Kay a fargliela pagare senza piombo, col suo silenzio accusatore. Paga anche lei, sicuro, la colpa non fa distinzioni.

L’idea di verginità femminile è totalmente ribaltata in 1984 di George Orwell: Winston ama Julia in quanto più sessualmente corrotta, ‘sporca’ possibile. Ama quel suo corpo passato di mano in mano, covo di più sperma lasciato da più uomini. E Julia è donna che fa sesso unicamente perché le piace, consapevole di quell’istinto che spinge un corpo verso un altro. Entrambi vivono in un ‘sistema’ dove l’autenticità, la purezza sono concetti imposti per autorità, quindi falsi. Lottano per la verità, facendo sesso senza regole, perché sono due combattenti che considerano ogni loro azione – anche sessuale – strumento di lotta per sopravvivere. Julia, il suo imene spezzato chissà quando, chissà da chi, sconfigge uccidendo quanto da secoli ci insegnano, ossia a valutare notevole e morale una donna solo se casta, o si concede a un uomo legalmente, per la vita, e meglio se con la benedizione di qualche maschio Dio.

Barbara Costa