“È vero che l’al di là, tutto l’al di là è in questa vita? Chi vive? Sono io solo? Sono io?”. Il ritorno di “Nadja”, il libro impossibile di André Breton

Posted on Dicembre 21, 2019, 11:31 am
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Un tempo, André Breton era la chiave di volta della letteratura che conta, per lo meno, era il dio surrealista. Il problema, semmai, è quello – consueto – che lo sforzo teorico non si coagula con quello retorico, che la foga nel ‘fare’ non ha consonanza nel ‘dire’. Insomma: o ci sei o ci fai, o maneggi o scrivi. Breton maneggiò tanto, conobbe molti – da Tzara, un secolo fa, a Freud, da Dalí a Trotsky. Diede spazio, scoprì talenti – Julien Gracq! – aveva gusto per l’indifeso, il difforme, il caos. Dai suoi chiostri son passati tutti, da Artaud a Bonnefoy, nell’intento – programmatico – di esplorare l’al di là del linguaggio, un precipizio grammaticale.

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E lui? Relegato in un ismo, la sua opera è andata alla polvere. Gallimard, piuttosto, recupera il libro decisivo di Breton, Nadja, costellandolo di sugosi materiali di contorno (una intervista radiofonica, le recensioni di René Daumal e di Maurice Blanchot, la revisione del manoscritto). Nadja è scritto nel 1927, pubblicato da Gallimard nel 1928, ripreso da Breton nel 1963 – il nostro morirà tre anni dopo. È, quindi, poco più che un fascicolo di 150 pagine, il libro miliare di Breton, quello che ne definisce i caratteri: sovvertimento dei generi (saggio ispirato?, delirio?, elogio del caos?, lettera d’amore?), patchwork, inserti fotografici con disadatte didascalie, andamento da passeggiatore solitario nella foresta delle interpretazioni, Baudelaire su un bolide da Formula 1. L’incipit gorgheggia la domanda capitale (“Chi sono io? Se per una volta mi rifacessi a un proverbio: in fondo potrei forse domandarmi semplicemente qui je hante: chi frequento, chi infesto”), la chiusa è un programma, è programmatica: “La bellezza sarà CONVULSA o non sarà”. Che vuol dire? Che importa.

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Senza prendersi la briga di ritradurlo – a che pro?, resta un documento più che un romanzo, un testamento – Einaudi ha riproposto il libro nel 2007. Giordano Falzoni l’ha tradotto nel 1972. La nota di Lino Gabellone è buona: “Il senso dello scrivere per Breton appare definitivamente consegnato nella bizzarra parabola di quel pittore pateticamente scrupoloso che a Marsiglia gareggiava al tramonto con il declinare della luce solare, per fissare tutte le successive sfumature e tutte le variazioni di intensità finché, colto dalla sera, fu costretto a cancellare ogni residui bagliore”. Ma che bellezza, ecco: un uomo di luce che si cancella, che oblia al buio. Scrivere, in effetti, è rinunciare alla scrittura – è scriversi.

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L’intervista radiofonica di André Parinaud, siamo nel 1952, è interessante. Qui si chiede a Breton di approfondire il rapporto tra ‘avanguardia’ surrealista e spirito politico, polemico. “Anche se avessimo investito tutti i nostri mezzi nell’azione politica – dicevamo, senza mezzi termini: azione rivoluzionaria – penso che prima o poi la sollecitazione surrealista ci avrebbe inghiottito ancora. Era irrefrenabile. Allora eravamo giovani, presumo, l’attività ludica era lontana dall’essere repressa… Il gusto dell’avventura nei meandri del linguaggio, nei sentieri del sogno era molto forte. Opere come Nadja offrono un discreto resoconto di quel clima mentale in cui il gusto del vagabondaggio era portato ai limiti estremi. Si tratta di vedere ciò che è nascosto dietro l’apparente. L’incontro inatteso, in effetti, tende sempre a prendere i contorni di una donna, ed è il culmine della ricerca”. Fedeli d’Amore un tanto beat, i surrealisti, più che granatieri della politica. (Diciamo che Breton si scherma, gioca a nascondino etico).

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Vale il libro? Intelletto, gioco, alchimia scacchistica: Nadja è libro dissanguato, per seguaci di fluorescenze metafisiche. Ma ha una sua notevole arguzia che mi ricorda – col senno del dopo – alcune cose di Cortázar, di Sebald. Eccone un tot: “Avevo da tempo cessato di intendermi con Nadja. A dire il vero, forse non ci siamo mai intesi, almeno sul modo di considerare le cose semplici dell’esistenza. Aveva scelto una volta per tutte di non tenerne alcun conto, di disinteressarsi dell’ora, di non fare alcuna differenza tra i discorsi futili che le capitava di fare e gli altri che mi stavano tanto a cuore… Quante volte, non reggendo più, disperando di poterla ricondurre ad una nozione reale del proprio valore, mi sono quasi dato alla fuga, salvo ritrovarla l’indomani tale quale sapevo essere quando non era, lei stessa, disperata, e rimproverarmi allora il mio rigore e chiederle perdono!… Solo l’amore nel senso in cui io lo intendo – dico il misterioso, l’improbabile, l’unico, lo sconvolgente e l’indubitabile amore – quale forse può essere solo se è a tutta prova, avrebbe consentito il compiersi del miracolo… Chi vive? Sei tu, Nadja? È vero che l’al di là, tutto l’al di là è in questa vita? Non ti sento. Chi vive? Sono io solo? Sono io?”.

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Osservazione critica interessante. “Invidio (per modo di dire) l’uomo che ha il tempo di preparare qualcosa come un libro, che, avendolo portato a termine, trova il modo d’interessarsi alla sorte di tale oggetto o alla sorte che dopo tutto un tale oggetto gli riserva. Perché mai non mi lascia credere che strada facendo gli si sia presentata almeno una vera occasione per rinunciarvi!”. Già. Scrivere un libro è ascesi da sé; pubblicare è rinunciare, uccidere. (d.b.)