Come si avvicinano gli studenti ai “testi sacri”? Bisogna scendere dalla cattedra e andare a teatro. Sulla “Madre Courage” di Brecht secondo Maria Paiato

Posted on Novembre 09, 2019, 11:25 am
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Il problema, atavico e polveroso, suona più o meno come una nenia di paese: come si fa ad avvicinare gli studenti delle scuole italiane ai “testi sacri” della letteratura mondiale quando gli stessi ragazzi ammettono di avere più di una difficoltà a concentrarsi su un libro per più di quei classici (e pericolosi) 20 secondi che servono per mandare un messaggio su WhatsApp o per commentare un post su Facebook? Non ci sono scorciatoie: l’unica via percorribile è quella del teatro. Alla scena quindi il compito di sostituirsi alla didattica degli insegnanti, troppo spesso appollaiati sulla sedia della cattedra. L’aria della scena, i tempi, le parole “vive” degli attori sulla scena possono essere il viatico per addolcire e quelle bocche asciutte e aperte mentre leggono “sta scrivendo”…

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Riaffiora alla mente, come un lampo di una notte di novembre, quella sintetica ed essenziale “Compagni di scuola”, canzone straordinaria di un giovane Antonello Venditti che a un certo punto, più o meno a metà del brano, dice così: “Il presidente, la croce e il professore / che ti legge sempre la stessa storia / nello stesso modo, sullo stesso libro, con le stesse parole / da quarant’anni di onesta professione”. Lo rivedi in maniera nitida, quel professore degli anni Settanta, un po’ “Amarcord” di Federico Fellini e un po’ Nanni Moretti. Ovviamente l’immagine che scavalca le altre è quella del professore di greco con il baffo “da ventennio”, semplicemente “Fighetta”, con la sua boccuccia a culo di gallina. Per chi ha fatto il Liceo classico, l’interrogazione di Ovo è una perla di rara bellezza.  Eccola, battuta per battuta.

Professore: “Acta necròn garpesònton, issemàr psamèn fosìn, cheeleo ienimèn fonès. È bella la lingua greca, vero?”.

Ovo: “Ostia!”.

Prof.: “Com’è musicale, eh?”.

Ovo: “Eeeh!”.

Prof. “EMARPSAMEN… ripeti”.

Ovo: “E-MAR-PSA…” (sputo).

La classe ride.

Prof.: “No… no…”.

Ovo: “Non ci riesco!”.

Prof.: “State un po’ zitti, voialtri! Coraggio…”.

Ovo: “Professore potrebbe essere così gentile? Scusi, me lo potrebbe far risentire?”.

Prof.: “Certo, certo, certo… guarda: E-MAR-PSA-MEN… fai attenzione alla lingua, deve battere qui, contro il palato…. poi, cacciala fuori… E-MAR-PSA-MEN… coraggio!”.

Ovo: “E-MAR-PSA…” (pernacchia).

La classe ride.

Ovo: “State zitti, che faccio una gran fatica… dai….”.

Prof.: “Dunque, su, coraggio, E-…”.

Ovo: “E-MAR-PSA….” (pernacchia). “Ha sentito? È difìcile (con una f sola, alla romagnola) il greco! Come la metteva la lingua?”.

Il professore mostra come impostare la lingua, Ovo lo segue: “Non così fuori… tra i denti…”.

Ciccio: “Dai, Ovo, che ci sei vicino!”.

Prof.: “EMAR…”.

Ovo: “EMAR…”. (tira un sospiro profondo ed esplode in una fragorosa pernacchia).

Prof.: “Va a posto, Perdio!!!!”.

Ovo, sconsolato: “C’ero quasi riuscito, però…”.

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Parla di “coraggio” – ma al femminile, al maschile esiste solo quello del professor Fighetta – il nuovo lavoro di Maria Paiato, passata al Teatro Galli di Rimini con Madre Courage e i suoi figli” di Bertolt Brecht, lì dove il coraggio è quello di una donna, madre di tre figli di tre letti diversi. In un tempo distopico dove l’essere umano è capace di abituarsi alla sua stessa fine, Madre Courage – Anna Fierling si muove in un mondo che già non c’è più: sopravvissuta tra i sopravvissuti, nonostante la morte dei figli, continua tenacemente a maledire la pace e a credere che non tutto sia perduto nonostante i suoi affari ruotino attorno al conflitto bellico facendo affari con i soldati ai quali vende le sue mercanzie.

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L’ouverture non lascia dubbi: la prima scena vede gli attori ben schierati sul palco, spalle al pubblico, come fossero soldati in attesa dell’esecuzione. Al centro, faccia rivolta alla platea, troviamo questa novella badessa un po’ faccendiera, un po’ baiadera, un po’ trafficona, un po’ italica – una “Filumena Marturano” quindi depurata parzialmente dalla sua napoletanità – e poco teutonica, con un grande gong-buco nero alle sue spalle, elemento totemistico che scandisce il tempo del rito pagano: quello del sacrificio dei figli. Tra i personaggi sul palco merita un’attenzione particolare Yvette, interpretata da una eccezionale Anna Rita Vitolo (“di casa” a Rimini in quanto ha vinto il Festival “Le voci dell’anima” qualche anno fa), capace di dare alla sua “maschera” un’anima fragile come un bicchiere di cristallo ma anche fatale e ciondolantemente felliniana allo stesso tempo. Ma è tutto il gruppo a convincere e a “incorniciare” con precisione la mise en scene diretta dal regista Paolo Coletta e a restituire alla platea del teatro Galli di Rimini una pièce ficcante e allo stesso tempo attuale, complice un tessuto musicale che dà slancio alle battute e “copre”, quando ci sono, i silenzi, creando quella tensione tipica di un’attesa.

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L’opera è ambientata tra la Polonia, la Svezia e la Germania nella prima metà del 1600, più precisamente durante la celebre “Guerra dei Trent’anni”. Anna Fierling è una “piccola capitalista” che non si rende conto che sarà poi schiacciata dai “grandi capitalisti” che sono i regnanti, che si interessano solo delle sorti della guerra, ma dai quali dipendono gli affari dei “piccoli capitalisti”. Il dramma antimilitarista risulta quindi anche un dramma anticapitalista. La guerra la priverà dei suoi tre figli (come poi è successo per molte altre famiglie che hanno dovuto dare i propri cari alla causa) e la lascerà sola, con il cuore ormai indurito dal dolore ma il suo istinto materno ormai completamente offuscato non le permetterà di rendersi conto che la guerra è un male. Anzi, lei cercherà proprio nel conflitto bellico la possibilità di fare nuovi affari.

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Lo spettacolo, atto unico di un’ora e 55 minuti, è un “canto alla durata” e supera la “prova” della trasposizione dal libro alla scena (anche se va detto che, come nel caso di alcune opere dell’ultimo Pirandello, quello dei “miti”, anche “Madre Courage” ha la sua dimensione più vera e profonda su carta e meno in scena): il ritmo, anche grazie alla sonorità e al canto, si mantiene alto. Maria Paiato, deus ex machina e figura centrale del dramma, incocca le frecce verbali e le scaglia contro tutti, come un animale ferito che difende – ma sino a un certo punto – i cuccioli ma che allo stesso tempo osserva con attenzione le possibilità di un guadagno.

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Va dato atto al regista una solida capacità di non scivolare nel facile contemporaneismo: vista la materia, sarebbe stato facile aggrapparsi alle cronache quotidiane. Paolo Coletta non cade nella trappola e cristallizza lo spettacolo all’epoca dei fatti, senza attingere quindi al pietismo che si ramifica con una certa frequenza in taluni lavori per la scena. Il teatro è un atto di onestà e lui segue una poetica sincera. Coraggiosa, certo. Del resto, il titolo dell’opera di Brecht è chiaro: serve coraggio e coerenza. Per rispetto dell’autore e del pubblico.

“Si vis bellum, para pacem”. Se vuoi la pace, insomma, prepara la guerra.

Alessandro Carli