“Attenti al gorilla!”. Storia di una canzone brutale e stupefacente, da usare come antidoto al Festival di Sanremo. Ovvero: elogio di Georges Brassens

Posted on Febbraio 01, 2020, 9:27 am
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Mentre l’Italia canticchiava le canzoni presentate a Sanremo, in Francia un ragazzo con i baffi raccontava, chitarra alla mano, pipa e baffi, la storia di un quadrumane scappato dalla gabbia di un circo e che vuole togliersi l’illibatezza.

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Il brano rimasto maggiormente impresso nell’immaginario popolare dell’edizione del 1953 del Festival della canzone fu Vecchio scarpone, interpretato da Gino Latilla e Giorgio Consolini, un pezzo “simbolo dello sciovinismo patriottico italiano a tal punto che fu accusato dalla sinistra dell’epoca di operare una malcelata apologia malinconico-nostalgica del Ventennio”. Sul palco ligure c’erano anche Nilla Pizzi (che l’anno prima si era aggiudicata il primo, il secondo e il terzo posto), un debuttante Teddy Reno, Carla Boni e Flo Sandon’s e Achille Togliani.

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“Io non sono poeta, o forse solo un pochino: mescolo parole e musica e poi canto” diceva di se stesso il ragazzo “con due baffi da uomo” e una pipa sospesa sul labbro.

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Siamo nel 1953 e nelle case italiche riecheggiano le malinconie per un robusto calzare di montagna. Il pezzo gira così: “Vecchio scarpone/ quanto tempo è passato/ quante illusioni/ fai rivivere tu/ quante canzoni/ sul tuo passo ho cantato/ che non scordo più”. Intanto a Parigi inizia a far rumore un giovincello baffuto, pacioccone, a tratti timido, sicuramente impacciato che parla di storie di vita, di personaggi silenziosi, di borderline, di disperati.

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L’anno prima, esattamente il 6 marzo del 1952, una cantante piuttosto conosciuta negli ambienti della capitale francese – Patachou è il suo nome – decide di portare sul palco di un cafè-cabaret di Montmartre i testi scritti dal figlio di un muratore di Sète, un paesino dell’Occitania. In platea c’è anche l’autore. Non ha un soldo da sbattere sull’altro. Henriette-Eugénie-Jeanne Ragon – ovvero Patachou – lo scorge con la coda dell’occhio. E sorride. “Vi ho appena cantato Bancs publics. Questa canzone l’ha scritta quel tizio là. Ne scrive altre, di canzoni, ma non sono adatte a me. Ve le canterà lui, adesso. Può darsi che la cosa non gli piaccia per niente, e che non voglia. Comunque si chiama Georges Brassens”. Patachou abbandona per un attimo il palco, si intrufola tra il pubblico, lo avvicina, lo prende sotto braccio e lo invita ad esibirsi. Il ragazzotto, colto alla sprovvista, inizia a sudare come una fontana. È terrorizzato: in fondo era lì per ascoltare, non per farsi ascoltare.

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Alla fine però è costretto a cedere. Non gli è amica la grazia – dicono che tenesse la chitarra alla maniera di un contadino che spinge una zappa o un aratro – e che avesse due braccia grosse come quelle di un lottatore di Sumo. Sale sul palco, e gli occhi sono tutti per lui. Si schiarisce la voce, cerca una timida dimestichezza con le corde e poi decide di dire qualcosa. Di raccontare una storia.

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“C’est à travers de larges grilles que les femelles du canton…” (che in italiano si può tradurre, in maniera grossolana, con “È attraverso grandi reti che le femmine del Cantone…”) è la prima scalpellata alla pietra angolare, la verticale che taglia il tempo, l’inizio della vita. L’acqua che si separa, l’orologio che si ferma. Il 6 marzo del 1952, in un luogo fumoso di Paris, nasce colui che Gabriel Garcia Marquez, negli anni Ottanta, definirà semplicemente “il più grande poeta francese vivente”.    

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A Parigi hanno uno stomaco forte. Dev’essere stato questo il pensiero di Georges Brassens: la Capitale ha vissuto gli esteti del Decadentismo, i simbolisti che si devastavano di vino (Charles Baudelaire lo adorava forse più dell’assenzio), i Bohemien, la vita disperata di Amedeo Modigliani, per esempio. Quindi un gorilla che esce dalla prigione e cerca di togliersi l’onta della verginità non dovrebbe intaccare gli smalti e le pelliccette e i nasi all’insù delle dame.

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A tre anni dall’esibizione live a Montmartre e a due dalla pubblicazione del 33 giri – uscito per Polydor nel 1952 con il numero 530.011  – una radio francese indipendente e abbastanza anarchica, Europe 1, decide di trasmettere Le gorille, la canzone più censurata della storia della Francia. È già un primato, a modo suo… Una stella al merito.

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Già, ma perché? Cosa ha fatto incazzare i “censuristi” innaffiati di moralismo e che magari la sera ne fanno più di Bertoldo? Che c’è di male in un animale che finalmente viene liberato dalla gabbia in cui è stato costretto e riesce, per la prima volta, a incontrare la vita e la libertà?

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Nel 1953 il singolo più venduto in Italia è Eternamente di Nilla Pizzi. In Francia invece si discute di un certo Brassens, il meridionale, il cantante da osteria che scrive zozzerie e che racconta “sporcherie” inaudite, che dà voce alla giustizia della natura perché quella dell’uomo è contaminata da interessi e da un’arsura di successo. Non dice esplicitamente le parolacce però: le fa capire.

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Qui da noi è stato importato – o meglio, sdoganato, o meglio ancora, fatto conoscere – da Fabrizio De André. Faber ha preso il testo, lo ha messo in italiano, e lo ha cantato. Del resto, la storia del gorilla che lo pianta nel culo a un giudice rientra nella sua poetica avendo raccontato le vicende di un laureato piccolo di statura che studia per diventare procuratore (Non al denaro, non all’amore né al cielo, concept ellepì che racconta i personaggi statunitensi della Spoon River di Edgar Lee Masters).

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Georges Brassens racconta, in un frammento potentissimo e micidiale, la storia di un gorilla che viene scrutato dalle “comari”: le loro attenzioni sono tutte indirizzare verso quel coso che ha tra le gambe. I commenti si sprecano e tutte loro fantasticano numeri e prestazioni da Kamasutra. Succede che la gabbia però si apre e l’animale esce: ha fame, ma non di cibo. Ha fame di figa, detta senza troppi giri di parole. E vuole togliersi di dosso la verginità. Le donne ovviamente scappano, dimostrando che tra le idee e l’azione ci passa un fiume. Rimangono indietro una vecchietta e un giudice. La prima caccia un sospiro, pensando che in fondo sarebbe bello che fosse ancora desiderata. Il secondo invece è sereno: va bene che il gorilla non ha mai trombato, però in fondo è difficile che la “prima” debba avvenire con un uomo. Passi l’astinenza, ma passare per una scimmia, il togato, lo esclude a priori.

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Il gorilla snobba la vecchietta e si dirige sull’uomo, lo prende per un orecchio e lo porta in mezzo a un prato. Quello che accade è facile da immaginare: gli pianta l’uccello nel culo. Il giudice piange e tra una botta e l’altra grida “mamma”. Le stesse parole che aveva pronunciato il giorno prima un signore che era stato condannato dallo stesso avvocato alla ghigliottina.

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Nel dubbio quindi, “attenti al gorilla!”. Soprattutto se si è laureati in Giurisprudenza.

 

(Nei giorni del Festival di Sanremo, animato dalla ridicola polemica pre-evento sulle parole di Amadeus sulle donne “bellissime” che sanno stare “un passo indietro rispetto ai loro partner”, metterò sul giradischi il 45 giri di Georges Brassens. Anche perché non ho studiato Legge ma Lettere moderne. E ho imparato che dietro a un grande uomo sta sempre una grande donna).

Alessandro Carli