Boris Vian, lo straordinario all’avanguardia. Vita folle dello scrittore dai mille nomi che con “Sputerò sulle vostre tombe” scandalizzò i paladini del moralismo

Posted on Giugno 24, 2020, 2:05 pm
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Lo chiamavano “Il principe di Saint-Germain-des-Prés” perché trascorreva le serate in cantine fumose dove si suonava il jazz e s’impazziva per i ritmi d’America. Non gli era sufficiente un soprannome, però, lui si destreggiava entro una sinuosa e vasta scia di pseudonimi: Vernon Sullivan, Hugo Hachebuisson, Adolphe Schmürz, Bison Ravi – anagramma del suo nome autentico. Scrittore, musicista, paroliere, ingegnere, traduttore, esteta del jazz. Facile allo scherzo, abile al gioco. Ama Alfred Jarry, William Faulkner, Jack London, Duke Ellington, Miles Davis, le donne, le cene in compagnia, le macchine sportive, il caos colorato. Inafferrabile Boris Vian! La sua vita è nel segno della velocità, della vitalità, dell’abbondanza. Sembra essere sempre un passo avanti a tutti: forgia mode, inventa parole. Boris Vian è lo straordinario all’avanguardia.

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Nato nel marzo del 1920 in una famiglia allegra e anticonformista, i genitori non lavorano, glorificati da una vasta eredità. Dai Vian c’è l’autista, il giardiniere, il cuoco e feste memorabili nella dimora a Ville-d’Avray. La madre di Vian suona l’arpa e il pianoforte, il padre balla il tango. Boris è un nome scelto in omaggio al Boris Godunov di Musorgskij.

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Nonostante la crisi del 1929 abbia notevolmente corrotto le finanze di famiglia, i Vian continuano a sorridere. Si fanno compagnia con gli illustri vicini: i Menuhin, il cui figlio, Yehudi, è un musicista prodigio, e la famiglia di Jean Rostand, figlio di Edmond, biologo e accademico. I bambini delle tre famiglie crescono insieme. Nel 1932, però, una malattia cardiaca lede l’idillio dell’infanzia di Boris. La sua vita è capovolta: è felice quando il corpo è libero dal tormento, altrimenti, vive isolato. Nel romanzo L’erba rossa (1950) Vian adombra la propria infanzia nel ritratto di Wolf. “Avevano sempre paura per me, non potevo sporgermi dalla finestra, non attraversavo la strada da solo, bastava uno schiocco di vento a farmi raggelare”, fa dire al suo protagonista. La vita è breve, capisce Vian, e lui vuole fare mille cose contemporaneamente.

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Lettore infaticabile e irascibile, Boris Vian: “Racine, Corneille, Molière. Che noia. Li ho letti tutti. Ho letto tutto Maupassant. Non me ne pento, ma me ne sono liberato”. È attratto dalla musica, dal jazz. Nonostante la malattia, impara a suonare la tromba, fonda un gruppo jazz con i fratelli. Nel 1939 ammira Duke Ellington al Palais de Chaillot. Ne è affascinato. Negli stessi anni Boris, vivace ma con poca voglia di studi, si iscrive all’École centrale des Arts et Manufactures. Oltre alla musica, ama la meccanica: sarà ingegnere. I problemi cardiaci gli risparmiano il fronte, durante la guerra incontra Michelle Léglise, si innamora. Insieme, leggono romanzi americani e partecipano a feste. Boris Vian scrive sonetti e canzoni.

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Nel 1942 diventa padre: occorre un lavoro per mettere ordine all’esistere. È assunto all’Afnor, l’Association française de normalisation: lo stipendio è buono, il lavoro non è eccitante, ma gli concede tempo per le sue attività letterarie e musicali. Quel lavoro, tuttavia, gli ispira il primo romanzo, Vercoquin e il plancton (1947), che mette in ridicolo il mondo della burocrazia. D’altronde, La schiuma dei giorni (1947) è scritto sui fogli griffati Afnor. Sono anni leggeri, interrotti bruscamente dalla tragedia. Nel 1944 alcuni ladri fanno irruzione nella casa di Ville-d’Avray, il padre di Boris reagisce e viene ucciso. Dopo la morte del padre, Boris Vian ne cercherà la copia in Raymond Queneau, Duke Ellington e Jacques Canetti.

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Poeta e consulente per Gallimard, Raymond Queneau legge il manoscritto di Vercoquin e il plancton, che gli è stato consegnato da Jean Rostand. Folgorato, fa firmare a Boris Vian il primo contratto da scrittore. Segue un periodo di grande creatività. Con La schiuma dei giorni Vian pensa di poter vincere il Prix de la Pléiade; la giuria (che contava Blanchot e Camus, Malraux e Sartre, Queneau e Éluard) gli preferisce Jean Genet. La delusione è cocente.

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Poco dopo Vian incontra l’editore Jean d’Halluin: in un café di Saint-German costui si lamenta, soltanto un sulfureo capolavoro americano come Tropico del Cancro di Henry Miller potrebbe salvarlo dal certo fallimento. Boris Vian accetta la sfida, rilancia, in due settimane scrive Sputerò sulle vostre tombe (1946). Nella prefazione del libro, Vian si presenta come il traduttore dello scrittore americano Vernon Sullivan; sarà il debutto di una vasta schiera di pseudonimi. Il libro è ambientato nel sud degli Stati Uniti e mette in scena Lee Anderson, un nero dalla pelle bianca che decide di vendicare il linciaggio del fratello. Questo ritratto di un’America scandalosamente razzista, dove violenza, alcol e eros si mescolano, ha un successo clamoroso. Nel 1949, il libro fu condannato per oltraggio alla moralità e messo al bando. Sarà l’inizio di una grande vita.

Roxana Nadim

*Il testo riproduce, in parte, l’articolo pubblicato su “L’éléphant”, dal titolo “Boris Vian: Homme orchestre”; in Italia molti libri di Boris Vian sono pubblicati da Marcos y Marcos