“Bisogna vivere senza impostura e dare tutto di sé”. Tanti auguri, Boris Pasternak, il poeta dal candore crudele

Posted on Gennaio 27, 2020, 7:28 am
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Uno scrittore scrive la propria vita per distruggerla. Evoca gli istanti – consapevole che la parola non dice, lacera, non afferma, mente – per mascherarli di sabbia, farne pupazzi, annientarli. Sembra un paradosso ma si scrive la propria vita per dimenticarla.

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Quest’anno, Boris Pasternak compirebbe 130 anni – il 29 gennaio secondo il calendario giuliano, in uso in Russia, all’epoca, il 10 febbraio secondo il gregoriano. Quest’anno, scoccano i 60 anni dalla morte. Per festeggiarlo, a Torino, dove è impazzito Nietzsche accarezzando un cavallo di bronzo e dove alcuni credono che sia sepolto il Graal, ho comprato la sua Autobiografia. Per l’ennesima volta. In giro esiste, a un prezzo economico. Ma questa, al di là della fattura – in cofanetto, illustrata – e della ricorrenza – è edita da Feltrinelli nel 1958, l’anno in cui Pasternak riceve e rifiuta il Nobel per la letteratura – custodisce qualcos’altro, prezioso. Le ultime poesie di Pasternak, la raccolta Quando rasserena. Il testo autobiografico è tradotto da Sergio D’Angelo; le poesie da Bruno Carnevali, Juri Kraiski, Mario Socrate. Questo mi confonde: Pasternak è passato per il Dottor Zivago, un romanzo che ha pagine immortali ma un romanzo, infine, narrativamente imperfetto, malriuscito. A Pasternak hanno dedicato un ‘Meridiano’ che raccoglie le Opere narrative. Che paradosso: si affannano a pubblicare le prose di un poeta. E le poesie? Al di là della sontuosa (ma molto parziale) antologia di Angelo Maria Ripellino per Einaudi e degli sforzi sporadici e magnifici di Passigli (che ha pubblicato Temi e variazioni, Anch’io ho conosciuto l’amore, Sui treni del mattino, per mano di tre traduttrici diverse: Marilena Rea, Elisa Baglioni, Paola Ferretti), non c’è un libro che raccolga tutte le poesie – con curatela doc – di uno dei poeti decisivi del secolo, di sempre, perché?

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Quando Pasternak scrive l’ultimo saggio autobiografico lo fa per incendiare tutta la sua opera alla luce di ‘Zivago’, “la mia fatica principale, più importante, l’unica di cui non mi vergogno”. Il libro è un cauto assassinio, fin dalle prime righe, quando Pasternak sconfessa il precedente lavoro autobiografico, Il salvacondotto, pubblicato nel 1931, in realtà un capolavoro dalla scrittura scandita di balzi, di scatti. “Purtroppo il libro è guastato da un inutile manierismo, peccato che in quegli anni era assai comune”, scrive Pasternak, cercando di emendare quella colpa con un altro libro. Un libro che non lesina ferite.

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Leggetela l’Autobiografia perché Pasternak dopo la scrittura selvatica degli anni Venti e Trenta, l’armonia trovata nei boschi, a sondare la marcia feroce del creato – quella scrittura per cui Ripellino andava in estro – tenta la misura del dio. La scrittura, intendo, è pacificata, paga, da titano; Pasternak non è più dentro le cose, i fatti, come allora, nell’oro della giovinezza, ma è sopra, al di là. Questa superiorità, però, gli permette di essere più crudele.

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“Cercavo di evitare la teatralità romantica, l’effetto superfluo, l’esteriorità… Io non esprimevo nulla, non rispecchiavo, non raffiguravo, non rappresentavo nulla”, scrive Pasternak della sua poesia di allora, capace di libri memorabili come Mia sorella la vita. Il fatto che Pasternak screditi, quasi dilapidando il talento, la propria opera – un gesto da eresiarca, maledetto – non è il vezzo di un uomo viziato dal narcisismo. Nel suo poema più grande, Le onde, terminato nel 1932, Pasternak scrive che i “grandi poeti” sono “imparentati a tutto ciò che esiste… frequentando il futuro nella vita di ogni giorno”. Il poeta non è protetto dal presente – è proiettato nel futuro. Piroetta in ciò che ancora non c’è. Anche ‘Zivago’ farà la stessa fine: interpellato poco prima di morire, Pasternak dirà di sentire superato, superfluo, quel romanzo a cui ha dedicato anni di vita. Dirà di desiderare un nuovo spazio di innocenza e di candore, inesplorato, per la letteratura: “di fronte a me, ancora vivo, si libera uno spazio, la cui integrità e purezza vanno dapprima comprese e poi riempite di questa comprensione. E dove posso io prendere le forze per fare questo?”. Che foga stupefacente.

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Nell’autobiografia Pasternak non parla di sé. Di sé parla attraverso gli incontri che lo hanno formato, le città – autonome e autorevoli, come bestie – in cui ha vissuto. Questo fanno i poeti: parlano degli altri. Cioè, delle loro prede. Cercando di rendere giustizia all’amore che abbiamo provato, ne diamo testimonianza di tradimento. Le parole fanno questo: ammettono un tradimento. Dicono, danno i nomi – e chi scrive è altrove. Questa discrepanza – questa crepa – tra chi scrive e chi descrive è lì, devastante.

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Pasternak inizia parlando di Mosca, con ingenuo nitore – “Sono nato a Mosca il 29 gennaio 1890, secondo il vecchio calendario, nella casa dei Lyžin, di fronte al seminario ecclesiastico del vicolo Oružejnyj”. Con tratti impressionisti, giungono sul nostro petto gli spettri di Aleksandr Skrjabin, il grande compositore, maestro di musica di Boris (“I ragionamenti di Skrjabin sul superuomo esprimevano l’antichissima tendenza russa verso lo straordinario… L’uomo, l’attività dell’uomo, doveva avere in sé quell’elemento di infinità, che serve per determinare il fenomeno, per dargli un suo proprio carattere”), di Aleksandr Blok (“l’impetuosità di Blok, il suo modo di scrutare ovunque”), Rilke (appena sfiorato, in giovinezza, è il maestro, l’icona, il futuro senza morte di BP), Lev Tolstoj, per cui il padre lavorava, illustrando i romanzi (“Era in un certo senso naturale che Tolstoj avesse trovato pace, si fosse spento in viaggio, come un pellegrino, presso le grandi strade della Russia d’allora, sulle quali continuavano a volare e a turbinare i suoi personaggi e le sue eroine, occhieggiando dai finestrini del treno quella stazioncina da niente, ancora ignari che lì s’erano chiusi per sempre quegli occhi che per tutta una vita li avevano scrutati, compresi e immortalati”).

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Pasternak è uno scrittore del cosmo: non decritta la città, monumentale e per sempre caduta, ma la crescita vegetale della vita. Così, per dire della Rivoluzione del 1917, racconta il suo viaggio verso Mosca, il bosco. “Vedevo la strada nel bosco, le stelle della notte gelida. Alti mucchi di neve, uno a ridosso dell’altro, avevano reso gibbosa la stretta pista… Il biancore della coltre nevosa rifletteva lo scintillio delle stelle e illuminava il cammino”. Il contrasto è proprio del crudele candore di Pasternak. L’uomo si affanna e il bosco cresce, la Storia disfa e la natura crea, il tempo si misura in minuti e non per stellate, ogni cosa fondata dall’uomo affonda nel sopruso mentre è “biancore” la via per la foresta, scintillio esagerata e obbedienza alla neve.

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Una poesia definisce l’etica di Pasternak, ed è meravigliosa, sembra un salmo, c’è sapienza animale, scrittura cristallina, futuro:

Essere famoso non è bello,
non è questo che eleva.
Non si deve tenere un archivio,
trepidare per i manoscritti.

Fine della creazione è dare tutto di sé,
e non lo scalpore, non il successo.
È vergognoso, quando non si è nulla,
diventare per tutti una leggenda.

Ma bisogna vivere senza impostura,
vivere così che alla fine
ci si attiri l’amore degli spazi,
che si oda il richiamo del futuro.

E le lacune si devono lasciare
nella sorte, e non fra le carte,
i passi e i capitoli della vita intera
segnando in margine.

E immergersi nell’oscurità
e celare lì i propri passi,
come nella nebbia si cela una contrada
e non si vede più nulla.

Altri sulla viva orma
percorreranno palmo a palmo il tuo cammino,
ma la sconfitta dalla vittoria
non sei tu che la devi distinguere.

E neanche di un attimo devi
venire meno all’uomo,
ma essere vivo, vivo e nient’altro,
vivo e nient’altro fino alla fine.

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Proprio perché è dedicato al futuro, immerso nella paglia, Pasternak si occupa dei morti. La sua Autobiografia, infine, è un omaggio a Marina Cvetaeva – “mi ci vorrebbe un libro intero, tante furono le esperienze vissute allora da noi due, in un rapido avvicendarsi di gioie e di tragedie” – e a Vladimir Majakovskij, sul cui suicidio si chiude il testo autobiografico. Il suicidio di Majakovskij sancisce la fine di un’era di cui già si era percepito il fetore cadaverico. Pasternak lo dice esplicitamente accennando agli “ultimi anni della sua vita, quando non vi fu più poesia, di nessuno, né sua né di chiunque altro, quando si impiccò Esenin, quando, per dirla più semplicemente, finì la letteratura”. La Storia, a quel punto, aveva macellato il poeta – Pasternak, orientato ai boschi, irredento alle stelle, riuscì a resistere.

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L’Autobiografia di Pasternak ha per tema, in fondo, il suicidio. Pasternak è ossessionato dal suicidio della Cvetaeva, di Majakovskij, di Esenin e di tanti amici, non finiti nei libri di storia della letteratura, espulsi dal creato. “Chi giunge alla determinazione del suicidio mette su se stesso una croce, volge le spalle al passato, dichiara fallimento, annulla i ricordi. I ricordi non possono più raggiungerlo, salvarlo, soccorrerlo. La continuità dell’esistenza interiore è spezzata, la personalità è finita. Forse, tutto sommato, ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua”. Cercare una ragione al suicidio è ammazzare due volte il suicida, custodito in un terribile incanto. Arpionato al futuro, superiore al fragore del vivere, Pasternak non si è ucciso. Poiché lo dilania una simile ritrosia, le sue autobiografie sono un suicidio – scrivere la propria vita per ammazzarla.

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“Nella vita, perdere è più necessario che acquistare. Il grano non germoglia se non muore. Bisogna vivere senza stancarsi, guardare avanti e nutrirsi delle riserve vive elaborate dall’oblio in collaborazione con la memoria”. Pasternak non è una creatura del sottosuolo, ci impegna al bosco – lì dove dopo aver espletato il rito arcano in devozione ai morti, in rinuncia alla metropoli e al suo stile, si gettano le pupille, tra le fauci dell’alba, snaturata. (d.b.)

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Il grano

Per mezzo secolo ammucchi deduzioni,
ma non le registri in un quaderno,
e, se proprio non sei un idiota,
qualcosa dovrai pure aver capito.

Hai capito la gioia del lavoro,
la legge e il segreto del successo.
Hai capito che l’ozio è maledizione,
che non c’è felicità senza imprese.

Che altari attendono e rivelazioni,
eroi e figure da leggenda
il regno assopito delle piante,
quello possente delle fiere.

Che fra le rivelazioni, prima
è rimasta, nella successione dei destini,
dal capostipite in dono alle generazioni,
il grano cresciuto dai secoli.

Che il campo di segale e frumento
chiama non solo alla mietitura,
che in un tempo remoto questa pagina
il tuo antenato ha scritto su te.

Che questa appunto è la sua parola,
la sua straordinaria impresa
nel ciclo terrestre
di pene, di nascite e di morti.

Boris Pasternak