“Incontrare un poeta è così raro, è come ammirare un unicorno”. Jorge Luis Borges a casa di Ernst Jünger

Posted on Marzo 24, 2020, 10:55 am
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La casa dell’Eremita di Wilflingen, piccolo paesino lontano dalla produttiva realtà della Germania riunificata, non è estranea alle visite inattese. Ernst e Liselotte Jünger accolgono ogni settimana lettori appassionati dell’opera dello scrittore, turisti in veste bibliofila e teste calde intente a sperimentare pericolosi avvicinamenti tramite l’uso di stupefacenti. Nella casa di Wilflingen, alla stessa maniera della casa del mago Schwarzenberg a Godenholm (“Lei sa di più!”), ciascuno ritrova ciò che si è portato da casa. Non fanno eccezione le visite importanti, epocali, come quella del presidente francese Mitterand, e perciò anche nell’incontro con Borges ciò che più risalta sono le sue passioni letterarie, che il padrone di casa ascolta e discute con grande piacere.

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Jünger probabilmente non sapeva che la lingua materna di Borges non era lo spagnolo, bensì l’inglese, lingua parlata da parte materna e medium attraverso il quale inizia il suo interminabile gioco di lettore, perso nella biblioteca paterna fra l’Enciclopedia Britannica e Stevenson. La “chiarezza” dell’inglese antico di Borges non passa infatti inosservata al padrone di casa. Angelus Silesius, mistico letto e apprezzato da entrambi i dialoganti, si fa invece voce dell’anima tedesca dello scrittore argentino, sviluppata nel corso degli anni passati alla scuola ginevrina. Se non può condividere i piaceri della lettera ispanica, incarnati in Quevedo (avventuriero dell’Ordine per eccellenza borgesiano) e Cervantes (inconsapevole precursore dei trionfi della finzione sulla realtà tipici di Borges), la passeggiata letteraria intorno agli altri autori sognati così intensamente dal sudamericano è invece condotta in grande sintonia ed unanime passione. Sono molte infatti le icone letterarie che uniscono profondamente i due ormai anziani scrittori.

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Schopenhauer è il primus inter pares. Il Mondo come volontà e rappresentazione è alla base della formazione filosofica sia jüngeriana che borgesiana. Scoperto da un giovane Ernst nella biblioteca paterna (e dal padre poco apprezzato), viene qui consumato per la prima volta (con rammarico della famiglia, per cui “quel giovanotto sembra credere che tutto ciò che vediamo non esiste affatto”), per poi essere digerito lungo tutto il corso della sua vita: il saggio Prognosi, che apre la 45esima Biennale di Venezia, lo pone come ispiratore dello stato spirituale jüngeriano, assieme a Nietzsche ed Hölderlin. Letto e riletto da Borges lungo tutta la sua vita, le orme del suo pensiero si riconoscono sin dal giovanile manifesto ultraista fino alle opere mature: negare il substrato materiale di tempo, spazio, soggetto ed oggetto è uno dei compiti letterari che Borges predilige, e la Rappresentazione come unica realtà riconoscibile ed apprezzabile è stata teorizzata primariamente dal misantropo tedesco, cui si dà una tribuna d’onore in Storia degli echi di un nome.

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Kafka è un autore assai apprezzato da Borges, poco citato invece da Jünger, ma menzionare Kafka significa sottintendere l’unheimlich, l’inabitabilità del mondo moderno, il ritrovarsi sconosciuti dinanzi a sé stessi. Le visioni da incubo kafkiane richiamano senz’altro Kubin, conosciuto da Ernst, austriaco osservatore della reale natura delle cittadine contemporanee, ma anche, e soprattutto, Léon Bloy, il cattolico intransigente così spesso riletto da entrambi gli scrittori, con la sua immaginazione speculare, profetica e intransigente della vita.

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Le mille e una notte sono per Jünger una cristallizzazione, una condensazione della proteiforme narrazione fiabesca, un caravanserraglio della narrazione a metà fra fiaba e romanzo. Questa conformazione particolare fa trasparire frammenti della potenza originaria della creazione, dove poche forme eterne si disperdono in infiniti particolari, individui bizzarri e narrazioni intricate e sempre più confuse: l’esperienza della ricchezza inesauribile della vita, riprodotta su libro. Per Borges, il quale legge i manoscritti sin da giovane in più edizioni (alcune delle sue prime esperienze erotiche, molto probabilmente, sono legate a questo libro), il loro carattere labirintico e infinito ne fa simbolo della letteratura stessa, una meta-narrazione ante litteram.

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La visione della democrazia dei due conservatori sui generis emerge nel confronto con Whitman e Flaubert, che li ritrova in discreta armonia. La madre di Jünger lesse a suo figlio Flaubert fin da giovane, mentre a Bouvard et Pécuchet Borges dedica addirittura un’acutissima Difesa, dove il loro agire imbecille e pedante su ogni disciplina dello scibile umano gli fa sviluppare un peculiare senso della stupidità, dalla quale rifuggiranno dal resto delle loro (atemporali) vite dedicandosi, come autentici Golem animati da una volontà maggiore della propria, alla ricopiatura dei testi. Jünger li invoca invece in Foglie e pietre, con simile intuizione: essi sono marionette del progresso, figure ridicole intente ad azioni insensate, mosse però da un invisibile filo, che durante l’opera non viene mai rivelato.

Per entrambi gli autori rappresentano la mediocrità, l’ineliminabile residuo troppo umano che mina alla base l’autenticità della democrazia; ma il loro destino non è così banale e limitato, e rimangono simbolo di qualcos’altro che si agita dentro la massa acefala.

Su Whitman non abbiamo testimonianze personali da parte di Jünger, mentre il suo nome cade ripetutamente nell’opera borgesiana. Borges si appropria di Whitman facendone un simbolo dell’uomo che è tutti gli uomini, tema sostanziale dello scrittore di Buenos Aires. È il pendant positivo della democrazia, ci riporta a una fratellanza universale proprio nell’anonimato della sensazione, nell’eterno ritorno delle (finite) esperienze che ogni uomo può sperimentare sulla terra. “Whitman si propose di mostrare un democratico ideale, non di formulare una teoria”: è capace di identificarsi nel prossimo diventando tutti allo stesso tempo, e chiedendo a tutti i lettori di diventare lui durante la lettura.

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Ma non c’è solo armonia ed innamoramento fra i due scrittori, c’è anche un distacco insanabile, dovuto alla visione profondamente individualistica che ciascuno ha del tempo della sua vita. L’Anarca non si amalgama perfettamente con il Minotauro, reclamano spazi separati nell’ambito del bios: a farli separare non è la letteratura, come ci si sarebbe potuti immaginare, ma, imprevedibilmente, l’appartenenza alla sfera biologica. A fine giornata al padrone di casa ciò che rimane più impresso nella coscienza è il ruolo cosmico della piccola formica, con gli interrogativi che solleva rispetto al nostro ordinamento sociale. Borges ritiene gli animali immortali, sconosciuti all’amore e alla morte, mentre lo spazio dell’individuo in senso proprio viene ritagliato nella grande finzione scaturita dalla narrazione.
Jünger si rivela più scettico in proposito. Alla fine i due concludono l’argomento con una posizione “agnostica”: l’argentino concede al tedesco che forse, un giorno, potremo scoprire quello che abbiamo sempre creduto, ossia che il mondo agisce in noi al medesimo modo delle altre creature. Ma sino a quel momento, la responsabilità della felicità e della morte spetta solo a noi.

Massimo Palmucci

*Si ringraziano l’amico Luca Siniscalco per l’ottima traduzione del passo, tratto dal diario di Ernst Jünger Siebzig verweht (vol. III, Klett-Cotta Verlag, Stuttgart 1993, pp. 191-192), e Marcello Barison per averci indicato la x sulla mappa del tesoro.

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Wilflingen, 27 ottobre 1982

 

Abbiamo avuto la gioia e l’onore di ricevere qui Jorge Luis Borges – l’incontro con un poeta è divenuto così raro quasi come quello con un animale praticamente scomparso o addirittura mitico, come l’unicorno.

Borges è da anni quasi del tutto cieco; è giunto accompagnato da un uomo giovane, che gli era stato concesso dal Ministero per gli Affari Esteri, e dalla sua attendente. Le poche ore trascorse qui in casa ci hanno fatto comprendere che lui non è soltanto un aiuto inestimabile per il cieco, ma è diventata un suo altro “io”. Gli guidava le mani al bicchiere quando egli voleva bere, e a una fetta di torta prima che egli l’avesse chiesta; funzionava sotto ogni aspetto come un suo organo.

La conversazione fra noi cinque, che sedevamo nella biblioteca, era poliglotta: frasi in tedesco, spagnolo, francese e inglese si incrociavano. Borges recitò in tedesco Angelus Silesius e versi in antico inglese; con questo, il suo linguaggio diventava più chiaro, come se egli fosse tornato alla propria giovinezza. Mi rammaricai di non aver imparato lo spagnolo per poter leggere nel testo originario Cervantes e Quevedo – e Borges, naturalmente.

Conversazione su Schopenhauer, a cui entrambi sin dall’infanzia dobbiamo molto, quindi su Kafka, Don Chisciotte, Le mille e una notte, Walt Whitman, Flaubert. Foglie d’erba di Whitmann mostra la democrazia nella sua forza – Bouvard e Pécuchet, di Flaubert, mostra la sua infamia.

Quindi su Huxley – io sostenevo che lo spirito del mondo avesse regolato meglio l’ordinamento politico degli insetti che il nostro. Su questo, Borges: «Certamente nei riguardi dello Stato, ma la singola formica non vale nulla».

Eppure, si potrebbe obiettare, nel loro sistema si è provveduto a tutto. Hanno in abbondanza dimora, nutrimento e lavoro, anche un lungo letargo invernale. La maggior parte di loro è esclusa dalla vita sessuale, cosa che forse è persino uno sgravio. Ma anche dall’amore? Quando io, al sole di mezzogiorno, mi trovavo di fronte a uno dei loro formicai e stendevo su di loro la mano, che si inumidiva mentre quelle scorrazzavano e allungavano le antenne, credevo di percepire che sono felici. Questo sarebbe da indagare; giungemmo all’accordo che gli zoologhi non sono ancora del tutto in grado di pronunciarsi in merito.

Borges ha seguito da sessant’anni il mio sviluppo. Per primo ha letto il mio libro Bajo la Tormenta de Acero, che nel 1922 era stato tradotto su incarico dell’esercito argentino. «Fu per me un’eruzione vulcanica».

Concludo questa nota il 29 ottobre, in alto sulle Alpi; siamo in avvicinamento a Venezia con le nipoti Gert e Gisela.

Ernst Jünger

*In copertina Ernst Jünger nel 1996, a Wilfligen