“Non scrivo mai di sesso… perché ci penso troppo”. Jorge Luis Borges, un’intervista

Posted on Settembre 21, 2020, 6:19 am
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Nel 1968 Jorge Luis Borges è già, decisamente, Jorge Luis Borges, non più se stesso, un classico vivente, un costruttore di labirinti letterari. Da tempo ha pubblicato i libri sommi – due lievissime raccolte di racconti: Finzioni e L’Aleph –, sta lavorando al Manoscritto di Brodie, che uscirà nel 1970. Quell’anno, il Governo Italiano lo eleva a Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito; mentre l’Università di Harvard lo ha invitato a tenere un ciclo di lezioni negli States. In quel contesto, Patricia Marx e John Simon lo intervistano per “Commonweal”, mensile d’opinione di stampo cattolico – nato nel 1924, autorevole, ha ospitato interventi, tra i tanti, di Hannah Arendt e Graham Greene, Thomas Merton e Robert Lowell, Bernanos e Chesterton. L’intervista, pubblicata il 25 ottobre del 1968, con il titolo Reality Is Perplexing Enough, è vasta, bella, ne traduciamo una lunga porzione. L’anno dopo Borges avrebbe pubblicato una traduzione da Foglie d’erba, il grande poema di Walt Whitman, e Elogio dell’ombra, libro ibrido “in cui convivono, credo senza discordia, le forme della prosa e della poesia”. In quel libro, tra l’altro, Borges scopre che “La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell’universo. Questo o quel verso fortunato non può insuperbirci perché è dono del Caso e dello Spirito; solo gli errori son nostri”. S’era sposato il 21 settembre del 1967, a 68 anni. La fortunata, Elsa Astete Millán, 57 anni, vedova, non si ritenne mai tale. La gelosia di Leonor, la madre-padrona di Borges, divinità leonina, fu spietata. Borges andava a trovare l’adorata madre di nascosto; il matrimonio s’interruppe nell’ottobre del 1970. In una intervista rilasciata nel 1993, Elsa descrisse Borges così: “Era introverso, cauto, poco affettuoso. Era etereo e imprevedibile. Non abbiamo vissuto in un mondo reale”. Alcuni elementi della vita privata di Borges tralucono in questa intervista.

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Ha iniziato come poeta e saggista e soltanto dopo una grave malattia ha cominciato a scrivere racconti. Quale forma di scrittura apprezza di più?

Suppongo siano tutte uguali. In effetti, non so cosa scriverò e in quale forma, che sia un articolo di giornale, un saggio, una poesia in versi liberi… Lo so solo quando ho in testa la prima frase. Da quella prima frase si crea una specie di schema, che mi conduce al ritmo esatto. Poi vado avanti. Ma non c’è alcuna differenza essenziale, almeno per me, tra scrivere in versi e scrivere in prosa.

Quindi costruisce forma e contenuto durante il processo creativo…

È così. Quando sento che sto scrivendo qualcosa percorro il silenzio, cerco di ascoltare. Poi qualcosa arriva. Faccio quel che posso per manometterlo, per manomettermi. Poi, quando quel qualcosa accade, scrivo. Cerco di evitare la bella scrittura, l’orpello, quel genere di cose… penso siano un errore. A volte succede, a volte no, tutto è in balia del caso.

Questa è l’ispirazione…

Ispirazione… che parola ambiziosa…

Questo processo, diciamo così, è un fatto quotidiano, normale nella sua vita?

No. Ci sono periodi di aridità, in cui non accade nulla. Sono momenti reali. Quando penso a me stesso completamente esausto, senza più nulla da scrivere, so che qualcosa sta accadendo dentro di me. A tempo debito, questo qualcosa emergerà, e farò del mio meglio per coglierlo. Ma non c’è nulla di mistico in questo: quasi tutti gli scrittori fanno così, immagino.

A differenza di tutti gli altri scrittori, però, lei non sembra porre distinzioni tra realtà e illusione.

Come potrei fare distinzioni? Dovrei sapere se siamo reali o irreali. Di questo hanno litigato i filosofi negli ultimi tremila anni: non sta a me decidere. Dire che una “cosa” è “irreale” è una contraddizione in termini. Se posso parlare o sognare qualcosa, beh, quel qualcosa è reale. A meno che per “reale” non intendiamo qualcos’altro. Non vedo come possano esistere cose irreali. Amleto non è meno “reale” di Lloyd George.

Lei è sempre stato attratto dalla letteratura fantastica…

Sì, mi affascina la letteratura fantastica. Ma ciò che chiamiamo fantastico, in realtà, è reale, è un simbolo reale. Se scrivo una storia fantastica, scrivo qualcosa che raffigura i miei sentimenti, i miei pensieri, che dunque è reale, forse più reale della semplice, circostanziata realtà. Dopo tutto, le circostanze passano, i simboli restano. I simboli sono persistenti. Se scrivo di un certo angolo di strada a Buenos Aires, quell’angolo di strada, per quel che ne posso saperne, potrebbe sparire. Ma se scrivo di labirinti, di specchi, della notte, della paura, del male, quelle sono cose eterne, sempre con noi. In un certo senso, dunque, uno scrittore di testi fantastici scrive cose molto più reali di molti giornalisti. Quando scriviamo del fantastico, ci allontaniamo dal nostro tempo per scrivere di cose eterne. Facciamo del nostro meglio per stare nell’eternità.

Sente qualche affinità con Pirandello?

Pirandello mi piace moltissimo. Mi riferisco a quel gioco tra attori e spettatori. Penso non l’abbia inventato lui, comunque. Quel gioco lo vedi in Cervantes: alcuni personaggi del Don Chisciotte prendono in giro il narratore. Ecco, il gioco.

Cosa pensa, invece, di E.T.A. Hoffmann e del romanticismo tedesco? Non ha qualche legame con quelle atmosfere?

Ho fatto del mio meglio per ammirare Hoffmann, uscendone sempre sconfitto. Lo considero un irresponsabile. E allo stesso tempo non mi pare molto divertente. Certo, anche Lewis Carroll è irresponsabile: ma lui mi attira, mentre Hoffmann no. Ma questo potrebbe essere un mio errore personale, una sorta di eresia.

Cosa intende per irresponsabilità di Hoffmann?

Accumula agonie. Ricordo che quando chiesero a Poe se il suo senso dell’orrore derivasse dal romanticismo tedesco egli rispose, “L’orrore non appartiene alla Germania, ma all’anima”. Suppongo che la sua vita fosse sufficientemente orribile da non aver bisogno di cercare l’orrore nei libri.

Ha detto che lo scopo della sua scrittura è “esplorare le possibilità letterarie di certi sistemi filosofici”.

In molti pensano a me – e ne sono grato, sia chiaro – come un filosofo, un mistico. La verità è che sebbene trovi il reale piuttosto sconcertante – e paradossale – non mi considero un filosofo. Qualcuno crede che pratichi la cabbala o sia impegnato nell’idealismo e nel solipsismo perché ne scrivo nei miei libri. In effetti, ho solo cercato di capire cosa poterne fare. Sentivo una certa affinità, è ovvio. Ma sono troppo confuso per capire chi sono e dove sono, se sia idealista o meno. Sono un semplice uomo di lettere.

Ha una religione personale?

No, ma spero di averne una. Certamente, posso credere in dio, nel senso che gli ha dato Matthew Arnold: qualcosa che crea in noi l’idea della rettitudine. Ma suppongo sia un pensiero oscuro. Per quanto riguarda un dio personale, beh, non mi piace pensare a Dio come una persona, nonostante ami molte persone e supponga di essere una persona io stesso. Ma non credo di avere interesse verso un dio che si occupa di ciò che sto facendo. Preferirei pensare a Dio come un avventuriero – nei termini in cui lo pensava H.G. Wells – o a qualcosa che è dentro di noi per uno scopo sconosciuto. Non credo di poter credere al Giorno del Giudizio, alle ricompense e alle punizioni, al paradiso e all’inferno. Penso di essere del tutto indegno per il paradiso e per l’inferno, ma anche per l’immortalità. Se esiste un aldilà, non vorrei sapere nulla di Borges e delle sue esperienze in questo mondo.

Forse in una reincarnazione non le spiacerebbe essere un lettore di Borges…

Beh, spero in un futuro letterario migliore…

Mi dica qualcosa di Rainer Maria Rilke.

Ho la sensazione che sia sopravvalutato. Lo considero un poeta notevole, conosco a memoria alcune delle sue poesie. Ma non sono molto interessato a lui. Se devo parlare di scrittori di ambito tedesco, ce n’è uno che mi affascina. Penso di aver passato parte della mia vita a leggerlo e a rileggerlo, in tedesco e in inglese. Quello scrittore è Arthur Schopenhauer. Penso che se dovessi scegliere un filosofo, sceglierei lui. Altrimenti, tornerei a Berkeley e a Hume. Vede, sono antiquato.

Ci sono degli scrittori contemporanei che la attraggono?

Se devo parlare di ‘contemporanei’, parlerei di Platone, Sir Thomas Browne, Spinoza, Thomas De Quincey, Ralph Waldo Emerson, Schopenhauer… e poi di Angelo Silesio e Flaubert. Questo mi interessa, e non faccio che ripetere ciò che ha detto, a ragione, Ezra Pound, cioè che “tutta l’arte è contemporanea”. Non vedo perché un uomo, per il solo fatto di vivere nel mio stesso secolo, dovrebbe essere più importante per me di un mio simile morto molti secoli fa. Penso che la parola ‘moderno’ non significhi nulla, come la parola ‘contemporaneo’.

Nel suo lavoro non compare quasi mai il sesso: perché?

Forse perché ci penso troppo. Quando scrivo, cerco di allontanarmi dai sentimenti personali. Suppongo che il motivo sia questo. Un altro motivo potrebbe essere che è un argomento su cui si è scritto molto, troppo, su cui non ho molto di nuovo da dire. Certo, anche altri argomenti sono stati, per così dire, esauriti, la solitudine, l’identità… Eppure, in qualche modo, penso di riuscire con più nitidezza a fare i conti con il tempo, l’identità, la solitudine rispetto a ciò che William Blake definiva come “tessere attraverso i sogni un conflitto sessuale e piangere sulla rete della vita”. Mi chiedo se abbia intrecciato attraverso i sogni il mio conflitto sessuale. Credo di no. Il mio compito è tessere sogni. Credo mi sia concesso scegliere la materia del tessuto.

In un’intervista scherza riguardo alle 37 copie vendute del suo primo libro. Almeno, ha detto, potevo immaginare quelle 37 persone…

Beh, se vendi migliaia di copie è come se non ne vendessi nessuna. Infinito e zero si uniscono. Ma 37 persone… sono volti, eventi, simpatie, antipatie, parenti… Per questo, sono grato al giorno in cui ho venduto 37 copie. Ma penso di avere esagerato: dovevano essere 21, forse 17…

Le interessa raggiungere un vasto pubblico?

Mi preoccupa raggiungere una persona. E quella persona potrei essere io stesso. Penso che sia un bene per uno scrittore non essere famoso. Se uno scrittore è famoso, rischia di assecondare le folle, di flirtare con la celebrità. Ma nel mio paese si scrive per una mezza dozzina di amici e per se stessi. Questo basta. Questo migliora la qualità della scrittura. Se scrivessi per migliaia di persone, scriverei per accontentarle.

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