“Non passa un giorno che non siamo, per un istante, in paradiso”: Borges, una poesia dissepolta e la conferenza sulla letteratura tedesca all’epoca di Bach

Posted on Agosto 03, 2019, 9:05 am
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Prima che Jorge Luis Borges ci lasciasse diede un ultimo piccolo lavoro di versi. Oggi irreperibile o quasi: I congiurati. Uscì nel 1985, lo tradusse Mondadori. Lo ascoltate in lingua originale, con tanto di sottotitoli, su YouTube.  A me sembra indecoroso non proporre di nuovo una di quelle sue ultime scritture. Già la raccolta si apre con questa maledizione di bellezza: “dalla sommità dei miei anni ho notato che la bellezza, come la felicità, è frequente. Non passa un giorno che non siamo, per un istante, in paradiso”. 

Come si fa a non abbracciarlo?

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Comunque c’è della prosa dentro I congiurati. Questa che vi traduco è fantastica in doppio senso. Per bellezza, valore. E per etimologia, giacché fin dal titolo si presenta come fantaepigrafismo. Eccola:

Frammenti di una tavoletta di argilla decifrata da Edmund Bishop nel 1867

È l’ora senz’ombra. Il dio Melkart veglia sulla precisione del mezzogiorno per il mare di Cartagine. Annibale è la spada di Melkart. I tre quintali di anelli d’oro dei Romani morti in Puglia, sei volte mille, sono arrivati al porto.
Quando l’autunno è nei grappoli sarà stato dettato il verso finale.
Sia elogiato Baal, Dio dei molti cieli, sia elogiata Tanith, espressione di Baal, i quali diedero la vittoria a Cartagine e che mi fecero ereditare l’ampio idioma punico, il quale sarà la lingua del mondo, i cui caratteri sono talismani.
Non morirò in battaglia come i miei figli, i quali furono capitani di battaglia e che non seppellirò, però a notte fonda innalzerò il canto di guerra e di esultanza.
Nostro è il mare. Che ne sanno i Romani del mare?
Tremino i marmi a Roma; hanno udito il rumore degli elefanti in guerra.
Dopo convegni interrotti e parole causidiche, siamo giunti a impugnare la spada.

Tua la spada adesso, Romano; la tieni conficcata in petto.
Ho cantato la porpora di Tiro, che è nostra madre. Ho cantato i lavori delle genti che scoprirono l’alfabeto e solcarono i mari. Ho cantato la pira della regina famosa. Ho cantato i remi e gli alberi e le tempeste difficili… 

Berna, 1984.

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A questo punto andiamo a fondo e leggiamo finalmente in italiano una conferenza di Borges su come e perché la letteratura si oblia. Fino a che noi contemporanei non capiamo più chi è chi: se la pira ha bruciato il nostro amore o proprio Didone, se la laminetta passò per le mani di Virgilio prima che Borges si inventasse Edmund Bishop, se insomma non siamo lo stesso sangue della poesia che ferma il secolo facendoti rileggere la parola al verso precedente sul quale sei passato veloce…

Il testo spagnolo sta in Cursos y conferencias del 1953.

Andrea Bianchi 

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La letteratura tedesca nell’età di Bach

Nel famoso saggio di De Quincey sull’omicidio considerato come una delle belle arti, c’è un riferimento a un libro sull’Islanda. Quel libro, scritto da un viaggiatore olandese, contiene un capitolo che è diventato famoso nella letteratura inglese e che è stato menzionato da Chesterton. Si intitola “I serpenti in Islanda” ed è breve al punto che consiste di una sola frase: “Serpenti in Islanda; non ve ne sono”. Il compito che intraprendo oggi è una descrizione della letteratura tedesca nell’età di Bach.

Dopo qualche ricerca, ero tentato di imitare l’autore del libro sull’Islanda e dire: “letteratura tedesca nell’età di Bach; non ve ne era”. Ma una brevità simile mi punge come schifiltosa, una mancanza di educazione. Per di più, sarebbe ingiusto perché coinvolge un’era che produsse molti poemi didascalici che imitavano Pope, così tante favole al modo di La Fontaine, così tante epiche alla stregua di Milton. A questo si aggiungano le società letterarie che fiorirono in modo veramente insolito, e tutte le polemiche lanciate con una passione assente nella letteratura del nostro tempo.

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Ci sono due criteri diversi per la letteratura. Quello edonistico, del piacere, che è il criterio dei lettori; da questo punto di vista, l’età di Bach fu letterariamente povera. Poi c’è l’altro criterio, quello della storia della letteratura, che è molto più accogliente della letteratura stessa; da questo punto di vista, fu un’epoca importante perché preparò la scena al periodo successivo: l’Illuminismo e poi l’età classica della letteratura tedesca, la più ricca che ci sia stata e una delle più ricche in assoluto: l’età di Goethe, Hölderlin, Novalis, Heine, e molti altri ancora. Questo fenomeno di un periodo povero nella letteratura tedesca non è l’unico Tutti gli storici hanno osservato che tutta la letteratura tedesca non una cosa che si sussegue, ma piuttosto periodica, intermittente. Ci sono state età di splendore e, tra queste, età di nulla (o quasi), di oscurità e di inerzia.

Si sono cercate spiegazioni per questo fenomeno. Per quel che ne so, ve ne sono tre. La prima è politica. Si dice che la Germania, che diventa un campo base per tutti gli eserciti d’Europa, fu periodicamente invasa e distrutta. (Come anche pochi anni fa). E che l’eclisse della letteratura tedesca corrispose a queste distruzioni. Spiegazione buona, ma non credo sia sufficiente.

L’altra è quella degli storici tedeschi. Dicono che i periodi oscuri sono quelli in cui lo spirito tedesco non è riuscito a spiccare il volo perché l’età si dedicava a imitare modelli stranieri. È vero, però vanno osservate due cose. Primo, quando un territorio ha un forte spirito, influenze estranee ed esotiche non lo debilitano, ma lo rafforzano. È il caso del periodo Barocco, l’era precedente a Bach. (In Germania chiamano il Settecento “secolo Barocco”). In quel secolo, brillante in quel paese, predominavano influenze straniere, ma lo spirito tedesco non ne era oppresso perché le assimilava e le adoperava.

Di passaggio vorrei notare – perché specialmente ci interessa – che l’influenza predominante nel Settecento tedesco veniva dalla Spagna. I Sogni di Quevedo si imposero su Michael Moscherosch, il più grande satirico di quel periodo il quale scrisse un libro intitolato Visioni meravigliose e vere. L’autore sostiene che il libro ritragga tutti gli atti del genere umano, i suoi veri colori ipocriti, mendaci, vani. Questo è chiaramente sotto il segno di Quevedo, il quale diede vita al libro tedesco.

Un altro caso, più famoso, è quello di Grimmelhausen il quale conosceva i romanzi picareschi spagnoli, una traduzione frammentaria del Chisciotte e Rinconete e Cortadillo di Cervantes, e una versione tedesca di Guzman di Alfarache di Mateo Aleman, e tentò di applicare le tecniche di queste opere alla storia di un soldato tedesco di nome Simplicissimus nella Guerra dei Trent’anni. Quel progetto fu, chiaramente, un successo. È facile osservare che la novella picaresca spagnola è il limite di questi argomenti. Non si tenta di abbracciare tutte le ricchezze e le miserie della vita quotidiana di Spagna. Si ha da fare, semmai, con scappatelle mordi e fuggi, spesso tra servidorame. Se paragoniamo il Buscon di Quevedo con le ballate dello stesso autore, ripiene come sono di prostitute, ruffiani, assassini e ladri, vediamo che c’è un mondo criminale, di fuorilegge che è davvero più ricco nelle ballate che nel romanzo picaresco.

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Un’altra differenza tra modello spagnolo e imitazione tedesca: la novella spagnola picaresca era scritta con intento morale e satirico. Al contrario, il libro di Grimmelhausen, specialmente nei primi libri, sembra non aver altro scopo che riflettere, come un vasto specchio, tutta la terribile vita tedesca durante la Guerra dei Trent’anni. In seguito, siccome il libro ebbe successo, l’autore prese ad aggiungere capitoli. In quelli finali capita qualcosa di veramente tipico per la mente tedesca: si scappa dai fatti concreti e ci si volge all’allegoria. L’eroe di tante avventure sanguinarie diventa eremita, prima nella Foresta Nera e poi su un’isola. Il finale, l’eroe sull’isola, è importante per la letteratura tedesca perché prefigura un genere di libri che sarebbe diventato popolare nel diciottesimo secolo, nell’età di Bach. Erano le robinsonate, imitazioni dell’opera di Defoe.

I tedeschi furono proprio spinti da Defoe e produssero infinite imitazioni. Alla fine, erano così entusiasti dell’idea dell’uomo solitario su un’isola che distrussero il pathos dell’idea e presero a scrivere romanzi in cui apparivano simultaneamente trenta o cinquanta Robinson; non erano storie di solitudine o pazienza di un singolo uomo, ma piuttosto di imperi coloniali e utopie politiche.

E torno al problema sollevato all’inizio: che ci sono epoche di sterilità e oscurità che paiono periodiche nella letteratura tedesca. Credo che, oltre alle circostanze politiche e all’influenza di letterature straniere (le quali, contrariamente ai critici patrioti, non sono sempre malevole), vi sia una terza ragione, e mi pare la più importante anche se non esclude le altre e che, forse, è fondamentale. Credo che il motivo dell’oscurità risieda nel carattere tedesco. I tedeschi sono incapaci di agire spontaneamente a hanno sempre bisogno di giustificazione per quello che devono fare. Hanno bisogno di vedersi in terza persona singolare, e per di più vedersi magnificati prima delle loro azioni.

La prova di questo è che per lungo tempo i tedeschi non furono, come sono recentemente diventati, un popolo attivo ma, semmai, una nazione di sognatori. Richiamo il famoso epigramma di Heine dove dice che Dio ha ricompensato i francesi col dominio terreno, gli inglesi col dominio sul mare e i tedeschi col dominio delle nuvole. E richiamo anche una famosa poesia di Hölderlin intitolata Ai tedeschi. Lì il poeta dice ai compatrioti di non irridere il bambino che dà di speroni e di frusta al cavalluccio di legno: povero in azioni e ricco in pensieri. Poi si domanda se l’illuminazione non venga dalle nuvole, o il frutto dorato dalla foglia oscura, e se il silenzio del popolo tedesco non sia la solennità che precede il festival e il tremore che annuncia la presenza di dio.

Oltre agli esempi letterari, credo che possiamo richiamare esempi di politica tedesca. Non so se ricordate che all’inizio della guerra del 1914 un Cancelliere tedesco, Bethmann Hollweg, dovette giustificare il fallimento di onorare il loro impegno alla neutralità. Qualunque politico in ogni parte del mondo si sarebbe inventato un sofisma per difendersi. Al contrario Hollweg, per giustificare l’attacco tedesco, chiaramente sleale, costruì una teoria della lealtà e disse nel suo discorso che non dovevano obbedire a un trattato perché questo non era che un foglio di carta. Cose più esagerate le fece il Nazismo. Non era abbastanza essere crudeli, per i tedeschi; pensavano fosse necessario costruire una teoria precedente alla loro crudeltà, una sua giustificazione come postulato etico.

Credo che questo possa spiegare i periodi oscuri della letteratura tedesca. Sono periodi di preparazione dove lo spirito tedesco sta prendendo una decisione.

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Ho citato spesso il progetto di Valéry: una storia della letteratura senza nomi che presenti tutti i libri del mondo come se fossero stati scritti da una sola persona, lo spirito universale. Accettiamo l’immagine e vediamo la letteratura tedesca come prodotto del suo spirito. Possiamo supporre che l’età in cui visse Bach, dal 1675 al 1750, corrisponda alla meditazione che si stava preparando per la splendida età di Hölderlin, Lessing, Goethe, Novalis e, più tardi, Heine.

Parlare di Germani in questa era, comunque, può indurre in errore. Pensiamo ora alla Germania come a un paese grande e compatto, ma allora era una serie di piccoli regni, principati, ducati, tutti indipendenti. Stava alla periferia in Europa. A conferma di ciò, e lo sapevano i tedeschi in quel periodo, dobbiamo solo considerare due illustri come Leibniz e Federico II di Prussia. Leibniz scrisse un trattato dove tentava di difendere la lingua tedesca. Spinse i suoi vicini a coltivare il loro linguaggio e disse che questo non sarebbe più stato torpido e nebuloso ma che sarebbe diventato come cristallo, come il francese. Aggiunse qualche considerazione patriottica e poi si dedicò per il resto della sua vita a scrivere in francese. La sua decisione di abbandonare il linguaggio nativo per quello straniero prova quel che pensava veramente. Uomo di curiosità universale, era naturale che fosse interessato allo stile del suo proprio linguaggio ma allo stesso tempo lo sentiva come provinciale.

Un caso più esplicito, quello di Federico il Grande. Diceva spesso che la letteratura buona non poteva uscire dalla Germania. Quando scoprì i Nibelunghi lo ritenne infantile e barbarico. Si sa bene che fondò accademie, che gli individui le frequentavano e scrivevano in francese. Erano letterati francesi rispettati con venerazione provinciale.

Altri esempi di provincialismo: il Dr. Johnson, quando era abbastanza anziano, decise di imparare un nuovo linguaggio per vedere se la sua mente funzionava ancora correttamente. Scelse l’olandese. Non gli capitò di studiare il tedesco, linguaggio tanto oscuro e tanto poco stimato come l’olandese. Torno alle polemiche in voga nel periodo. Tra le altre, quella famosa tra Gottsched e due scrittori svizzeri, Bodmer e Breitinger. Gottsched era scrittore che voleva essere dittatore letterario dell’epoca e pubblicò molti libri a Lipsia, dove visse a lungo. Gli svizzeri avevano tradotto il Paradiso perduto di Milton, uno aveva scritto un poema epico sul Diluvio e l’altro su Noè. Difendevano – in un modo abbastanza interessante – i diritti dell’immaginazione in poesia e fecero infuriare Gottsched, il quale rappresentava il gusto francese e pubblicò un libro intitolato Arte poetica dove difendeva le unità aristoteliche. È curioso paragonare la difesa di Gottsched con quelle scritte in altre parti d’Europa. Si vede bene l’atmosfera provinciale e borghese della Germania, e questo lo notavano pure gli avversari svizzeri. Gottsched disse che le opere devono limitarsi ad unità di azione (devono avere una trama), di spazio (un solo luogo), e di tempo, la quale era sempre stata interpretata come ventiquattro ore. Per Gottsched ventiquattro ore erano troppe per un motivo davvero borghese. Diceva che, al massimo, poteva tollerare dodici ore, ma dovevano essere diurne e non notturne. Poi aggiungeva – senza rendersi conto dell’errore – questo argomento straordinario: le ventiquattro ore non possono contenere le ore notturne perché, spiegava, di notte si deve dormire. Era devoto all’idea borghese che sia sconveniente tirare tardi la notte.

C’era anche un poeta, Günther, altro esempio interessante del periodo. Compare in tutte le storie della letteratura tedesca, i suoi poemi sono senza valore se li leggiamo senza sapere dell’era in cui furono scritti, sono solo buoni se li paragoniamo a quelli di altri poeti del tempo. Leggo alcuni versi del suo poema su Cristo:

Dal di fuori sono tormentato
Dalla forte marea della sfortuna;
dal di dentro, terrificanti paure
e la furia di tutti i peccati.
L’unica salvezza, Cristo,
è la mia morte e la tua pietà.

Il poeta è importante in quanto poeta del Pietismo, la forma religiosa entro cui visse Bach. Movimento sorto dalla chiesa luterana che si può spiegare così: Lutero aveva preso a difendere la libertà dell’individuo cristiano attaccando l’autorità della Chiesa. In uno dei suoi trattati, La libertà dell’uomo cristiano, mantiene questo paradosso: l’uomo cristiano è maestro di tutti gli uomini e tutte le cose – ed è soggetto a tutti gli uomini e a tutte le cose. Lutero tradusse la Bibbia in tedesco, fondando il tedesco moderno con un primo monumento letterario. E mantenne che la vera forza di ogni uomo sia in se stesso, nella sua propria coscienza e non nell’autorità della Chiesa. Su questa base attaccò la vendita papale delle indulgenze.

C’è una curiosa dottrina papale che difende questa vendita. Si diceva e credeva, ai tempi di Lutero, che Cristo e i martiri abbiano accumulato un numero infinito di meriti, e che questi siano più grandi di quelli che servano agli uomini per salvarsi. Si immaginò che questi meriti superflui dalla vita di Cristo, della Vergine Maria e dai martiri fossero accumulati in paradiso e formassero il thesaurus meritorum. Si credeva anche che il Sommo Pontefice, il Papa, tenesse le chiavi del tesoro celeste e potesse distribuirlo ai fedeli. Chi comprava le indulgenze comprava parte di quei meriti infiniti custoditi in cielo. Lutero attaccò questa credenza, che diceva non aver alcun senso. Disse anche che salvarsi non servivano le azioni, ma solo la fede. Importava che ogni Cristiano dovrebbe credere che può essere salvato, e questo lo salverebbe.

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Più tardi, quando trionfò, il Luteranismo divenne a sua volta una Chiesa, e in Germania un secondo papato, rigido come il primo. Molti uomini di fede in Germania protestavano contro questa rigidità e questo carattere esclusivamente dogmatico. Volevano tornare a una religione più personale, una comunicazione diretta tra uomo e Dio. Erano i Pietisti. Il più famoso, il loro capo, si chiamava Philipp Jacob Spenser. Prese a raccogliere gente a casa sua, “raduni di pietà”, i loro nemici li chiamarono Pietisti. Quel che successe alla parola “pietista” capita spesso coi soprannomi ostili: sono adottati dalle persone che vengono attaccate. È successo molte volte nella storia: in Inghilterra coi tories, o in Francia coi “cubisti”. La parola cubista era uno scherzo di un critico ostile, quando vide un certo numero di cubi sul dipinto: Qu’est-ce que cela? C’est du cubisme? La parola cubista fu poi adottata dal partito offeso. Spenser aveva vari obiettivi. Uno era formare riunioni per leggere la Bibbia. Un altro – doveva sembrare abbastanza strano – era praticare il Cristianesimo. Quindi ogni Cristiano doveva dr prova di quel che era tramite rettitudine di vita, semplicità di vestire, condotta irreprensibile. Spenser disse che ogni Cristiano dovrebbe ritenersi un sacerdote e prendere parte al governo della Chiesa. Spingeva perché le opinioni eterodosse fossero tollerate e perché i sermoni fossero meno retorici e più intessuti di stile personale. Il movimento pietista poi scomparì con l’arrivo di un secondo movimento, l’Illuminismo, il quale fece arie di sottomette tutto alla ragione. Ma era fondata, in parte, sul precedente.

Tornando al nostro argomento, raggiungiamo questa conclusione, questo fatto: Bach creò la sua musica in un’era che fu povera di letteratura. Povera, nel senso che – e dovremmo tenere a mente la distinzione – se guardiamo ai lavori durevoli lo è, ma non lo è se la consideriamo dal punto di vista dell’attività intellettuale, perché fu periodo di discussioni, polemiche, e incertezze.

Questo legame di grande musica e povera letteratura (quasi senza valore) ci porta a sospettare che ogni età ha solo un’espressione per se medesima, e che quelle età che hanno avuto la loro più piena espressione in un’arte non la trovano in un’altra. Capiamo, poi, che non è un paradosso ma un fatto normale che la grande musica di Johann Sebastian Bach fu contemporanea alla povera letteratura tedesca di quel tempo.

Jorge Luis Borges

* traduzione di Andrea Bianchi che ringrazia Dario, Valeria e il segno dei loro quattro