50 anni fa Borges incontra se stesso su una panchina, a Boston. Ecco come un libro autografo del grande scrittore (la sua firma sembra una cicatrice) è entrato con ferocia onirica nella mia vita

Posted on Giugno 26, 2019, 12:22 pm
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Provo ad affastellare qualche dato, dando priorità fisiognomica al caso.

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Il 17 giugno, a Roma, incontro Sylvia Iparraguirre, la grande scrittrice argentina. Per me Roma è viva in quella sfera di versi di Iosif Brodskij: “Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come/ può soltanto sognare un frantume! Una dracma/ d’oro è rimasta sopra la mia rètina./ Basta per tutta la lunghezza della tenebra”. Con Sylvia non parliamo di Brodskij, ma di Borges: mi regala il libro-intervista di Victoria Ocampo, era il 1969. Tenete a mente la data, sarà importante nel viavai dell’articolo.

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Sette giorni dopo – lascio a voi gestire la cabbala – incontro un’altra Silvia, che avrei dovuto vedere a Roma la settimana prima. Lascio all’enigma ulteriori dettagli: è una donna che si aureola nel pudore. Anche Silvia mi regala un Borges. La prima edizione de Il libro di sabbia, “El libro de arena”, pubblicato da Emecé a Buenos Aires nel 1975. Io possiedo, molto più modestamente, l’edizione Adelphi del 2004. Il libro è firmato da Borges, per Silvia. La firma di Borges è incerta, minuscola, pare un sigillo equinoziale, la cifra che scinde gli uccelli migratori; si conclude con due segni che hanno statura di ideogramma. Sei feticista?, mi fa Silvia. No, dico. Ma da ora lo sono.

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Due Borges preziosi in una settimana. Non sono ossessionato da Borges, devo dire. Lo è, piuttosto, Piero Meldini, uno scrittore straordinario: è stato direttore della Biblioteca Gambalunga di Rimini per un lotto di lustri e 25 anni fa ha pubblicato con Adelphi, la casa editrice di Borges, un libro meraviglioso, L’avvocata delle vertigini. Meldini, se hanno senso queste didascalie, è il Borges italiano.

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Il primo racconto del Libro di sabbia si intitola El otro. “L’altro” – così la traduzione italiana, che cito dall’edizione Rizzoli, per mano di Livio Bacchi Wilcock – comincia così: “Il fatto accadde nel febbraio 1969, a nord di Boston, a Cambridge”. Borges, che scrive in prima persona, si siede su una panca, “davanti al fiume Charles”; il pensiero va inesorabilmente a Eraclito, “ad un tratto ebbi l’impressione… di avere già vissuto quel momento”. Di fianco a lui, “l’altro” fischia un motivo argentino che Borges riconosce. L’altro è lui stesso, più giovane, che è su quella panchina credendo di essere “qui a Ginevra, a pochi passi dal Rodano”. Consueta situazione borgesiana, che a L’altro, lo stesso ha dedicato una raccolta di poesie (era il 1964) e sul suo avatar ha compiuto una passeggera esegesi, tra le altre – con fetore di suicidio – in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, era il 1940, siamo in Finzioni.

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Questa è la firma di Borges sulla copia di “El libro de arena” che mi è stato donato

Non è la geografia letteraria, però, che m’importa, qui, ma la ricorrenza di date. Borges nasce nell’agosto del 1899: nel febbraio del 1969 si prepara a compiere 70 anni. Mio padre, nel febbraio del 1969, di anni ne compie 20 – io sarei nato esattamente 10 anni dopo, nel febbraio del 1979. Boris Pasternak è nato – secondo il calendario gregoriano – lo stesso giorno in cui è nato mio padre, un anno dopo Borges. Giuseppe Ungaretti è nato lo stesso giorno in cui sono nato io, un anno prima di Borges. Mio padre è morto nel 1989, quando io avevo 10 anni, 20 anni dopo l’incontro di Borges con “l’altro” – e 3 anni dopo la morte del vero Borges, quello in carne. Se volete, tutti questi incroci sono spuri, favolistici, inutili: cosa vorrei dimostrare? Nulla. Mi sembra strano però che due donne di nome Silvia, a distanza di sette giorni, mi regalino un libro di Borges che ha a che fare con una medesima data, il 1969, e con un mese che ha stretta attinenza con la mia personale biografia. Borges ha scritto quelle cose per me e vuole comunicarmi qualcosa dall’altro mondo? Oppure, io sono la nota a margine di un sogno di Borges, il sogno eroso ed eretico di uno dei suoi tanti ‘altri’? Perché scrivo, d’altronde, se non come una rincorsa ai morti, un perdifiato nella vertigine? Perché, poi, la firma di Borges mi sembra una cicatrice, qualcosa che sutura, con sottigliezza orientale, più decenni e diverse vite, schiena contro schiena? La cosa più facile da supporre è che nel febbraio del 2019, su una panchina, io abbia parlato con mio padre, un altro me stesso, senza accorgermene. (Davide Brullo)