“La parola non salva, talvolta sogna”. Yves Bonnefoy, il poeta dentro il miracolo. Dialogo con Fabio Scotto, il suo traduttore

Posted on Marzo 21, 2020, 12:58 pm
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A casa del suo traduttore, Fabio Scotto, Yves Bonnefoy voleva sedersi alla sua scrivania, nel suo studio. Osservare ciò che lui vedeva dalla finestra. Immergersi nel suo punto di vista. Occupare quella stessa sedia su cui lui lavorava, dove traduceva, in italiano, la sua opera francese. Forse perché attraversare il corpo poetico e restituirlo in un’altra lingua è anzitutto un atto d’amore, carnale e spirituale. Forse perché nelle sedie, sulle poltrone che abbracciano le nostre tenere carni resta una traccia, l’impronta di noi. Come l’urna aderisce alle polveri, come una tomba accoglie il suo corpo. Come la poltrona, dello studio parigino dove Bonnefoy ha invitato a sedersi Fabio Scotto. Era la stessa su cui, decenni prima, si era seduto il grande poeta Paul Celan. Ricordarsi di chi abbiamo incontrato, in vita, a casa nostra, significa ricordarsi di chi non c’è più. Fare esercizio di memoria per disegnare, nel bosco, i sentieri scomparsi. Proprio come immaginare quella lettera nell’alfabeto greco, che è andata perduta, di cui si è persa ogni traccia. Il digamma che è anche l’ultima opera (Studio Editoriale), di Yves Bonnefoy, tra i più grandi poeti francesi di tutti i tempi, nato a Tours nel 1923 e scomparso quattro anni fa, a Parigi.

Grazie al poeta varesino Scotto – che in diciassette anni ha tradotto quindici suoi libri e ha curato e tradotto l’edizione critica integrale mondiale de L’opera poetica, per “I Meridiani” Mondadori (2010), amico e traduttore di Bonnefoy – possiamo leggere le sue grandi poesie in italiano. Il suo studio parigino a Montmatre in rue Lepic – rivela Scotto nella sua opera Il senso del suono (Donzelli, 2013) – come quello di Pascoli a Castelvecchio, aveva più scrivanie sulle quali amava “disporre i suoi attrezzi tecnici (dizionari, edizioni critiche) e bibliografici”, le porte delle piccole stanze comunicanti, attraverso cui potesse circolare la stessa aria “che da un verso di Shakespeare si deposita poi su un manoscritto poetico, o sulle pagine di un saggio. Questa stessa aria familiare e amica su ogni pagina di ogni scrittoio, della biblioteca nel suo obrador, quel soffio di vita in continuo dialogo da un libro all’altro, da un secolo all’altro”.

Chi era Bonnefoy?

“Yves Bonnefoy – mi risponde Scotto – è stato il maggior poeta e intellettuale francese degli ultimi cinquant’anni, allievo di Jean Whal, di Gaston Bachelard e di André Chastel; poeta, saggista, traduttore, critico e professore emerito di “Studi Comparati della funzione poetica” al Collège de France. Una persona semplice, spontanea, umanamente ricca e generosa, innamorata della vita e dell’Italia e sensibile agli altri”.

Come definire la sua poetica?

“È una poetica molto tributaria della varietà dei suoi studi – si laureò infatti in matematica, poi in filosofia e in lettere – e che cerca una conciliazione fra la poesia, la filosofia e l’arte. La poesia, condannata a servirsi del linguaggio, quindi dei concetti, è destinata a lottare contro se stessa per ripristinare l’immediatezza sensibile che è la presenza, l’eloquenza che hanno le cose nel loro semplice essere-qui nell’hic et nunc del luogo umano. Tutta l’opera di Bonnefoy sviluppa un pensiero poetico che irradia questo impulso riconducibile al motto di speranza e desiderio seguente: il desiderio che vi sia dell’essere”.

Quando l’hai incontrato per la prima volta?

“Nel 1999, in un ristorante cinese sotto casa sua, a Parigi, un’estate, dopo che ci scrivevamo già da un anno e più e che era uscito il suo primo volume di poesie a mia cura, La vita errante (Edizioni del Bradipo). Fu subito una sintonia profonda e quel primo appuntamento occasionale divenne una meta fissa e un rito irrinunciabile di ogni mio soggiorno parigino, spesso preceduto da un aperitivo in casa sua nel secondo pomeriggio”.

C’è un particolare momento da ricordare dei vostri incontri?

“Ne ricordo quattro: la prima volta nel suo studio, quando mi disse che la poltrona su cui sedevo era la stessa sulla quale, decenni prima, si era seduto Paul Celan; poi una visita io e lui soli al Battistero di Parma, in cui mi spiegò il segreto dell’angolazione del punto di vista per cogliere l’opera della luce naturale sugli affreschi e le superfici scolpite. Infine, quando venne a Varese per una nostra lettura, mi rese visita a casa e volle sedersi sulla sedia del mio studio sulla quale lo traducevo, vedere cosa vedevo dalla finestra; e, certo, l’ultimo incontro all’Hôpital Cochin, quelle ultime ore passate stringendogli la mano ad ascoltare la sua voce flebile, ma lucidissima”.

Qual è stato il rapporto di Bonnefoy con i grandi poeti della tradizione?

“Un rapporto di ammirazione e confronto, specie con Baudelaire, Rimbaud, Pierre Jean Jouve, Shakespeare, Leopardi. Credeva ai Maestri e sapeva bene ormai, nonostante la sua modestia, di essere riconosciuto tale. Bonnefoy sapeva che si arriva a scrivere quel che si scrive grazie ai classici e, pur essendo un innovatore, non ha mai smesso di studiarli, citarli, tradurli, perfino di farne dei personaggi delle sue opere”.

L’opera di traduzione è stata lunga e intensa, che cosa ti ha regalato?

“Moltissimo, e continuo anche oggi come e più di prima, dopo aver curato il suo ponderoso volume di saggi che riassumono i suoi corsi di poetica al Collège de France, Luoghi e destini dell’immagine. Un corso di poetica al Collège de France 1981-1992 (Rosenberg & Sellier, Torino, 2017), ho tradotto il suo romanzo-saggio autobiografico La sciarpa rossa (La Nave di Teseo, in corso di pubblicazione) e sto ora traducendo la sua forse più importante raccolta Nell’inganno della soglia (Il Saggiatore, 2020). Mi piaceva quando rileggeva le mie traduzioni a voce alta in italiano, momento per me rivelatore e magico. Le tante letture pubbliche insieme: un bel duo vocale, dicevano”.

In che modo Bonnefoy ha influenzato la poesia di Scotto?

“Pur nella diversità tra noi, che rimane, mi ha saputo ridare il coraggio di usare con fiducia in poesia la parola “speranza” che prima evitavo, e mi ha dato il coraggio di esplorare a mia volta la prosa da dentro la poesia come sua possibile espansione”.

Di Bonnefoy cosa ti mancherà di più?

“La sua dolcezza, il suo abbraccio, la sua affettuosa cortesia e quegli occhi chiari come il ghiaccio che sapevano dire tante cose, anche il suo sorriso e il suo humour, che sapeva essere assai divertente, ma mai cattivo, non l’ho mai sentito parlare male di nessuno, al massimo diceva di pensarla diversamente: lezione di stile di un vero signore”.

***

Quattro poesie di Yves Bonnefoy

L’enfant du second jour

Le dieu qui errait là, au premier matin,
Qu’aurait-il espéré de la parole?
Il ne fit rien que rassembler des pierres,
Ce sont ces tas qu’on voit, à des carrefours.

Mais vint un second jour. Et parut cet enfant
Qui ramasse, hésitant, une brindille
Pour l’offrir, infinie en sa main tendue,
À d’autres qui, surpris dans leur jeu, se taisent.

Ils le regardent qui avance, ils se détournent,
Le ciel à grand fracas traverse les arbres,
Son feu s’abat, ou j’entendais ces rires.

Au soir du second jour le monde cesse,
Ce qui aurait pu être ne sera pas,
Toute la nuit il pleut jusqu’au fond de l’herbe.

 

Il bambino del secondo giorno

Il dio che qui errava, di buon mattino,
Che avrebbe sperato dalla parola?
Non fece altro che raccattare pietre,
Sono quei mucchi visibili, a dei crocevia.

Ma venne un secondo giorno. E apparve quel bambino
Che raccoglie, incerto, un ramoscello
Per donarlo, infinito nella sua mano tesa,
Ad altri che, sorpresi nel loro gioco, tacciono.

Lo guardano avanzare, volgono il capo altrove,
Il cielo con gran tuonare attraversa gli alberi,
Il suo lampo s’abbatte, dove udivo quelle risa.

All’imbrunire del secondo giorno il mondo cessa,
Quel che avrebbe potuto essere non sarà,
L’intera notte piove fino alla radice dell’erba.

*

Aucun dieu

Aucun dieu ne l’aura voulu, ni même su,
Aucun ne l’a accompagné dans sa fatigue,
Un rêve, cet enfant sur le boulevard
Qui marche près de lui, ceint de lumière.

Aucun n’est mort à l’heure où il est mort,
N’a pris sa main dans les draps en désordre,
Aucun n’aura jamais travaillé près de lui
Dans l’atelier qui remplaça la vie.

Remonte, dans les mots qui disent le monde,
Son silence, qui les dénie, qui me demande
D’en imaginer d’autres, mais je ne puis.

Personne n’a posé son regard sur lui.
Ce qui aurait pu être ne sera pas.
La parole ne sauve pas, parfois elle rêve.

 

Nessun dio

Nessun dio l’avrà voluto, e neanche saputo,
Nessuno l’ha accompagnato nella sua fatica,
Un sogno, questo bambino sul viale
Che cammina accanto a lui, cinto di luce.

Nessuno è morto all’ora in cui è morto,
Ha preso la sua mano nel letto sfatto,
Nessuno avrà mai lavorato accanto a lui
Nell’officina che sostituì la vita.

Risale, nelle parole che dicono il mondo,
Il suo silenzio, che le nega, che mi chiede
D’immaginarne altre, ma non posso.

Nessuno ha posato lo sguardo su di lui.
Quel che avrebbe potuto essere non sarà.
La parola non salva, talvolta sogna.

*

Eau et pain

Ce peu de toile, et déchiré? Le ciel
Sur une lande où errent des bergers
Avec rien, à la nuit, que leurs appels
Pour troubler de leurs bêtes le grand rêve.

Et je pressens que le peintre a voulu
Que l’ange qui répare l’injustice
Cherche des yeux, même dans un tableau,
Agar, et cet enfant qui fuit avec elle.

Et les voici, et l’ange est auprès d’eux,
Mais c’est ici que l’image s’efface.
L’invisible reprend à la couleur

Le pain miraculeux, le broc d’eau fraîche.
Ne reste, de l’enfant, qu’une lueur
Qui fait rêver qu’en lui le jour se lève.

 

Pane e acqua

Questo po’ di tela, e lacera? Il cielo
Su una landa in cui pastori vagano
Con nulla, la notte, se non i loro richiami
Per turbare delle loro bestie il gran sogno.

E intuisco che il pittore ha voluto
Che l’angelo che ripara l’ingiustizia
Cerchi con gli occhi, anche in un quadro,
Agar, e quel bambino che fugge con lei.

Ed eccoli, e l’angelo è loro accanto,
Ma è qui che l’immagine si cancella.
L’invisibile riprende al colore

Il pane miracoloso, la brocca d’acqua fresca.
Non rimane, del bambino, che un lucore
Che fa sognare che in lui spunti il giorno.

Da: L’ora presente, “Lo Specchio”, Mondadori, Milano, 2013, trad. di Fabio Scotto.

*

Light, in an empty room

J’imagine que je reviens, où, je ne sais,
C’est à la fois l’intimement connu
Et un lieu étranger. Ai-je vécu ici,
Non, je n’y ai laissé aucune trace

Et je suis infiniment triste, mais la lumière
Qui habite aujourd’hui encore cette chambre
Se lève, vient à moi. Vois, nous avons vieilli,
Me dit-elle. Je ne suis plus une promesse

Pour ta vie à venir, je ne veux plus
Te faire croire que vie et mort, c’est même rose
À fleurir, au matin,
Dans l’éveil de deux corps qui se renouent.

Mais parlons-nous. J’ai ta nuit à te dire,
Et combien elle est accueillante grâce à moi,
J’ai repoussé le drap de mon sommeil,
Je découvre mon corps, toutes ses étoiles.

Ce soleil dans la chambre vide, c’est la nuit,
Accepte de tâtonner dans la lumière,
Entre, pour que tes yeux s’ouvrent davantage,
Même, pour qu’ils émettent des rayons.

Où sommes-nous, certes, tu ne sais plus,
Mais ce que tes doigts touchent, cela respire.
Abandonne tes lèvres à mon souffle
Avant de t’endormir, tes mains sur moi.

Non-être le soleil des éveils anciens
S’il n’était pas déjà ce grand partage.
Comment as-tu vécu ? Soient ton miroir
La fenêtre, le lit de la chambre vide.

 

Light, in an empty room

Immagino di tornare, non so dove,
È un luogo sia intimamente conosciuto
Che estraneo. Ho vissuto qui?
No, non vi ho lasciato traccia

E sono immensamente triste, ma la luce
Che ancora abita oggi questa stanza
S’alza, mi viene incontro. Vedi, siamo invecchiati,
Lei mi dice. Non sono più una promessa

Per la tua vita futura, non voglio più
Farti credere che vita e morte siano la stessa rosa,
Che fiorisce, al mattino,
Nel risveglio di due corpi che si uniscono.

Ma parliamoci. Ho da dirti la tua notte,
E quanto è accogliente grazie a me,
Ho scostato il lenzuolo del mio sonno,
Scopro il mio corpo, tutte le sue stelle.

Questo sole nella stanza vuota, è la notte,
Accetta di brancolare nella luce,
Entra, perché i tuoi occhi s’aprano di più,
Perfino perché dardeggino.

Dove siamo, certo, non lo sai più,
Ma respira ciò che toccano le tue dita.
Abbandona le labbra al mio respiro
Prima di addormentarti, le tue mani su di me.

Non-essere il sole degli antichi risvegli
Se già non fosse questa grande condivisione.
Come hai vissuto? Ti siano specchio
La finestra, il letto della stanza vuota.

Da: Ensemble encore suivi de Perambulans in noctem, Mercure de France, Parigi, 2016, trad. di Fabio Scotto.