“Semplicemente, mi considero fuori dalla circolazione”. Bob Dylan: l’intervista delle interviste

Posted on Maggio 23, 2020, 8:21 am
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Ragazzi, ci sono riuscita: ho incontrato Bob Dylan! Sì, proprio lui, quel Bob Dylan lì. Perché, tu quanti Bob Dylan conosci?!? Ma lo sai che non è vero quel che dicono, che Bob Dylan è un tipo scorbutico, inavvicinabile, che detesta le interviste? Con me è stato gentilissimo, disponibilissimo, un gran chiacchierone. Com’è il vero Dylan? Molto simpatico, vecchio e tappo, e con gli occhi blu. Come la sottoscritta, odia i selfie e dei social non sa che farsene. Ci siamo incontrati in un noto albergo romano, quale non te lo dico, ho giurato a Bob di mantenere il segreto: la sua presenza qui a Roma è top-secret. Ti spoilero che con me Dylan ha accettato di parlare di tutto, tranne che del suo nuovo disco, Rough and Rowdy Ways, che esce il 19 giugno, disco di cui ha già impegni in esclusiva. Eccoti l’intervista.

Bob Dylan, tu perché hai deciso di chiamarti Bob Dylan?

È una cosa comune cambiare nome. Non è così incredibile. Molta gente lo fa. La gente cambia città, cambia Paese…

Hai scelto Dylan in omaggio a Dylan Thomas.

Ma niente affatto. Ai tempi, io Dylan Thomas nemmeno lo avevo letto, di sicuro non sono stato ispirato dalla lettura di una sua poesia per cambiare il mio cognome.

Vero cognome che è Zimmerman, radice tedesca…

Sì, ma i miei antenati erano russi. Non so come hanno fatto ad avere un cognome tedesco venendo dalla Russia. Forse se lo sono dato sbarcando a Ellis Island, o qualcosa del genere.

Il futuro Bob Dylan nasce il 24 maggio 1941 a Duluth, e cresce a Hibbing, centro di poche anime in Minnesota.

Ti dico: a Hibbing, d’inverno, c’era solo silenzio. Tutto era immobile. Solo freddo, neve e ghiaccio. Per avere una esperienza allucinogena, bastava guardare fuori dalla finestra! Poi arrivava l’estate, e tutto si faceva caldo e appiccicoso. L’aria diveniva metallica. In quelle zone la terra è particolare, è piena di metallo. Ovunque si sente lo spirito indiano.

Vivendo così isolato, il folk come è entrato nella tua vita? Tramite giornali, tv…

Io non sono certo cresciuto con la televisione! Quando la tv è arrivata, le trasmissioni iniziavano alle 4 del pomeriggio e finivano alle 7 di sera. La musica mi è arrivata dalla radio. Da bambino ascoltavo la radio fino a notte fonda. Ascoltavo Muddy Waters, John Lee Hooker, Jimmy Reed. E Howlin’ Wolf! Tutta la notte, tutte le notti. Fino alle 2, le 3 del mattino.

E quando hai cominciato a suonare?

A 12 anni. Da solo. Ho comprato una chitarra Silverstone. Con manuale degli accordi allegato. La chitarra costava 40 dollari, che non avevo, né potevo chiedere a mio padre. A quello del negozio bastò un acconto di 5…

La prima canzone che hai composto?

A 15 anni, era una canzone per Brigitte Bardot. Era composta da un solo accordo. Non era granché. Nel frattempo continuano a cercare e scoprire musica, scoprivo Odetta, Etta James, Harry Belafonte. E a suonarla. Alle superiori, ho formato un paio di gruppi, no, di più. Li cambiavo spesso perché i soldi (degli altri) mi portavano via i componenti. L’ultimo anno, ho messo su un gruppo con un mio cugino. Dopo il diploma, ognuno è andato per la sua strada.

Tu vai a Minneapolis, all’università, ma solo per un anno: da lì andavi spesso a trovare un amico tuo…

Woody Guthrie. Mi ha rivelato un mondo completamente nuovo. Dopo aver imparato quasi 200 canzoni di Guthrie, sono andato a trovarlo. Sapevo che era ricoverato in un ospedale di Morristown, nel New Jersey. Ci sono andato in autobus. Mi sono seduto vicino a lui, e ho cantato le sue canzoni. Sono tornato a trovarlo molte volte, e siamo diventati amici.

Tu fin da ragazzino scappavi di casa, salivi sui treni merci per andartene in giro negli Stati Uniti, senza soldi, dormendo dove capitava. Poi un pomeriggio ti sei fermato a New York…

Cantavo la sera al Greenwich Village, in un locale gestito da un italo-americano. Tutti potevamo esibirci da lui, in cambio di pasti gratis, e a questa condizione: non fare scappare i clienti.

In Chronicles, i tuoi diari del tempo, scrivi di un ragazzo dai capelli rossi che si esibiva prima di te, faceva cabaret.

Sì, era Woody Allen. E già faceva morire dal ridere!

Poi per te è arrivato Albert Grossman, e il successo…

Io sono entrato nel business per sopravvivere. Quando ho iniziato io, in ambito musicale non c’era proprio niente da guadagnare, se riuscivi a mantenerti potevi già dire che ti stava andando bene. Non era la grande industria musicale da milioni di dollari che è oggi.

Ma com’erano questi anni ’60?

C’era… spazio. Tanto spazio. Senza alcuna urgenza. C’era tutto il tempo del mondo per fare qualcosa. Non c’era ansia, non c’era tensione. Nessuno le conosceva. A New York accadeva tutto in strada, di notte, nei caffè. La comunicazione di massa ha ucciso tale autenticità, preferendogli un enorme spettacolo di carnevale.

Come compone Bob Dylan? Esiste la cosiddetta ispirazione?

Le canzoni mi vengono soprattutto quando sono isolato, nello spazio e nel tempo. È il primo verso che dà l’ispirazione. Poi, è proprio come cavalcare un toro. Di solito ho in mente prima la melodia. Ma fare musica è una cosa immediata. Io devo suonare ogni giorno, almeno per un po’. Non mi esercito per 12 ore di seguito, però… E uso sempre gli stessi tre accordi.

E come fai a decidere quando è meglio una cosa o l’altra?

Istinto.

È vero che Like a Rolling Stone è stata fatta in una sola volta?

Sì. Una sola registrazione. È incredibile. Dà una sensazione di totale unità. Non credo sarebbe stato possibile fare Like a Rolling Stone in un altro modo. In che altro modo avresti potuto farla?

Non lo so, io so quello che hai detto tu su Highway 61 Revisited, l’album che la contiene: “Non sarò più capace di realizzare un disco migliore di questo”.

Su quel disco c’è molto materiale di quello che mi piacerebbe ascoltare.

E Self Portrait?

Quell’album era uno scherzo. Quel mio ritratto in copertina è uno scherzo. È l’album che ho fatto non tanto per prendere in giro il mio pubblico, ma l’immagine che mi avevano costruito e che la gente si era fatta di me.

Un album fatto male apposta, brutto apposta!

Sì, e doppio. Uscì, vendette, tutti dissero che ero finito.

Tu avevi appena cambiato casa, eri ritornato a New York dopo aver vissuto a Woodstock, per sfuggire alla fama…

A Woodstock, entravo in casa e ci trovavo delle persone. Perfetti estranei, gente che arrivava a tutte le ore del giorno e della notte e io non potevo farci niente. Chiamavo la polizia, li mandavano via, ritornavano. Insieme ad altri. Erano il gregge del Festival di Woodstock, per me show e sintesi definitiva di una massa di str*nzate. Così sono scappato a New York, ma anche lì… la gente si assiepava in strada. Si sedeva in strada, dormiva di fronte casa mia, alcuni entravano dentro, rovistavano persino tra i miei rifiuti. Self Portrait è un album di rabbia, rabbia causata anche da loro.

Il tuo incidente con la moto a Woodstock…

Dissero che ero in acido, altri che avevo voluto uccidermi. Sai, non devi mai prestare attenzione a quanto gli altri dicono di te. Se lo avessi fatto, il mio cuore sarebbe morto da tempo.

Keith Richards dice che la celebrità è bella ma che, se potesse scegliere, preferirebbe non essere famoso. E tu?

Prendi Elvis Presley: oggi è più famoso di quanto lo sia stato da vivo. Vive nei pensieri della gente. Ma si finisce per chiedersi se la gente si ricorda della sua musica oppure di tutta la roba che è stata scritta su di lui.

Richards non ha mai nascosto il suo rapporto con le droghe. Il tuo?

Le droghe non hanno mai avuto molto successo con me. Non sono stato mai dipendente da niente. Ma non voglio dire nulla che possa suonare di incoraggiamento a qualcun altro.

Ma chi è davvero Bob Dylan?

Io non sono un misterioso, se non per coloro che non hanno mai provato le cose che ho provato io. Per quanto mi riguarda, non mi considero estraneo a nulla. Semplicemente, mi considero fuori dalla circolazione.

Una volta hai detto a Joan Baez: “Tu lotti perché credi che il mondo possa cambiare, io no”.

Il mondo va così e niente lo cambia. Pazzo e scombinato com’è, bisogna guardarlo dritto negli occhi.

Ti fermerai mai?

Non ho ancora scritto la mia ultima cosa. Non sono ancora giunto al punto in cui giunse Arthur Rimbaud quando decise di smettere di scrivere per trasportare fucili in Africa.

Barbara Costa

(Le parole di Bob Dylan sono vere, le trovi in queste vere interviste: Playboy intervista Bob Dylan, marzo 1966; Playboy intervista Bob Dylan, 3 marzo 1978; Rolling Stone, intervista a Bob Dylan, 21 giugno 1984. In parte raccolte in Dylaniana: Bob Dylan racconta Bob Dylan, Gammalibri, 1994. Il dialogo tra Bob Dylan e Joan Baez è tratto da: Bob Dylan: play a song for me, Interlinea, 2011. I diari di Bob Dylan sono in Chronicles. Vol. 1, Feltrinelli, 2005).