Correre contro il tempo per ritrovare l’eterno. William Blake & William Cowper: i poeti del Terzo Regno

Posted on Giugno 03, 2020, 10:07 am
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L’onda che unisce lo spirito del romanticismo sono sempre stata convinta vada cavalcata affrontando gli oceani di tutti i poeti, sola si frantumerebbe in fretta contro uno scoglio indegno, non credo esista il poeta che abbia creato o compiuto o definito o presagito o posto le basi più di un altro, del romanticismo e del futuro poetico: l’immensità di questa rivoluzione sta proprio nel filo che lega tutta la composizione che si imbroglierebbe in un fondale sterile se non si bagnasse ogni volta di rinnovata poetica e diversa penna. Anche per questo nella seconda parte dell’articolo, con la traduzione di altri versi di Hope di W. Cowper, e di A Tirzah di W. Blake (una delle sue prime poesie di più difficile comprensione), si indagheranno gli stessi lumi delle impossibili verità.

Hope (versi 70-152) – William Cowper

Quindi le cose terrestri si vestono di differenti tonalità,
Come ci convincono la giovinezza o l’età;
Ma nessuna delle due svela la verità.
Così la corona di Flora è vista attraverso un cristallo colorato,
La rosa o il giglio appaiono blu o verdi,
Eppure le tinte attribuite sono solo quelle
Che il tramite rappresenta, e non le loro proprie.
Per alzarsi a mezzogiorno, sedersi trasandati e svestiti,
Leggere le notizie, o trastullarci, come meglio ci appaia,
Finché non arriva mezzo mondo, sbatacchiando la porta
Per riempire la tediosa vacuità fino alle quattro;
E proprio quando la sera inonda di blu la bigia volta
Sprecare due ore a vestirsi per la giornata
E rendere il sole un’inutile chincaglieria
Salvo per i frutti che i suoi raggi paradisiaci producono;
Quanto basta per dimenticare o ritenere sia meglio non pensare
A chi lo invita a splendere, sia che lui splenda oppure no;
Tramite la mera necessità di chiudere gli occhi
Proprio quando le allodole e i pastori si cominciano ad alzare;
È così la vita, così noiosamente la stessa,
Così priva di qualsiasi utilità o scopo,
Quel povero Jonquil, con quasi ogni respiro,
Sospira pensando alla sua uscita, volgarmente chiamata morte;
Perché lui, con tutte le sue follie, ha una mente
Non ancora così vuota, o accecata dalle fascinazioni,
Ma di tanto in tanto, forse un flebile raggio
O una distante saggezza trafigge il suo percorso,
Per cui intuisce, che una vita senza scopo,
E inutile fin da quando è cominciata,
Serve solo come terreno per lo scontento
Che in essa prospera, un fardello esausto
Ancora prima che se ne sia spesa la metà.
Oh! Stanchezza ben oltre ciò che provano gli asini,
Che camminano nel solco della ruota della cisterna!
Un pedante roteare, senza mai fermarsi
Mentre l’immagine di ieri si sovrappone a quella di oggi,
E durante una conversazione, esaurite le riserve
Si diventa sonnolenti come i ticchettii di un orologio.
“Non c’è bisogno” lui si lamenta “di solennità svuotata
Con devota dignità accademica,
Per leggere savie lezioni, dal testo vanesio;
Proclamate il rimedio, dopo aver imparato
Nella verità che svela se stessa con evidente magnificenza,
Che la vanità sta sorpassando tutto il resto”.
Quel rimedio non sta nascosto in recondite profondità,
Eppure viene raramente cercato dove solo può essere trovato,
Mentre la passione allontana dal suo effettivo scopo
La mira di chi lo sta cercando, questo rimedio è la Speranza.
La vita è il Suo dono, da lei la vita qualsiasi bisogno trae
E con ogni dono buono e perfetto procede;
Diffusa negli uomini, come tutto ciò che condividiamo,
Regalmente, liberamente, per la sua ricompensa;
Certamente transitoria, proprio come l’ora fugace,
Ma anche seme di un fiore immortale
Progettata, in onore del suo sterminato amore,
Per riempire di profumo la sua dimora più alta;
Non è cosa da poco, per quanto breve possa sembrare,
E in ogni modo ambiguo, nessun sogno;
Il suo valore, ciò che nessun pensiero può accertare,
Né può spiegare l’intera eloquenza di un angelo.
Gli uomini trattano la vita come i bambini i loro giochi,
Chi prima ne fa un uso improprio, poi butta via i suoi giocattoli;
Vivere senza un sobrio obiettivo e asserire
Che il proprio Creatore non abbia un fine serio.
Quando Dio e l’uomo si mettono in piedi uno di fronte all’altro,
Ne deriva ovviamente la delusione dell’uomo.
L’imparziale Creatore accondiscende a scrivere,
Nei raggi della sua inestinguibile luce,
I suoi nomi di saggezza, bontà, potere e amore,
In tutto ciò che sotto di lui fiorisce, o sopra splende,
Per dare la caccia allo sfuggente genere umano,
E insegnare al mondo, se non perversamente cieco,
Le sue generose qualità, e alimentare la condivisione
Preservare la sua progenie con cura paterna.
Se, indotta dalle questioni terrene alle questioni divine,
La sua creatura non impedisce il suo prestigioso disegno,
Allora si odono lodi invece di razionale orgoglio,
E il capzioso cavillo e la protesta si placano.
La Natura, collocata nel posto a lei dovuto,
È ancella ai fini della Grazia;
Dal bene conferito fa conoscere un bene superiore
E la gioia non vista è compresa nelle benedizioni
Questa gioia, rivelata nella Scrittura con un bagliore
Splendente come l’arco che assicura l’alleanza
Infiamma tutti i suoi sentimenti con un nobile disprezzo
Per la malignità dei sensi; e così nasce la Speranza.

*

Questa parte di Hope si srotola nello sprofondare fino alla scoperta, insospettabile, se non per il titolo. Partiamo dall’appannamento, che è anche il Diavolo di Blake, che ci induce a vedere la realtà, i suoi “colori”, filtrati dalla nostra incomprensione del luogo della verità. Siamo ottenebrati, e gettiamo via i giorni per veder calare il sole che non vogliamo illumini i nostri occhi, chiusi su una possibile altra strada, mentre rendiamo la vita sempre uguale, tutta tesa alla cecità e al conseguente tedio. È inevitabile che di quel vuoto si impossessino vanità e orgoglio, la ferocia della disperazione e l’abbruttimento della malvagità, mentre le immagini dei giorni si confondono perché il tempo guarda solo alla prossima morte e non all’apocalisse spirituale. Ma se ancora in noi qualche luogo non si è arreso al buio, potrebbe accadere che in quella strada inutile, si insinui un raggio, inesorabile, di quel sole che illumina i colori. Il raggio, l’attimo profetico, che già è passato, illumina il presente svelando la verità che ci proietta nell’infinito. Quella distante saggezza ci solleva dal fardello che appesantisce la vita e le palpebre, e che ci fa girare intorno, sullo stesso solco, consumando gli zoccoli come asinelli, privati del senso e svuotati.

Il rimedio è rivelato dal raggio, in quanto non è perduto, ma solo oscurato, e se ci lasciamo intimidire e ipnotizzare dal ticchettare del tempo, e non approfittiamo del colpo di luce verso la visione, siamo morti. La profezia in Cowper è la Speranza, e il suo annuncio è in poesia, nella comprensione spirituale del suo segreto. La Speranza nasce dalla gioia, e non il contrario, e la gioia è l’arco, ossia la tensione verso l’infinito per eccellenza, che dal basso esplode, o infiamma, verso l’alto: i sentimenti che si traducono nel male se agganciati ai gioghi terreni, scoprono lo Spirito se interpretano i raggi sulla strada, come gioia possibile, e rinascita della Speranza.

*

A Tirzah – William Blake

Qualsiasi cosa sia Nata di Nascita mortale
deve compiere il suo tragitto sulla Terra
per risorgere come libera genia:
Quindi io cosa dovrei fare con te?

I sessi sorti da Vergogna e Orgoglio,
in fiore al mattino; la sera sono morti
per questo la Pietà ha modificato la morte in sonno
e i sessi si alzano per lavorare e piangere.

Tu Madre della mia parte mortale
con crudeltà forgiasti il mio Cuore
e con false lacrime illusorie
annebbiasti le mie narici, i miei occhi e le mie orecchie.

Tappasti la mia lingua con sterile creta
e mi rinnegasti a una vita mortale
la morte di Gesù mi rese libero
Quindi cosa dovrei fare io con te?

È risorto
un corpo spirituale

Questa poesia è spesso identificata come la più complessa dei Canti di Blake. Innanzitutto, è molto difficile chiarire chi, o cosa, sia Tirzah. Secondo più fonti si tratta di un nome ebraico che appare nella Torah, e che significa “è la mia gioia”. Ma è anche una città (la capitale israelita delle Dieci Tribù che si oppone alla spiritualità di Gerusalemme), e una delle cinque figlie di Zelophehad, particolarmente ribelli perché sollevarono la questione dell’ereditarietà dei beni paterni in mancanza di un figlio maschio. Mosè portò il loro caso davanti a Dio, e Dio acconsentì a far loro ereditare le terre del padre in Israele. Il forte legame ai beni terreni, ha fatto intendere che le cinque sorelle potessero rappresentare i cinque sensi, e quindi ancora una volta la deviazione irrisolta dallo Spirito.

Secondo Northrop Frye, nella poesia con questo termine si identificherebbe il materialismo, il piacere mondano, e quindi la frattura tra il finito e l’infinito che ci potrebbe salvare, e l’antitesi al regno spirituale.

La Madre della nostra parte mortale potrebbe essere anche Urizen, qui chiamata con un nome diverso, ma sempre simbolo delle catene della ragione che schiacciano l’immenso potere della visione, e soprattutto barriera dell’eternità: bisogna ricordare che Urizen creò se stessa proprio per bloccare l’eterno (lo Spirito) che temeva, e che è anche il Satana di Milton, la cui caduta, comunque, fu necessaria alla creazione.

Ancora una volta quindi, Blake non giudica la parte troppo razionale, calcolatrice, sopraffatrice dell’uomo, non la vuole eliminare, ma ne evidenzia la necessità, e la possibilità di salvezza nell’accoglimento dell’immaginazione profetica, e soprattutto, delle parole poetiche che sole possono svelare l’infinito.

Il finito, il controllo, il potere terreno è l’illusione, sono le menzogne della ragione, che riesce proprio a bloccare la lingua, ossia l’universo della parola e dell’opportunità di gioia.

*

Blake sa di essere, come tutti noi, sotto attacco: è sempre l’annebbiamento il nemico, lo scurirsi in noi della saggezza che ci innalza alla spiritualità. L’intorpidimento, il condursi torbido delle nostre vanità, non è moralmente riprovevole in quanto tale, ma devastante in quanto ci allontana dal congiungimento con la profondità, che tanto ossessionava Blake, e tanto lo avvicina alla visione del Terzo Regno di Gioacchino, di cui vede la possibile realizzazione nell’uomo.

Le profezie ci appartengono già, e non si possono posizionare nel tempo e nello spazio, perché la loro stessa natura le rende eterne, il tempo ci permette di coglierle e di farne la chiave. Anche per Blake non ci sono luoghi o tempi nascosti di attesa, ma ombre da squarciare e fratture da compiere nell’evidenza dell’illuminazione.

*

Blake corre contro il tempo per ritrovare l’eterno. Dove sta il mistero? L’ombra, la rabbia, la notte che nasconde il ricongiungimento in vita? Non dobbiamo, né possiamo accontentarci dell’attesa. È in noi la risposta, entità cadute, eppure ancora piene. La “sacra porta” di Virgilio è qui, cercarla altrove o con mezzi sperimentali è l’assurdo del dolore che ci rende ciechi, ma anche ci permette di essere vivi e quindi intraprendere la via della trasparenza.

Il disegno di Blake che raffigura la poesia vede due donne che sorreggono un giovane, moribondo si direbbe, comunque spossato nel fisico, mentre un vecchio, con la scritta “È risorto un corpo spirituale” sulla veste, inclina su di lui una brocca. Il giovane non beve, il suo volto è rivolto alle donne, che con le mani lo avvolgono, quasi lo tengono stretto in terra, in contrapposizione alla bianca spiritualità canuta, la cui schiena è protetta dal ramo di un albero che si trasforma chiaramente in un paio d’ali: l’unico certo del risorgere dello Spirito è il vecchio, al punto che la scritta è rivolta solo a chi guarda il disegno.

Cosa versa l’anziano? Del liquido non c’è traccia. La brocca è vuota. Il giovane ce l’ha fatta, forse non è affatto morto, forse è il suo Spirito che sta tracimando in lui dalla brocca: ciò che pare morta, è soltanto l’illusione di poter vivere nell’ombra, e le mani che forse provano a trattenere il ragazzo, non possono essere più potenti di un paio d’ali.

Francesca Ricchi

(fine; la prima parte di questa indagine sul Terzo Regno nella poesia la leggete qui)

*In copertina: William Blake, “The Good and Evil Angels”, 1795/1805