100 anni dopo, il Black Friday è riuscito dove la Rivoluzione russa, rossa, ha fallito. Mi spiego. Meglio le folle starnazzanti di gente davanti ai negozi che le torme di prigionieri nei Gulag, ovvio. Ovvio? Mettiamola così. Il Black Friday è trionfo del capitalismo più tronfio, è il tramonto della libertà. Perché? Perché neanche nella più rossa delle utopie di Stalin ordini alla gente di tirare fuori il portafogli quel giorno lì e tutti lo tirano fuori, figuriamoci, non tiravano fuori neppure la tessera del partito. Esattamente 100 anni fa, nel tardo novembre del 1917, Lenin inaugurava il black friday della libertà di stampa, imponendo il decreto “che introduceva la censura e chiudeva tutti i giornali e le riviste che avevano un atteggiamento critico nei confronti del potere”. Lo stesso giorno, Osip Mandel’stam, il poeta che sarebbe finito nella gogna dei Gulag, morto come un cane, detta un distico micidiale, la didascalia dell’era dell’orrore rosso: “il favorito dell’Ottobre [Lenin, ndr] ci ha preparato/ il giogo della violenza e della crudeltà”. 100 anni dopo, il distico lo detta Amazon: “Il Black Friday 2017 è il 24 novembre, ma le offerte/ ci accompagneranno tutta la settimana”. Al distico è associato un aforisma afrodisiaco: “Promozioni ogni 5 minuti”. Ora. L’unico modo per scongiurare il venerdì più nero dell’anno è augurarsi che l’Inferno sia un oceanico centro di smistamento merci di Amazon con gli umanoidi chiusi nei pacchi, e che i negozi risucchino gli ominidi nei loro scaffali, fino all’agonia da spesa compulsiva. Cerco di farmi capire. Il comunismo in salsa Soviet mandava a morte gli scrittori, impediva la vita ai poeti. Il capitalismo in sciroppo d’acero Usa non di sporca le mani di sangue, se ne sbatte semplicemente della poesia, della letteratura. Insomma, altro che samizdat per passarsi sottobanco le poesie di Anna Achmatova, di Mandel’stam, di Iosif Brodskij, qui è tutto alla luce del sole, solo che si suona la fisarmonica del portafogli per comprare un mucchio di minchiate, mica i libri di Leopardi, di Montale o di Buzzati. Il capitalismo stimola la stupidità, non esalta il genio. Specifico. Abbiamo pensato – giustamente – che il libero mercato e la sana competizione esaltassero l’intelligenza. In realtà, hanno favorito la corruzione. Abbiamo creduto che lo stipendio mensile fosse una variante della responsabilità: guadagno dunque sono e scelgo come spendere i miei sudati soldi. Stronzate. I soldi alimentano la nostra ansia e la nostra frustrazione – non ne facciamo mai abbastanza – e siamo indotti a spenderli non appena arriva l’ordine del mercato. Ad esempio, durante il Black Friday. E noi, come scimmie, allettati dagli sconti a go-go – una planetaria presa per il culo: se la stessa cosa che due giorni fa pagavo 10 ora la pago 7 o 5, c’è un difetto etico all’origine – tiriamo fuori il portafogli. Vedete? Il capitalismo è riuscito dove il comunismo ha toppato, il Black Friday, 100 anni dopo, vince sulla Rivoluzione. I poeti non si mandano in prigione o al confino – ma chi sono i poeti? ma esistono ancora? ma contano un cazzo, dice il capitalismo – il ‘popolo’ non è soggiogato dall’ideologia. Il denaro è più forte, più schietto e più pulito dell’ideologia. Ti do i soldi perché tu li spenda. E li spenderai come dico io. Magnifico. Magnetico. Siamo ipnotizzati dal delirio fanatico del ‘venerdì nero’, la notte dell’umanità, dove tutti gli uomini si riducono a fare le vacche. Siamo prezzati, prezzolati, altro che Faust che vende l’anima al demonio, roba da romanticismo alcolico, qui ci mettiamo a novanta alla prima svendita che passa. Passati dal cambiare il mondo – vaccata di Marx – al vendere tutto ciò che c’è al mondo, ideologi del ‘saldo’, sappiamo che l’infelicità aumenta vertiginosamente con l’aumento della nostra capacità di acquisto, eppure, sadici, stanchi, fracichi di idiozia, continuiamo a comprare, anche se il venerdì nero darà un colpo da knock out alle nostre finanze. Che schifo. Mi rodevo a vedere le “folle assediare gli ingressi delle banche confiscate e chiuse, file di persone davanti alle botteghe, fogli di giornali dove in sostanza si scrive di un’unica cosa, del sangue che scorre a sud, a ovest, a est” (così nell’inverno di 100 anni fa, Michail Bulgakov) e ora ammiro l’umanità malridotta, che fa a spintoni ingioiellata da sorriso ebete, che invade ogni sorta di spaccio, reale o virtuale, per fare ‘l’affare’, poveri deficienti. Manco Stalin era riuscito ad architettarla così bene. Dai lo stipendio a tutti, prometti la pensione, se ti va fai pure il testamento biologico, purché spendi. Io il Black Friday lo sconfiggo con una trincea di libri. Non li compro neppure. Mi tengo quelli che ho. E quelli che voglio li ricopio, durante una gita in biblioteca, manco fossi un monaco medioevale. I vestiti me li rattoppo. La casa lascio che cada a pezzi, le tegole le cambio io, le lampadine pure, del riscaldamento faccio a meno, il freddo rinforza le idee. Non voglio soldi. Non voglio spese. Non voglio aiuti di Stato. Non voglio rotture di palle dallo Stato. Voglio la libertà.

Davide Brullo