Il fatto. Tra le schede editoriali che esplodono dalla mail, me ne colpisce una. Viene da Neri Pozza. Editore di pregio, inutile dirlo, che seguo sempre con interesse. “Dall’8 ottobre in tutte le librerie il nuovo libro di Farhad Bitani, L’ultimo lenzuolo bianco”. La copertina è bella, il “nuovo libro” è introdotto da Domenico Quirico, grande reporter per “La Stampa”. Conosco Farhad Bitani, conosco Domenico Quirico e conosco quel libro, che non è “nuovo”, L’ultimo lenzuolo bianco, perché fui responsabile della sua pubblicazione. Sei anni fa.

Un esempio. Per promuovere il “nuovo libro” di Bitani, Neri Pozza divulga, nel corpo della mail, una citazione. Questa: “Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi trentatré anni di vita. Adesso le racconto. Ho lasciato le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità”. Che sembra terribilmente simile a questa: “Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi ventisette anni di vita. Adesso le racconto. Lascio le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità”. L’incongruenza sta nelle date: 33 anni contro 27. In effetti, L’ultimo lenzuolo bianco, il “nuovo libro” di Farhad Bitani è stato pubblicato sei anni fa, nel 2014.

Il libro. L’ultimo lenzuolo bianco è l’autobiografia di Farhad Bitani, “ex-capitano dell’esercito afghano, è fondatore di GAF Global Afghan Forum e Vicepresidente di Hands for Adoptions. Figlio di un generale dell’esercito afghano, ha vissuto la guerra prima sotto il regime dei mujaheddin e poi dei talebani”. Il libro è una testimonianza importante, spesso cruda, sull’Afghanistan. Leggetelo. Già… ma quale versione leggere?

Cosa è successo? Era il 2014, tornavo da Lima; ero andato dall’altra parte dell’oceano a parlare di Curzio Malaparte, incontrai Domenico Quirico. All’epoca lavoravo per Guaraldi, uno dei grandi, creativi, eccentrici editori d’Italia. Al ritorno dalla gita sudamericana Guaraldi mi fa, mi è arrivato questo, guardaci tu. L’ultimo lenzuolo bianco. Ci guardo. Ha la prefazione di Domenico Quirico. Mi hanno chiesto di stampare qualche copia… Lo sfoglio. Dopo un po’ dico a Guaraldi: questo lo devi pubblicare immediatamente. Così accade. Era il 2014. La prima edizione del libro uscì in maggio.

Il successo. Il libro, pubblicato da uno degli editori più avventurosi del Paese, fu un successo. Ne parlarono un po’ tutti, Bitani fu invitato qua e là, in tivù, in diversi convegni pubblici. Il 17 ottobre del 2014 ho presentato il libro dialogando con Bitani alla Biblioteca Gambalunga di Rimini. Ne ho scritto su “il Giornale”. Il 26 maggio la rivista “Tempi” – che per prima ha raccontato la storia di Bitani – è uscita con un titolo eloquente: L’ultimo lenzuolo bianco. Il libro dell’uomo che ha «lapidato due donne» in Afghanistan e che nessuno voleva pubblicare”. Il 29 marzo di due anni dopo, Rodolfo Casadei, in un articolo più ampio, è tornato sul “Caso Farhad Bitani” ribadendo che “Il libro è diventato un miracolo editoriale: prodotto da una piccola casa editrice (Guaraldi), ha venduto quasi 10 mila copie, 3.100 delle quali sono state autografate dall’autore”. Insomma, L’ultimo lenzuolo bianco non era una pubblicazione clandestina, casuale, reperita nei sottoscala: è stato, invece, un libro frutto di ragionamento, di investimenti, perfino di passione. Costantemente ristampato per anni.  

Libri “sinottici”. L’ultimo lenzuolo bianco edito da Neri Pozza non è un “nuovo libro”: semmai è un libro ristampato e rinnovato. Le parti storiche, che nell’edizione Guaraldi scandivano i capitoli narrativi, sono state sintetizzate, ed è stato fatto un necessario lavoro di editing. Ma il libro di oggi, sostanzialmente, è quello di ieri. Esempio 1. La Premessa Neri Pozza: “Ci sono persone che scrivono libri perché il loro lavoro è scrivere libri. Per me non è così. Non sono uno scrittore. Io sono un militare e mio padre è un generale afghano. Ho studiato Scienze strategiche in Italia, all’Accademia Militare di Modena e alla Scuola di Applicazione e Istituto di studi militari. E nel mio paese ho fatto la guerra, come fanno tutti i soldati”. Questa è la Premessa Guaraldi: “Ci sono persone che scrivono libri perché il loro lavoro è scrivere libri. Per me non è così. Non sono uno scrittore. Io sono un militare e mio padre è un generale afghano. Ho studiato Scienze strategiche in Italia, all’Accademia Militare di Modena e alla Scuola di Applicazione e Istituto di studi militari. E nel mio Paese ho fatto la guerra, come fanno tutti i soldati”. Qui il libro è uguale. Già. L’introduzione di Domenico Quirico, appassionata, è la stessa: allora come ora.

Una dedica è per sempre. La dedica è leggermente mutata, in modo sintomatico. “A tutte le persone che combattono per la verità e percorrono la strada di Dio”, suonava l’edizione Guaraldi. “All’umanità che viaggia su strade diverse ma arriva allo stesso Dio e alla stessa Verità”, suona la versione Neri Pozza. Il concetto suona piuttosto diverso. Certo: la copertina della versione Neri Pozza è più bella. Il lavoro di editing ha alleggerito alcune parti, sono state fatte alcune aggiunte. Esempio 2. “In questo libro ho raccontato l’Afghanistan per quello che è. Non ho ceduto a facili sentimentalismi, come tanti fanno nei loro romanzi; non ho raccontato nulla che non sia vero. Il mio è un paese dove i giovani non hanno mai conosciuto la pace, dove i bambini parlano il linguaggio delle armi, della guerra, della morte”, scrive Bitani verso la fine della versione Neri Pozza. Questa è la versione Guaraldi: “Ho raccontato l’Afghanistan per quello che è, non come tanti che hanno scritto romanzi, facendoli passare per storie vere: un Paese dove i giovani non hanno mai conosciuto la pace, dove i bambini parlano sempre di armi, di guerra, di come conviene uccidere. Quando domandavo al mio nipotino cosa voleva che gli portassi dall’Italia, mi chiedeva una pistola”. L’ultima frase è svanita. Su L’ultimo lenzuolo bianco, l’anno scorso, Roberta Colombo ha realizzato uno spettacolo teatrale.

Il punto. Il punto è che da nessuna parte, neanche nei ringraziamenti né nella biografia sommaria di Bitani, neanche per caso, è citato che un piccolo, grande, avventato editore italiano, Guaraldi, ha creduto e stampato L’ultimo lenzuolo bianco. Quando nessuno voleva pubblicarlo. Per primo. Perfino una nota Wikipedia dedicata a Bitani ricorda che Guaraldi ha pubblicato quel libro, producendo pure una versione inglese (nel 2015). Oh, certo, direte voi, problemi ridicoli. C’è un autore che fa i suoi interessi e un editore che asseconda il suo talento: il passato, soprattutto se è fragile – Guaraldi, ormai, non edita più, nonostante abbia fatto una fetta di storia dell’editoria italiana – si può pigliare a calci in bocca e ricacciare nell’oblio. Rango, educazione, rispetto, gratitudine, riconoscenza. Non sono valori di mercato – per me sono tutto. (d.b.)